Turchia: Arresti e sindaci rimossi

La repressione del governo turco mette a dura prova il tentativo di negoziato con i curdi e il Pkk. Opposizione nel mirino: l’accordo elettorale tra Dem e Chp è tacciato di «terrorismo» Intervista all’avvocato del fondatore del Pkk: «Da ogni processo di dialogo, anche se fallito, il movimento curdo è uscito rafforzato. E a livello internazionale, la causa curda ha consolidato alleanze e collaborazioni»

di Alessandro Tomaselli da il manifesto

Accanto ai negoziati, si intensifica la repressione. «Ma sarebbe proprio sbagliato parlare di negoziati», puntualizza subito Sedat Senoglu, portavoce del Halklarin Demokratik Kongresi (Congresso democratico dei popoli). «Per ora da parte del governo c’è soltanto qualche vaga apertura, ma non si è avviato alcun dialogo vero», afferma ricordando come nell’ultima settimana si è abbattuta sulle opposizioni turche una nuova ondata di misure discriminatorie.

MARTEDÌ SCORSO, per esempio, dieci membri dello stesso Congresso – una piattaforma di elaborazione politica nata nel 2011, che riunisce esponenti della “sinistra diffusa” nel paese, dagli esponenti di partiti ai sindacati fino all’attivismo Lgbt – sono stati arrestati. Si tratta di consiglieri comunali e sindaci eletti nella tornata dell’anno scorso, grazie a una cooperazione fra le forze filocurde Dem e l’opposizione kemalista Chp che si erano accordate per un mutuo appoggio in alcuni distretti.

Ora questo accordo viene definito dal pubblico ministero di Istanbul che ha avviato l’indagine come un’operazione di «terrorismo». Secondo il teorema giudiziario, si tratterebbe di una mossa messa in campo su «direttive del Pkk». «Non è certo la prima volta che subiamo pressioni, ma adesso è diverso – prosegue Senoglu – Ci sembra chiaro che gli ultimi arresti sono legati alla possibile liberazione di Öcalan e all’ipotesi di negoziati. Purtroppo, la strategia del governo non cambia: attraverso le misure discriminatorie, cercano di dividere i partiti d’opposizione e, soprattutto, vogliono colpire noi perché siamo un soggetto che tenta di portare il processo di pace oltre il perimetro della politica rappresentativa».

Secondo il portavoce, infatti, la forza del Congresso sta nella sua capacità di far incontrare diverse componenti della popolazione e, dunque, di inverare «dal basso», dentro il corpo sociale, ciò che nel frattempo avviene a un livello superiore, e più celato al pubblico, con i colloqui tra il fondatore del Pkk e la delegazione del partito Dem che lo sta incontrando dal dicembre scorso nell’isola-carcere di Imrali.

Il problema è che la volontà delle persone si scontra con la continua contestazione da parte governativa dei risultati democratici. A Van, nell’estremo est del paese, questa ha preso le forme di un vero e proprio assedio alla sede del consiglio comunale.

DOPO CHE MARTEDÌ scorso è arrivata una sentenza di condanna per il co-sindaco eletto nelle fila Dem Abdullah Zeydan, sempre con motivazioni legate ad accuse di complicità con il «terrorismo», in città si sono scatenate proteste e cortei.

Esponenti di diversi partiti si sono recati sul posto, per provare a resistere alla sostituzione coatta di rappresentanti regolarmente eletti (dalla tornata del 2024 a oggi, si contano undici sindaci destituiti in favore di funzionari governativi, pratica che soprattutto nelle zone a maggioranza curda è costantemente portata avanti da almeno una decina di anni). Ma, nella notte fra venerdì e sabato, l’amministrazione è stata rimossa con la forza e fra i manifestanti si sono verificati 127 arresti, tra cui anche il co-sindaco di Diyarbakır Dogan Hatun (poi rilasciato).

«Queste repressioni stanno danneggiando il processo di pace», racconta dall’altro capo del paese, a Istanbul, il parlamentare eletto nelle fila Dem Cengiz Çiçek. Non a caso, ormai da anni, fuori dalla sede del partito campeggia uno striscione di protesta proprio contro la rimozione dei sindaci che colpisce numerose città.

Nell’area di Tarlabası, dove si situa l’edificio, è come se la laccatura dei negozi del via centrale di Istiklal venisse “slavata via” per lasciare spazio a strade puntellate di edifici diroccati che digradano verso Kasımpasa, quartiere natio dell’attuale presidente, Erdogan.

«In questo momento c’è effettivamente una contraddizione tra le parole di apertura che arrivano dal governo e il clima politico creato dalle misure discriminatorie che mette in pratica», prosegue Çiçek. «Fa dubitare della sua sincerità nel portare avanti i negoziati e, soprattutto, rende difficile per noi organizzare il sostegno necessario per condurre tali negoziati fra gli elettori».

A MAGGIOR RAGIONE se, nel frattempo, anche il carismatico sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu del Chp, da molti visto come il prossimo sfidante di Erdogan, si trova sotto processo per corruzione e rischia oltre quattro anni di carcere. In questi giorni, si sono svolti alcuni presidi di solidarietà presso il tribunale in cui è imputato. Dunque, per il portavoce del Congresso democratico, è inevitabile che nella società turca alla speranza per i negoziati si accompagnino «ansia» e «cautela» verso il governo.

«La politica del paese è improntata sulle divisioni – conclude Çiçek – Ma la nostra unica “linea rossa” è la promessa fatta ai nostri sostenitori di un futuro di libertà e di pace».

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