Torino: Cinque milioni e mezzo per assediare Askatasuna


I soldi ci sono, ma solo per la repressione. Mentre sanità, casa e servizi pubblici vengono definiti “senza copertura”, il governo ha già speso oltre 5,5 milioni di euro per militarizzare il quartiere Vanchiglia di Torino. La sicurezza continua a divorare risorse che potrebbero essere destinate ai diritti sociali.

Cinque milioni e mezzo di euro in sei mesi. Quasi un milione al mese per mantenere militarizzato il quartiere Vanchiglia di Torino. È questa la cifra, resa nota dal sindacato di polizia SIAP, spesa dal Ministero dell’Interno per presidiare l’area dell’ex centro sociale Askatasuna dopo lo sgombero dello scorso dicembre.

Sono quasi trentamila i turni delle forze dell’ordine impiegati per presidiare il cosiddetto “fortino” di Vanchiglia. A questi si aggiungono oltre 300 mila euro sostenuti dal Comune di Torino per blindare lo stabile, murarne gli accessi e impedirne la rioccupazione.

Numeri che raccontano molto più di una semplice operazione di ordine pubblico. Raccontano la scala delle priorità di un governo che continua a ripetere che non esistono risorse per la sanità pubblica, per la scuola, per le case popolari, per il welfare e per il sostegno alle fasce sociali più fragili, ma che trova senza esitazioni milioni di euro quando si tratta di militarizzare un quartiere e trasformare uno spazio sociale in un simbolo della propria politica repressiva.

La domanda è semplice: quanti servizi si sarebbero potuti finanziare con cinque milioni e mezzo di euro?

Quante case popolari si sarebbero potute ristrutturare? Quanti educatori di strada, operatori sociali, mediatori culturali, progetti per i giovani, interventi di manutenzione urbana si sarebbero potuti realizzare?

Paradossalmente, il progetto elaborato negli anni scorsi per recuperare dal basso il piano terra e il giardino dello stabile sarebbe costato meno di centomila euro. Lo Stato ha preferito spenderne quasi sessanta volte tanto per murare un edificio e mantenerlo sotto assedio permanente.

È la fotografia più nitida della trasformazione dello Stato sociale in Stato penale.

Laddove vengono tagliati i servizi, aumentano polizia, telecamere, zone rosse, recinzioni, blindati e presìdi permanenti. Il conflitto sociale non viene affrontato sul terreno politico, ma amministrato come un problema di ordine pubblico. Le periferie non ricevono investimenti: ricevono pattuglie.

Quella di Askatasuna non è più soltanto una vicenda torinese. È diventata il laboratorio di una precisa idea di governo, nella quale la repressione sostituisce il confronto politico e il dissenso viene trattato come una minaccia da contenere militarmente.

Il dato economico diffuso dal SIAP smonta anche un’altra narrazione. Se davvero Askatasuna fosse stata una realtà marginale, isolata e ormai sconfitta, non ci sarebbe stato alcun bisogno di impiegare quasi trentamila turni di polizia e spendere milioni di euro per presidiare poche centinaia di metri quadrati.

La verità è che la mobilitazione di questi mesi ha prodotto un effetto opposto a quello immaginato dal Viminale. Cortei partecipati, iniziative quotidiane, una presenza costante nel quartiere hanno impedito che lo sgombero si trasformasse nella dimostrazione di forza annunciata da Piantedosi. Al contrario, hanno costretto lo Stato a mantenere un dispositivo eccezionale, economicamente sempre più oneroso e politicamente sempre più difficile da giustificare.

Non è un caso che proprio i sindacati di polizia abbiano iniziato a lamentare i costi dell’operazione. Quelle cifre certificano il fallimento di una strategia fondata esclusivamente sulla forza. Perché un presidio permanente di queste dimensioni non può durare indefinitamente senza drenare risorse enormi e sottrarre personale ad altri servizi.

La vicenda di Askatasuna conferma una lezione che in Italia conosciamo da tempo. Ogni volta che lo Stato sceglie la militarizzazione come unica risposta ai conflitti sociali, finisce per alimentare un’escalation di costi economici, politici e democratici.

Lo abbiamo visto in Val di Susa, dove decenni di occupazione militare hanno assorbito centinaia di milioni di euro. Lo vediamo oggi a Torino, dove un intero quartiere vive da mesi sotto un dispositivo di sicurezza permanente.

Il problema non è soltanto quanto costa la repressione. Il problema è ciò che viene sacrificato per finanziarla.

Ogni euro speso per blindare Askatasuna è un euro sottratto alla scuola pubblica, alla sanità, alle politiche abitative, ai servizi sociali, alla cultura, alla prevenzione del disagio.

È la rappresentazione plastica di un modello di governo che considera il welfare un costo e la repressione un investimento.

Non è un caso isolato. È la stessa logica che attraversa i decreti sicurezza, l’aumento delle spese militari, il rafforzamento degli apparati coercitivi, la costruzione di nuove carceri e l’estensione dei poteri di polizia.

Alla domanda “non ci sono soldi”, la risposta ormai è evidente: i soldi ci sono. Semplicemente, vengono destinati a costruire uno Stato sempre più armato e penale e sempre meno sociale.

Per questo la questione Askatasuna non riguarda soltanto Torino. Riguarda il modello di società che il governo sta costruendo: uno Stato che investe nella repressione molto più di quanto investa nella giustizia sociale. Un modello in cui la sicurezza diventa l’alibi per sottrarre risorse ai diritti e trasferirle agli apparati del controllo.


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