di Eliana Riva*
Il sangue dei libanesi per sfamare la sete degli alleati di governo, zittire l’opposizione e sabotare il cessate il fuoco dell’amico statunitense
Mentre la diplomazia internazionale cercava di celebrare il fragile cessate il fuoco di due settimane tra Washington e Teheran, mediato dal Pakistan, il governo di Benyamin Netanyahu ha risposto scatenando sul Libano una violenza militare senza precedenti per intensità e cinismo. Una dimostrazione di forza brutale senza limiti morali, che ha ignorato deliberatamente l’accordo appena raggiunto: l’esercito israeliano ha rivendicato 100 raid aerei coordinati in appena dieci minuti. Questa ondata di violenza ha prodotto un bilancio tragico: la Protezione civile libanese ha confermato 254 morti e 1.165 feriti solo nella giornata di mercoledì, con i centri sanitari e le infrastrutture civili trasformati in bersagli.
Tel Aviv ha colpito aree densamente popolate di Beirut, come Tallet el-Khayat, Ain el-Mreisse e il lungo mare, aree commerciali e residenziali, senza fornire alcun preavviso. Le testimonianze raccolte sul campo descrivono scene di orrore e panico: condomini sventrati, civili sepolti sotto le macerie e una capitale paralizzata dal fumo nero e dalle urla dei sopravvissuti. Come ha fatto di continuo negli ultimi due anni e mezzo, Israele non ha risparmiato il settore sanitario, colpendo centri e ambulanze e uccidendo almeno 12 membri del personale medico. Gli ospedali di Beirut sono stati sommersi dai feriti, incapaci di gestire il flusso massiccio di vittime, mentre il Ministero della Salute lanciava appelli disperati alla popolazione per liberare le strade e permettere il passaggio delle ambulanze.
La furia cieca conferma il disinteresse totale nei confronti di diritto, giudizio e umana pietà ed è il risultato spietato di un calcolo politico su più livelli. In primo luogo, Netanyahu ha utilizzato il sangue dei libanesi come strumento di politica interna per neutralizzare le ali più estremiste della sua coalizione, che non avrebbero mai voluto che la guerra contro l’Iran terminasse. Insieme è stata una risposta alla minoranza: il leader dell’opposizione, Yair Lapid, aveva bollato l’accordo tra USA e Iran come un “disastro politico”, accusando il Primo Ministro di aver trasformato Israele in uno Stato cliente che riceve ordini telefonici da Washington. Infine, la strage punta a sabotare il cessate il fuoco tra Washington e l’Iran, cercando di forzare gli Stati Uniti a rientrare in un conflitto aperto. È un tentativo di intrappolare l’amministrazione Trump in una guerra che non ha mai avuto una bussola strategica e i cui obiettivi originari sono apparsi sin dall’inizio vaghi e aleatori.
La posizione USA è apparsa paradossale e complice. Donald Trump ha dichiarato che il Libano “non faceva parte dell’accordo”, definendo l’aggressione israeliana come una “scaramuccia separata”. Questa versione è stata smentita dal Primo Ministro del Pakistan – Paese mediatore che ha materialmente consegnato la proposta – e dall’Iran, secondo i quali la de-escalation doveva riguardare tutti i fronti, Libano incluso. L’inefficacia della strategia di Trump si specchia tutta nell’acqua dello Stretto di Hormuz. La riapertura del passaggio è stata presentata negli ultimi giorni da Washington come un obiettivo finale della guerra, anche se lo Stretto era regolarmente operativo prima dell’inizio dell’attacco USA-Israele. E mentre il passaggio è stato dichiarato riaperto le prime ore dopo il cessate il fuoco, l’offensiva israeliana contro il Libano ha spinto Teheran a sospendere nuovamente il traffico dei petrolieri a Hormuz come ritorsione per la violazione dei patti, rendendo vani i proclami della Casa Bianca.
La cronologia degli eventi di mercoledì racconta una vendetta pianificata contro l’intera popolazione libanese. Anche questo è un copione che si ripete e la rabbia di Tel Aviv torna a scatenarsi senza margini di contenimento contro il piccolo Paese confinante. Nel pomeriggio, mentre il Libano bruciava, l’Egitto condannava l’azione come un “intento premeditato” di sabotare la tregua e trascinare la regione nel caos totale. Ma Tel Aviv ignora gli appelli dell’Onu e dei governi e il capo di stato maggiore dell’esercito, Eyal Zamir, ha confermato in serata l’intenzione di continuare a colpire “senza sosta”.
Intanto, mentre il mondo osserva Iran e ora (forse) Libano, Israele continua la sua campagna di eliminazione sistematica anche a Gaza. Oggi un attacco mirato tramite drone ha ucciso il giornalista di Al Jazeera Mohammed Wishah, mentre percorreva la strada costiera di Gaza City. Wishah è il 262esimo operatore dell’informazione palestinese ucciso dall’ottobre 2023. La sua morte, avvenuta mentre svolgeva il proprio lavoro protetto formalmente dalle Convenzioni di Ginevra, conferma la volontà di colpire chiunque cerchi di documentare la realtà sul campo. A ben rifletterci, la minaccia del presidente USA, Donald Trump si è infine concretizzata: tra i massacri di Beirut e le macerie di Gaza ancora una volta è la civiltà ad essere stata annientata.
*da ADALAH- Questioni mediorientali
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