Treviso, 18 fogli di via contro chi ha fermato la piazza della remigrazione


“Fogli di via” fino a quattro anni per gli antifascisti che il 20 luglio contestarono il presidio per la “remigrazione” promosso da Prima i Trevigiani. Dopo le misure della Questura, il sindaco Conte mette in discussione anche gli spazi del centro sociale Django

Diciotto fogli di via, con divieto di ritorno a Treviso da uno a quattro anni, contro altrettante persone che il 20 luglio avevano partecipato alla mobilitazione antifascista davanti al Park Dal Negro. Erano arrivate per impedire che Prima i Trevigiani trasformasse la presenza di migranti e persone senza dimora nel parcheggio in una campagna politica fondata sulla parola d’ordine della “remigrazione”. Due mesi dopo, la risposta della Questura colpisce chi quella campagna aveva deciso di contestarla nelle strade.

Non è un particolare secondario. Raccontare quanto accaduto come lo scontro tra due indistinte “fazioni contrapposte” significa cancellare il contenuto politico della giornata. Da una parte c’era un gruppo che aveva costruito la propria iniziativa contro i migranti presenti al Park Dal Negro e il cui presidente, Leonardo Campion, dichiarò esplicitamente: «Non c’è altra soluzione che la remigrazione». Dall’altra una mobilitazione antifascista che aveva scelto di impedire che quella parola d’ordine conquistasse spazio e legittimità pubblica. Il Corriere del Veneto definì Prima i Trevigiani una «costola» di Fratelli d’Italia e registrò lo stesso Campion rivendicare apertamente la remigrazione.

È proprio questa parola a dover essere presa sul serio. La “remigrazione” non è semplicemente un sinonimo più duro di politica migratoria restrittiva. Nel dibattito dell’estrema destra europea indica un progetto di espulsione e allontanamento su vasta scala delle popolazioni considerate estranee alla comunità nazionale. In Italia il Comitato Remigrazione e Riconquista è stato costituito, tra gli altri, da CasaPound, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani e propone espulsioni, abolizione dei meccanismi ordinari d’ingresso e accordi internazionali finalizzati al rimpatrio. Sono gli stessi promotori nazionali a presentare la remigrazione come un progetto politico complessivo di “riconquista”.

A Treviso quella costruzione ideologica ha trovato un terreno materiale preciso: la povertà. Le persone migranti costrette a dormire nel Park Dal Negro sono diventate la rappresentazione del “degrado”, mentre la condizione che le porta a vivere in un parcheggio è progressivamente scomparsa dal racconto. Il problema non diventa più perché delle persone non abbiano una casa o un posto dove dormire, ma come allontanarle dallo spazio visibile della città. È il passaggio attraverso il quale una questione sociale può essere trasformata in una questione etnica e quindi utilizzata politicamente contro i migranti.

È contro questo processo che il 20 luglio si mossero il Django e gli antifascisti. Una sessantina di persone raggiunsero l’area prima dell’inizio del presidio di Prima i Trevigiani, esponendo lo striscione «Unici stranieri i fascisti nei quartieri». Quando i militanti di Prima i Trevigiani tentarono di raggiungere il luogo previsto per il loro presidio, polizia e carabinieri si disposero tra i due schieramenti. Seguirono momenti di tensione, avanzamenti degli antifascisti e una carica delle forze dell’ordine che li fece arretrare.

Il giorno successivo gli antifascisti non nascosero né il senso né l’obiettivo della mobilitazione. Rivendicarono di avere voluto «togliere spazio, consenso e protagonismo» alla campagna della destra e affermarono che «il tentativo di normalizzare la remigrazione come una opinione politica deve trovare una risposta netta». Una posizione politica esplicita, dunque, non un generico incidente di ordine pubblico.

Ora arrivano i diciotto fogli di via. Non sono condanne pronunciate da un tribunale dopo l’accertamento di responsabilità penali individuali, ma misure amministrative di prevenzione adottate dall’autorità di pubblica sicurezza. Per periodi che possono arrivare a quattro anni, diciotto antifascisti non potranno tornare a Treviso.

Il foglio di via opera non punisce una responsabilità accertata con sentenza, interviene preventivamente sulla possibilità futura di una persona di entrare in una città. È precisamente questa caratteristica a renderlo uno strumento particolarmente pesante quando viene applicato nel contesto del conflitto politico.

E la risposta istituzionale non sembra fermarsi qui. Dopo l’annuncio dei provvedimenti, il sindaco Mario Conte ha incaricato gli uffici comunali di verificare se esistano ancora le condizioni per proseguire il rapporto con Open Piave, che gestisce gli spazi dell’ex caserma Piave all’interno dei quali opera il Django. Il sindaco ha motivato la decisione sostenendo che il centro sociale e i collettivi avrebbero dimostrato più volte di non rispettare le regole e di privilegiare «la contrapposizione e lo scontro».

Si delinea così un passaggio ancora più pesante: dai provvedimenti contro i singoli alla possibile messa in discussione dello spazio collettivo nel quale l’opposizione antifascista si organizza. Non siamo ancora davanti a una revoca dello spazio, ma l’annuncio del sindaco lega esplicitamente la verifica sul futuro dell’ex caserma Piave ai fatti del Park Dal Negro e ai successivi fogli di via.

Durante la conferenza stampa al Django gli attivisti hanno ricondotto questa vicenda al clima politico cittadino, accusando l’amministrazione Conte di fare campagna «sulla pelle delle persone migranti costrette a vivere per strada» e indicando dietro la retorica del degrado problemi sociali ben più concreti: carovita, aumento del costo delle mense e un mercato degli affitti sempre meno accessibile. È un passaggio decisivo perché rovescia la domanda: non chi debba essere allontanato dalla città, ma quali condizioni producano marginalità, precarietà abitativa e persone costrette a dormire in un parcheggio.

La remigrazione offre una risposta completamente diversa. Non mette in discussione le cause della povertà, la crisi abitativa, il lavoro povero o l’assenza di strutture di accoglienza. Individua invece una popolazione e la trasforma nel problema. Il migrante smette di essere una persona che vive una condizione sociale e diventa il corpo estraneo da rimuovere per restituire una presunta integrità alla comunità nazionale. È questo passaggio – dalla questione sociale alla selezione di chi avrebbe diritto a far parte della comunità – che spiega perché l’opposizione alla remigrazione non possa essere ridotta a una disputa terminologica sulle politiche migratorie.

La vicenda trevigiana assume ancora maggiore significato in un contesto nel quale simboli e propaganda dell’estrema destra continuano a comparire nello spazio pubblico cittadino. Solo pochi giorni fa la Cgil di Treviso è intervenuta dopo la comparsa di volantini neonazisti nel capoluogo, sostenendo che il fenomeno non possa essere liquidato come una bravata e denunciando la diffusione attraverso reti digitali di narrazioni fondate sulla “purezza” e sull’esclusione.

È dentro questo quadro che vanno letti i diciotto fogli di via. L’antifascismo non nasce il 20 luglio davanti al Park Dal Negro e non può essere ridotto alla cronaca degli scontri con la polizia. Nasce dalla scelta di non considerare normale che persone costrette a dormire in un parcheggio vengano trasformate nel bersaglio di una campagna politica; dalla decisione di contestare una parola d’ordine – la remigrazione – che l’estrema destra italiana ed europea sta cercando di trasferire dai propri ambienti militanti al linguaggio politico ordinario.

Mentre la remigrazione tenta di conquistare cittadinanza nel dibattito pubblico, la risposta a chi ne contrasta la normalizzazione passa anche attraverso strumenti preventivi capaci di tenere diciotto persone lontane da una città fino a quattro anni e attraverso la possibile messa in discussione dello spazio sociale che ha organizzato quella risposta.

Il 20 luglio gli antifascisti di Treviso avevano scritto che «il tentativo di normalizzare la remigrazione come una opinione politica deve trovare una risposta netta». Due mesi dopo quella frase permette di leggere con maggiore chiarezza ciò che è in gioco. Non soltanto diciotto fogli di via, ma il terreno sul quale si decide se la remigrazione possa essere presentata come una normale soluzione alla povertà e all’immigrazione mentre l’antifascismo che la contrasta viene progressivamente ricondotto a una questione di ordine pubblico.


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