La polizia carica i manifestanti davanti al Parlamento mentre cresce la “Rivoluzione dei fenicotteri”. Da due mesi migliaia di persone chiedono le dimissioni del governo Rama e la cancellazione delle leggi che favoriscono speculazione e devastazione ambientale.
L’Albania continua a ribellarsi. E la risposta del governo di Edi Rama è ancora una volta quella che troppo spesso i governi riservano ai movimenti popolari: repressione, idranti e arresti.
Nella giornata di oggi (2 luglio), davanti al Parlamento di Tirana, si sono verificati nuovi e duri scontri tra manifestanti e forze di polizia. Gli agenti hanno utilizzato idranti e gas lacrimogeni per disperdere la folla e diversi attivisti sono stati fermati. In serata, un presidio spontaneo si è formato davanti a un commissariato della capitale per chiedere l’immediata liberazione degli arrestati.
La mobilitazione, però, non si ferma.
«Non si può più andare avanti così con un governo corrotto, con un Parlamento che non svolge più il proprio ruolo», ha dichiarato dal presidio Alfred Bushi di Levizja Bashkë, annunciando la prosecuzione delle proteste quotidiane e una nuova manifestazione nazionale prevista per il 4 luglio.
Le rivendicazioni sono chiare: dimissioni del governo e del primo ministro Edi Rama, abrogazione delle leggi che consentono l’espropriazione dei territori e cancellazione della normativa sugli “investimenti strategici”, considerata dai movimenti uno strumento per consegnare beni comuni e aree protette agli interessi dei grandi investitori.
La protesta è iniziata oltre due mesi fa per fermare un progetto che prevede la realizzazione di un gigantesco resort turistico sull’isola di Sazan e nella zona di Zvërnec e della laguna di Vjosa-Narta, uno degli ecosistemi più preziosi dei Balcani, habitat di fenicotteri, tartarughe marine e decine di specie protette.
Dietro il progetto c’è la società del genero di Donald Trump, Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, che attraverso il suo fondo di investimento ha ottenuto il via libera del governo albanese per un’operazione immobiliare da oltre un miliardo di euro. Il progetto ha ricevuto lo status di “investimento strategico”, una procedura accelerata che, secondo i critici, aggira tutele ambientali e riduce il controllo pubblico.
Ma in queste settimane la protesta si è trasformata in qualcosa di più grande. Quella che molti media internazionali hanno già ribattezzato “Rivoluzione dei fenicotteri” è diventata un movimento contro la corruzione, contro la privatizzazione dei beni comuni e contro un modello di sviluppo fondato sulla svendita del territorio al miglior offerente. Migliaia di persone, molte delle quali giovani e appartenenti alla diaspora albanese, sono tornate nel paese per partecipare alle mobilitazioni.
Le parole d’ordine delle piazze di Tirana sono cambiate: “L’Albania non è in vendita“, “Vogliamo una nuova Albania“, “Rama dimettiti“.
La protesta, inoltre, ha ricevuto un inatteso sostegno anche a livello europeo. Una missione del Parlamento europeo ha espresso forti preoccupazioni sul progetto immobiliare e ha avvertito che la distruzione di aree protette e il mancato rispetto delle norme ambientali europee potrebbero mettere a rischio il percorso di adesione dell’Albania all’Unione europea. Alcuni eurodeputati hanno parlato apertamente di “capitalismo predatorio” e chiesto la sospensione dei lavori.
Di fronte a questa mobilitazione popolare, il governo ha scelto la strada della chiusura. Anziché aprire un confronto con i manifestanti, ha preferito difendere un progetto sempre più contestato e rispondere alle piazze con la forza. Gli idranti e gli arresti di oggi rappresentano l’ennesimo tentativo di contenere un movimento che, nonostante due mesi di proteste e la stanchezza accumulata, continua a mostrare una sorprendente capacità di resistenza.
È una dinamica che abbiamo visto in molti altri paesi: quando la difesa del territorio, dell’ambiente e dei beni comuni si trasforma in critica complessiva del modello politico ed economico dominante, il dissenso viene trattato come un problema di ordine pubblico.
Ma le immagini che arrivano da Tirana raccontano anche altro. Raccontano di una società che non accetta più che un’isola, una laguna protetta e un intero patrimonio naturale vengano sacrificati agli interessi di pochi. Raccontano di migliaia di persone che non si riconoscono più in un sistema politico percepito come corrotto e distante. Raccontano di un paese che rifiuta di essere trasformato in un gigantesco terreno di speculazione per oligarchi, fondi d’investimento e grandi interessi immobiliari.
Per questo la repressione di oggi merita una ferma condanna. Difendere l’ambiente, opporsi alla privatizzazione dei beni comuni, contestare decisioni politiche e chiedere le dimissioni di un governo sono diritti democratici fondamentali. Nessun idrante e nessun arresto possono cancellare la legittimità di queste rivendicazioni.
La mobilitazione albanese pone una domanda che riguarda tutta l’Europa: chi decide il destino dei territori? Le comunità che li abitano o gli interessi economici e finanziari che li considerano soltanto una merce?
A Tirana, da due mesi, migliaia di persone stanno provando a dare una risposta. E, nonostante la repressione, continuano a ripetere che l’Albania non è in vendita.
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