Torino, lacrimogeno sparato ad altezza persona: la Procura chiede l’arresto del poliziotto


Per il grave ferimento del tifoso juventino Marco Basoccu la Procura di Torino chiede gli arresti domiciliari per un poliziotto. Un’inchiesta che riapre il tema dell’uso illegittimo dei lacrimogeni, mentre il Viminale continua a non dotarsi di regole scritte e il governo rafforza l’impunità delle forze dell’ordine.

C’è un filo che lega Torino a Bologna, la Val di Susa alle piazze per la Palestina, le manifestazioni di questi ultimi anni alle curve degli stadi. È il filo dei lacrimogeni trasformati da strumenti di dispersione in veri e propri proiettili, sparati ad altezza persona con conseguenze spesso devastanti.

L’ultima conferma arriva dalla Procura di Torino, che ha chiesto gli arresti domiciliari per un agente del V Reparto Mobile ritenuto responsabile del gravissimo ferimento di Marco Basoccu, tifoso della Juventus colpito il 24 maggio scorso durante gli scontri che hanno preceduto il derby Torino-Juventus.

Non si tratterebbe, secondo gli inquirenti, di una tragica fatalità. La ricostruzione della Procura parla infatti di un lacrimogeno lanciato «in maniera non conforme alle modalità previste», con una traiettoria orizzontale e da una distanza di poche decine di metri. Un colpo diretto che avrebbe raggiunto in pieno il trentaseienne con l’involucro d’acciaio del candelotto, che non si è nemmeno aperto per disperdere il gas proprio a causa della traiettoria con cui era stato sparato.

Le conseguenze sono state drammatiche. Basoccu ha riportato un gravissimo trauma cranico, è stato ricoverato in terapia intensiva, sottoposto a diversi interventi chirurgici e mantenuto in coma farmacologico. Ancora oggi porta sul proprio corpo le conseguenze di quella che gli investigatori non considerano più una semplice dinamica accidentale.

A cambiare il corso delle indagini sono stati i filmati acquisiti dalle telecamere di videosorveglianza, le immagini registrate dai droni della Digos, le consulenze tecniche e perfino le testimonianze di altri agenti presenti durante l’operazione di ordine pubblico. Un lavoro investigativo che avrebbe consentito di ricostruire il momento esatto del ferimento e di attribuire il lancio a uno specifico operatore del Reparto Mobile, oggi indagato per lesioni personali aggravate.

È un passaggio importante. Perché troppo spesso, quando i feriti sono manifestanti o tifosi, la narrazione pubblica si arresta alla formula dell’incidente inevitabile o dello scontro tra opposte fazioni. Ancora una volta, invece, emerge che dietro quelle lesioni potrebbero esserci precise responsabilità individuali e, soprattutto, modalità operative incompatibili con l’uso legittimo della forza.

Ma il caso Basoccu non può essere letto come un episodio isolato. Al contrario, si inserisce in una sequenza ormai impressionante di persone mutilate o gravemente ferite da lacrimogeni utilizzati in modo improprio durante operazioni di ordine pubblico.

È accaduto a Bologna, “Lince”, ha perso un occhio durante una manifestazione in solidarietà con la Palestina dopo essere stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo. È accaduto in Val di Susa, dove Giovanna Saraceno è stata gravemente ferita durante una protesta No Tav. Era già accaduto anni prima con Yuri Justensen, che perse l’udito dopo essere stato raggiunto da un candelotto. E numerosi altri casi sono stati documentati in Italia e denunciati da Amnesty International.

Ciò che rende ancora più inquietante questa vicenda è quanto emerso recentemente nell’inchiesta aperta dalla Procura di Bologna.

Rispondendo ai magistrati, il Ministero dell’Interno ha infatti ammesso che non esistono manuali, protocolli o direttive scritte che disciplinino l’utilizzo dei lacrimogeni durante le manifestazioni.

Un vuoto gravissimo, perché significa che uno degli strumenti più pericolosi impiegati nella gestione dell’ordine pubblico continua a essere utilizzato senza regole pubbliche, verificabili e trasparenti, mentre le conseguenze ricadono sui cittadini.

Eppure gli stessi corsi di formazione delle forze dell’ordine insegnano che i lacrimogeni non devono mai essere sparati direttamente contro le persone, ma con traiettoria parabolica affinché ricadano al suolo disperdendo il gas. Esattamente il contrario di quanto contestato oggi dalla Procura di Torino.

Il caso Basoccu dimostra come il problema non riguardi soltanto l’eventuale responsabilità di un singolo agente. Riguarda una prassi operativa che negli ultimi anni sembra essersi progressivamente normalizzata. Dai cortei contro lo sgombero di Askatasuna alle mobilitazioni per la Palestina, passando per le manifestazioni ambientaliste e le proteste territoriali, si moltiplicano gli episodi in cui i lacrimogeni vengono utilizzati come strumenti offensivi anziché di dispersione.

Nel frattempo il governo continua a percorrere una direzione opposta rispetto a quella indicata dalla magistratura e dagli organismi internazionali.

Mentre le procure aprono inchieste e cercano di accertare responsabilità per l’uso illegittimo della forza, l’esecutivo rafforza gli strumenti di protezione preventiva delle forze dell’ordine attraverso i decreti sicurezza, continua a opporsi all’introduzione dei codici identificativi e rifiuta di adottare regole chiare e pubbliche sull’impiego dei mezzi di coercizione.

Le vicende di Marco Basoccu e di Lince dimostrano che non siamo davanti a casi eccezionali. Siamo davanti a un problema strutturale che riguarda il modo in cui viene gestito l’ordine pubblico in Italia.

Per questo non basta attendere le decisioni dei tribunali. È arrivato il momento di introdurre codici identificativi obbligatori per tutti gli agenti impiegati nei servizi di ordine pubblico, di rendere pubblici i protocolli operativi sull’uso della forza e di vietare definitivamente l’impiego dei lacrimogeni con modalità che possano trasformarli in armi capaci di mutilare o uccidere.

Perché in una democrazia non può essere considerato normale uscire di casa per assistere a una partita o partecipare a una manifestazione e rischiare di essere colpiti alla testa da un proiettile sparato da chi dovrebbe garantire la sicurezza di tutti.

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