Un violento intervento di polizia davanti alla stazione: un uomo immobilizzato a terra da più agenti avrebbe gridato di non riuscire a respirare. Identificate alcune persone che filmavano e, secondo le testimonianze, sarebbe stato intimato loro di non pubblicare le immagini. Poi l’uomo è stato rilasciato.
«Non respiro». Dopo quanto accaduto nelle ultime settimane a Bologna, sono due parole che non possono essere ascoltate senza provocare un immediato allarme. Questa volta arrivano da Trieste, da piazza Libertà, davanti alla stazione ferroviaria, dove un intervento delle forze dell’ordine che presenta aspetti sui quali è necessario pretendere spiegazioni.
Secondo la ricostruzione pubblicata su Facebook, diversi operatori, tra polizia e carabinieri, avrebbero immobilizzato un uomo sull’asfalto, con cinque o sei agenti impegnati nell’operazione. L’uomo, con il volto premuto a terra, avrebbe ripetutamente gridato «non respiro». Solo successivamente sarebbe stato girato su un fianco. Alla fine dell’intervento, particolare tutt’altro che secondario, sarebbe stato rilasciato.
Al momento non risultano disponibili elementi indipendenti sufficienti per ricostruire integralmente ciò che ha preceduto l’immobilizzazione né una versione ufficiale che permetta di conoscere le ragioni dell’intervento. Ma prudenza non significa silenzio, soprattutto quando viene segnalata una modalità di contenimento potenzialmente pericolosa e una persona immobilizzata dichiara esplicitamente di non riuscire a respirare.
Dopo la morte di Abderrahim Fakir al Pilastro di Bologna, liquidare una scena del genere come ordinaria amministrazione sarebbe irresponsabile. Esiste ormai una vasta discussione internazionale sui rischi connessi alle immobilizzazioni a terra, soprattutto quando sul corpo della persona viene esercitata una pressione che può interferire con la respirazione. Il richiamo immediato a George Floyd o alle modalità viste negli interventi dell’ICE negli Stati Uniti non serve a sostenere che ogni immobilizzazione abbia lo stesso esito o la stessa dinamica. Serve a ricordare qualcosa di molto più semplice: quando una persona immobilizzata dice di non riuscire a respirare, quelle parole devono essere considerate un segnale di pericolo, non un elemento accessorio dell’intervento.
Ma nella testimonianza c’è un secondo aspetto che merita altrettanta attenzione. Mentre alcune persone documentavano la scena, un agente avrebbe chiesto loro i documenti. Tra gli identificati, secondo quanto riferito, ci sarebbero Gian Andrea Franchi e un sacerdote che poco prima aveva incontrato un gruppo di giovani provenienti da Verona. Sarebbe stata inoltre formulata l’intimazione a non pubblicare le fotografie dell’intervento.
Se questa circostanza venisse confermata, sarebbe estremamente grave. Documentare ciò che accade nello spazio pubblico, tanto più quando riguarda l’esercizio della forza da parte di pubblici ufficiali, costituisce uno strumento fondamentale di controllo dal basso sull’operato degli apparati dello Stato. Molti dei più importanti casi italiani di violenza istituzionale sono stati ricostruiti anche grazie a fotografie e filmati realizzati da cittadini, giornalisti e testimoni. Tentare di impedire la diffusione di immagini soltanto perché documentano un intervento scomodo significherebbe rovesciare il problema: non verificare come sia stata esercitata la forza, ma controllare chi la documenta.
Secondo la denuncia, l’attenzione delle forze dell’ordine non si sarebbe peraltro fermata in piazza. Gli operatori avrebbero individuato anche la struttura nella quale alloggiava il gruppo parrocchiale e qualcuno avrebbe riferito che le persone coinvolte «non sono brave persone». Anche questa circostanza necessita di verifica, ma pone una domanda evidente: in base a quale ruolo istituzionale un appartenente alle forze dell’ordine dovrebbe formulare giudizi di questo genere su cittadini che hanno assistito o documentato un intervento?
L’episodio non avviene, soprattutto, in uno spazio neutro. Piazza Libertà è diventata negli ultimi anni uno dei luoghi simbolici della rotta balcanica e dell’accoglienza dal basso a Trieste. Qui volontari e attivisti hanno costruito reti di solidarietà con le persone migranti che arrivano in città, mentre l’area della stazione e del Porto Vecchio è stata progressivamente sottoposta a controlli, sgomberi e dispositivi di sorveglianza sempre più invasivi. Negli ultimi mesi questa trasformazione ha subito un’ulteriore accelerazione.
Progetto Melting Pot Europa ha documentato una crescente militarizzazione di piazza Libertà e una gestione strutturalmente securitaria della presenza migrante, collegandola alle difficoltà di accesso alla procedura d’asilo e alla cronica insufficienza del sistema di accoglienza. Non siamo dunque davanti a una piazza diventata improvvisamente oggetto di attenzione delle forze dell’ordine, ma a uno spazio pubblico sul quale si confrontano da tempo due concezioni opposte: da una parte la solidarietà e la cura, dall’altra il controllo e l’allontanamento.
Ed è forse questo il punto politico più importante dell’episodio denunciato da Fornasir. La militarizzazione non coincide necessariamente con una grande operazione repressiva. Diventa realmente efficace quando si trasforma nella normalità quotidiana dello spazio pubblico: pattuglie, identificazioni, controlli, furgoni, sgomberi, persone costrette a spostarsi continuamente, volontari sottoposti a verifiche. Il confine tra sicurezza e controllo sociale diventa allora sempre più sottile.
La stessa cronaca recente rende difficile sostenere che un simile dispiegamento sia semplicemente la conseguenza inevitabile di un’emergenza criminale. Proprio in questi giorni, parlando dell’attività delle guardie giurate impiegate a supporto della Polizia locale, il vicecomandante della Polizia locale di Trieste ha affermato che non si sono registrati episodi gravi, rivendicando soprattutto una funzione di «deterrenza». La contraddizione è evidente: l’assenza di fatti gravi non produce una riduzione del dispositivo di controllo, ma viene utilizzata per dimostrarne l’efficacia. Il dispositivo finisce così per legittimare se stesso.
È dentro questo clima che l’intervento denunciato davanti alla stazione assume un significato che supera la vicenda individuale. Un uomo viene immobilizzato da numerosi operatori, grida di non riuscire a respirare e alla fine viene lasciato andare. Contemporaneamente vengono identificati alcuni testimoni che stanno documentando quanto accade e, secondo la testimonianza pubblica di Fornasir, viene chiesto di non diffondere le immagini.
Sono fatti sui quali Questura e Carabinieri dovrebbero fornire una ricostruzione trasparente. Perché, se l’uomo è stato successivamente rilasciato, occorre conoscere quali circostanze abbiano reso necessario un intervento di quella intensità. Occorre sapere quali tecniche di immobilizzazione siano state utilizzate, per quanto tempo e quale risposta sia stata data quando l’uomo ha dichiarato di non riuscire a respirare. Occorre inoltre chiarire per quale ragione siano stati identificati coloro che filmavano e soprattutto se qualcuno abbia realmente intimato loro di non pubblicare le immagini.
Non abbiamo bisogno di attendere il prossimo morto per porre queste domande. Dopo Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Stefano Cucchi e, da ultimo, la morte di Abderrahim Fakir durante un intervento a Bologna, sappiamo abbastanza per comprendere che determinate modalità di contenimento non possono essere considerate un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori.
E sappiamo anche quanto siano importanti le immagini. Senza video, fotografie e testimonianze, molte vicende di abuso sarebbero rimaste imprigionate nelle versioni ufficiali iniziali. Per questo documentare l’operato delle forze dell’ordine nello spazio pubblico non rappresenta una provocazione. Rappresenta una forma elementare di controllo sul potere coercitivo dello Stato.
Se quanto denunciato sarà confermato, il problema di Trieste non sarà dunque soltanto la modalità con cui un uomo è stato immobilizzato. Sarà anche il tentativo di trasformare chi osserva, filma e pone domande in qualcuno da identificare, intimidire o delegittimare.
La sicurezza non può significare questo. E soprattutto «non respiro» non può diventare una frase alla quale ci abituiamo fino al giorno in cui, ancora una volta, qualcuno smetterà davvero di respirare.
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