Avila e Abukeshek in sciopero della fame dopo pestaggi e isolamento totale senza contatti con avvocati o familiari. Ricorso urgente alla Corte europea contro l’Italia: il sequestro in mare diventa caso internazionale
La vicenda della Global Sumud Flotilla non si sta chiudendo. Sta precipitando. Le ultime informazioni raccolte dagli avvocati dell’organizzazione per i diritti civili Adalah, che hanno incontrato nel carcere di Shikma (Ashkelon) i due attivisti ancora detenuti, Thiago Ávila e Saif Abukeshek, delineano un quadro che supera ormai ogni ambiguità: non si tratta solo di un’operazione illegale in mare, ma di un sistema di violenze, detenzione arbitraria e interrogatori fuori da qualsiasi perimetro giuridico.
I due attivisti — rapiti in acque internazionali nei pressi di Creta tra il 29 e il 30 aprile — raccontano pestaggi brutali durante il sequestro, detenzione per oltre 48 ore bendati e immobilizzati, isolamento e condizioni disumane. Ávila riferisce di aver perso conoscenza due volte dopo essere stato picchiato. Entrambi presentano lividi, dolori diffusi, segni evidenti di violenza.
Non solo. Durante la detenzione sono stati sottoposti a interrogatori da parte dello Shin Bet (Shabak), il servizio di sicurezza interno israeliano, con accuse vaghe e non formalizzate di “affiliazione a un’organizzazione terroristica”. Interrogatori che, secondo Adalah, sono illegali sotto ogni profilo: perché fondati su un sequestro avvenuto fuori giurisdizione, perché condotti senza garanzie, perché privi di base giuridica.
Di fronte a tutto questo, Ávila e Abukeshek hanno scelto una forma estrema di protesta: lo sciopero della fame. Assumono solo acqua. È un gesto che segnala la gravità della situazione, ma anche l’assenza di qualsiasi altro strumento di difesa reale.
Domani, 3 maggio, compariranno davanti al tribunale di Ashkelon per l’udienza sulla proroga della detenzione. Ma già ora è chiaro che il procedimento si fonda su una contraddizione insanabile: uno Stato che esercita potere giudiziario su persone sequestrate illegalmente fuori dal proprio territorio.
Nel frattempo, le testimonianze degli altri attivisti rilasciati a Creta aggiungono dettagli ancora più pesanti su ciò che è accaduto nelle ore successive all’abbordaggio.
Pugni, calci, scapole lussate, costole incrinate, visi tumefatti. Non sono eccezioni. Sono il quadro generale. I racconti parlano di navi accerchiate, motori sabotati, sistemi di comunicazione disturbati con jammer per impedire qualsiasi richiesta di soccorso. Poi il sequestro.
A bordo delle unità militari israeliane, la detenzione si trasforma in una vera e propria gestione carceraria improvvisata: container utilizzati come celle, attivisti ammanettati con le mani dietro la schiena, lasciati a terra, calpestati. Alcuni costretti a dormire su pavimentazioni allagate — secondo le testimonianze, deliberatamente.
Il racconto di chi c’era è preciso, concreto, difficilmente contestabile. Saif Abukeshek, già durante la detenzione iniziale, urlava dal dolore per le mani legate troppo strette. Quando i militari hanno provato ad allentare i lacci, lo hanno fatto infliggendogli ulteriore dolore, arrivando a calpestarlo e a utilizzare strumenti in modo violento. Respirava a fatica.
Altri attivisti sono stati portati in isolamento. Alcuni dopo essere stati picchiati per aver cantato in segno di protesta. Un attivista racconta di essere stato colpito al volto e al corpo, trascinato in un container buio, calpestato alla gola per impedirgli di parlare.
Non si tratta di singoli episodi. È un modello. Una gestione deliberata della detenzione basata su coercizione fisica e psicologica.
E tutto questo avviene prima del passaggio alle autorità greche. Prima del trasferimento a Creta. Prima della narrazione ufficiale del “rilascio”.
Perché il rilascio, ormai, appare per quello che è: un’operazione di scarico. Gli attivisti vengono consegnati, senza spiegazioni, senza assistenza adeguata, dopo ore di detenzione illegale. Alcuni feriti vengono lasciati senza cure adeguate. Cibo e acqua scarseggiano. Nessuna autorità greca interviene per fermare l’unità israeliana che si allontana con i due prigionieri destinati alla deportazione.
Ed è proprio su questo punto che la vicenda assume una dimensione ancora più ampia: quella della responsabilità internazionale.
Il team legale della Global Sumud Flotilla ha depositato un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ai sensi dell’articolo 39, contro lo Stato italiano. Non contro Israele. Contro l’Italia.
La ragione è precisa: l’imbarcazione su cui si trovavano Ávila e Abukeshek batteva bandiera italiana. Questo significa, secondo il diritto internazionale del mare e la giurisprudenza della Corte di Strasburgo, che l’Italia esercitava giurisdizione su quanto accadeva a bordo. E quindi aveva l’obbligo di prevenire violazioni prevedibili dei diritti fondamentali.
Secondo il ricorso, questo obbligo non è stato rispettato. Le autorità italiane erano state informate del rischio concreto e imminente per la vita e l’integrità fisica degli attivisti. Nonostante questo, non è stata adottata alcuna misura efficace. Nessun intervento per impedire il sequestro. Nessuna azione per interrompere la detenzione illegale.
Questa inerzia, secondo i legali, configura una violazione degli obblighi positivi previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare degli articoli 2 e 3: diritto alla vita e divieto assoluto di tortura e trattamenti inumani o degradanti.
La situazione dei due attivisti viene descritta in termini estremamente gravi: detenzione senza informazioni ufficiali sul luogo, assenza di accesso a difensori, familiari o autorità consolari, isolamento totale. Una condizione che si avvicina, nei suoi elementi sostanziali, a una forma di sparizione forzata.
È qui che la vicenda supera definitivamente la dimensione episodica. Non è più solo un caso di violazione del diritto del mare. È un caso europeo. Un test sulla tenuta delle garanzie fondamentali.
Perché se uno Stato può sequestrare civili in acque internazionali, detenerli, torturarli, interrogarli e deportarli, e gli Stati europei coinvolti non intervengono, allora il sistema di protezione dei diritti non funziona.
O peggio: funziona selettivamente. La Global Sumud Flotilla lo dice chiaramente: nessuna operazione può giustificare la sospensione delle garanzie fondamentali. Nessuna ragione di sicurezza può legittimare la detenzione arbitraria o l’esposizione a trattamenti vietati.
Eppure è esattamente ciò che sta accadendo. Per questo il ricorso alla Corte di Strasburgo non è solo un atto legale. È un atto politico. È il tentativo di forzare un sistema che, finora, ha scelto il silenzio.
Nel frattempo, fuori dai tribunali, la mobilitazione cresce. Presidi, conferenze stampa, denunce pubbliche. Perché la sensazione sempre più diffusa è che, senza pressione, tutto questo rischi di normalizzarsi.
E se si normalizza, allora diventa precedente. Un precedente in cui il Mediterraneo non è più uno spazio regolato dal diritto, ma un luogo dove la forza decide chi può passare, chi deve essere fermato, chi può essere sequestrato. E soprattutto: chi può essere dimenticato.


