Diciotto richieste di domiciliari per le proteste in solidarietà con la Palestina e contro la guerra: dalla Procura un’accelerazione che anticipa il nuovo pacchetto sicurezza e colpisce giovani, studenti e seconde generazioni
Torino torna a essere un banco di prova. Non solo delle mobilitazioni sociali, ma delle nuove forme di repressione che il governo Meloni sta cercando di portare a sistema. Le ultime mosse della Procura torinese, guidata da Giovanni Bombardieri, parlano chiaro: la città viene utilizzata come laboratorio anticipatore di un modello securitario che mira a criminalizzare il dissenso politico, soprattutto quello giovanile, studentesco e solidale con la Palestina.
Sono diciotto le richieste di misure cautelari notificate nelle ultime ore ad altrettanti manifestanti per le proteste dell’autunno scorso. Diciotto interrogatori preventivi fissati dal gip, a fronte di una richiesta di domiciliari avanzata dalla Procura. I reati contestati – danneggiamento, violenza privata aggravata, resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale – ricoprono un arco di iniziative concentrate in poche settimane, tra fine settembre e fine novembre: un periodo segnato dalle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, dal tentativo della Global Sumud Flotilla di raggiungere le coste palestinesi e da una stagione di scioperi e cortei che ha attraversato tutta Italia.
Nel mirino finiscono azioni diverse ma accomunate da un chiaro segno politico: il blocco dei binari a Porta Nuova e Porta Susa, l’occupazione dell’autostrada Torino-Milano, il tentativo di raggiungere la pista dell’aeroporto di Caselle, l’irruzione alle Officine Grandi Riparazioni durante l’Italian Tech Week di John Elkann – con la presenza annunciata di Ursula von der Leyen e Jeff Bezos – fino agli ingressi simbolici nella sede della Leonardo e del quotidiano La Stampa. Episodi che la Procura ricompone in un unico impianto accusatorio, leggendo due mesi di conflitto sociale come una sequenza di fatti penalmente rilevanti da reprimere con la massima durezza.
La narrazione giudiziaria insiste su numeri, danni economici e agenti feriti – perfino una “anguria scagliata” viene elevata a elemento centrale – mentre scompare del tutto il contesto politico: la denuncia pubblica delle complicità industriali e istituzionali con la guerra, la critica alle forniture militari, il rifiuto di normalizzare incontri di potere “durante un genocidio”. Il messaggio è semplice: la piazza non è più spazio di conflitto legittimo, ma terreno di punizione esemplare.
Ancora più grave è l’accanimento contro i giovanissimi. In questi mesi a Torino si sono moltiplicate misure cautelari contro studenti e minorenni, alcuni dei quali costretti a vivere agli arresti domiciliari con limitazioni pesantissime: accompagnamento obbligatorio a scuola da parte dei genitori, compressione del diritto allo studio, isolamento dalla socialità. Una responsabilità preventiva che colpisce prima ancora che un processo stabilisca i fatti. Non si puniscono singoli reati: si tenta di spezzare l’autonomia, la formazione politica e la vivacità di una generazione che non ha accettato la propaganda razzista e le provocazioni di estrema destra mascherate da “ordine pubblico”.
Non è un caso che, parallelamente, in diverse scuole torinesi si siano registrati volantinaggi di Gioventù Nazionale davanti agli ingressi, mentre la repressione si concentra selettivamente su studenti, seconde generazioni e ragazzi non bianchi. La stessa logica emerge nell’operazione “riot” che ha colpito otto minorenni dopo le manifestazioni del 3 ottobre: un’azione mirata, che isola una composizione precisa del movimento per costruire una narrazione emergenziale e razzializzata. I “maranza”, come li chiamano senza imbarazzo governo e media, diventano il bersaglio perfetto di un accanimento penale che parla il linguaggio del nuovo pacchetto sicurezza.
Torino anticipa così le linee guida della stretta repressiva nazionale: zone rosse, poteri ampliati per questori e polizia, perquisizioni preventive, fermi fino a dodici ore disposti direttamente dalle forze dell’ordine, sanzioni amministrative fino a 20mila euro per chi devia un corteo o pratica disobbedienza civile. Un diritto penale sempre più amministrativo e preventivo, che riduce le garanzie e colpisce prima ancora che si possa difendere.
In questo quadro, i casi Shahin, Hannoun, le inchieste sui fondi alla Palestina, le misure contro i movimenti climatici non sono episodi isolati, ma tasselli di un disegno coerente. A Torino questo disegno viene testato, raffinato, spinto in avanti. Per questo l’udienza del riesame del 20 gennaio e la mobilitazione solidale attorno ai ragazzi colpiti non riguardano solo una città o un procedimento giudiziario: parlano a tutto il Paese.
Se Torino è davvero un laboratorio, allora ciò che accade oggi sotto la Mole rischia di diventare domani la normalità ovunque. E quando la repressione viene sperimentata sui giovani, sugli studenti, su chi prova a disturbare l’ordine della guerra e del profitto, significa che il confine è già stato spostato molto più in là.
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