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Treviso dopo Airola: aumenta il disagio dei giovani in cella

Nel carcere minorile di Treviso, tre giovani reclusi hanno protestato, compiendo atti di autolesionismo

Ancora disagi all’interno degli istituti penitenziari minorili. Dopo quello di Airola venerdì mattina è stata la volta di Treviso dove tre giovani – un mestrino, un palermitano e un tunisino – hanno messo in scena una protesta che ha creato scompiglio all’interno della struttura.

Gli agenti penitenziari sono intervenuti cercando di calmarli, ma i tre hanno cominciato a commettere atti di autolesionismo fino a ingerire delle lamette da barba: è stato necessario ricoverarli all’ospedale di Treviso, dove hanno però continuato ad urlare e a disturbare nonostante fossero all’interno di una stanza adibita all’accoglienza proprio di detenuti. «Nonostante i richiami – conferma il direttore generale dell’Usl Francesco Benazzi – hanno effettivamente continuato a urlare e a creare confusione».

Il rappresentante nazionale del Sappe, Capece, sottolinea come arrivino “segnali preoccupanti dall’universitario penitenziario minorile. Abbiamo registrato con preoccupante frequenza e cadenza, il ripetersi di gravi eventi critici negli istituti penitenziari per minorenni”.

Ancora non si conoscono i motivi della protesta, ma sicuramente – siamo alla quarta rissa all’interno delle carceri minorili nel giro di pochi mesi – c’è il rischio di una escalation del disagio tra i giovani detenuti e la polizia penitenziaria. Il quadro attuale – secondo gli ultimi dati aggiornati al 31 agosto di quest’anno – è che abbiamo un totale di 501 detenuti ristretti agli istituti minorili.

Sempre secondo gli ultimi dati aggiornati dal dipartimento di giustizia minorile, risulta che su 501 detenuti, ben 291 sono coloro che hanno l’età tra i 21 e 25 anni di età. Da quando negli istituti penitenziari minorili possono soggiornare giovani adulti fino ai 25 anni di età, oggi un po’ dappertutto i maggiorenni sono la maggioranza.

A Torino sono ad esempio 20 su 37, a Treviso 8 su 14, a Bari 10 su 20. In alcuni istituti essi vengono separati in modo rigido dai minorenni, in altri si cerca una sapiente mescolanza. Ma la difficoltà trattamentale non è dovuta solo dalla presenza dei giovani adulti: a causa della riduzione dei finanziamenti pubblici e privati, c’è difficoltà di portare avanti corsi scolastici e azioni educative personalizzate.

Ad esempio l’istituto penitenziario di Treviso dove sono avvenuti gli ultimi fatti di violenza, risulta avere delle criticità. La struttura fu realizzata intorno agli anni Quaranta: un tempo era la sezione dei detenuti politici per reati di terrorismo.

Dal 1981 è istituto per i minori, l’unico in Italia ad essere ancora inserito in una struttura penitenziaria per adulti. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, la collocazione e la struttura dell’edificio, piuttosto vetusto, non permettono di rispettare alcuni criteri fissati per gli istituti per i minori: ad esempio le recinzioni esterne, che qui sono le stesse del carcere, quindi doppie, con alte reti metalliche e garitte. Anche gli spazi all’interno sono ridotti e non accoglienti: l’infermeria è minuscola, gli uffici degli operatori pure; la sala comune, con tre biliardini e un bagno, è ricavata in un casotto nel cortile interno, dove c’è un tavolo da ping-pong in cemento; persino gli uffici del direttore e quelli amministrativi sono alloggiati in una casetta nel cortile di entrata, a ridosso della casa circondariale. Le celle dei ragazzi detenuti sono antiquate, con la turca separata, c’è il lavandino con l’acqua calda ma le docce sono comuni. In complesso il tutto è piuttosto fatiscente, anche se negli anni sono state tentate delle migliorie.

Inoltre – sempre a causa della struttura inadeguata – non c’è la possibilità di separare gli adulti dai minorenni. Il numero degli agenti penitenziari risulta sotto organico e non usufruiscono dell’interpello annuale per i trasferimenti: il personale resta quindi da anni sempre nello stesso istituto e c’è il rischio che vadano in burnout.

Poi c’è il tasto dolente, ovvero la riduzione dei finanziamenti pubblici. Il risultato è che sono diminuite le ore dei corsi di formazione e solo il 15 per cento dei ragazzi che partecipano a progetti lavorativi, gode di una borsa lavoro (200 euro al mese); gli altri non percepiscono nessun compenso o rimborso. Se negli ultimi mesi avvengono risse all’interno degli istituti penitenziari minorili, forse qualche disagio reale c’è e andrebbe risolto prima che si verifichino altri episodi ben più gravi.

Damiano Aliprandi da il dubbio

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