Una studentessa di 17 anni segnalata ai servizi sociali dopo la partecipazione un sit-in di solidarietà per gli operai di Montemurlo. Studenti, docenti e sindacato parlano di intimidazione e discriminazione
Per mesi – anni, ormai – si ripete la stessa litania: le nuove generazioni sarebbero chiuse nella loro bolla digitale, disinteressate alla politica, incapaci di partecipare alla vita pubblica. Si organizzano talk show, si moltiplicano editoriali sulla “generazione smarrita”, si invocano più educazione civica e più senso di responsabilità. Poi, però, quando una ragazza di 17 anni decide di uscire davvero dalla bolla e scendere in piazza per esprimere solidarietà ai lavoratori, succede qualcosa di diverso. Non viene lodata per l’impegno. Viene segnalata ai servizi sociali.
È quanto accaduto a Firenze, al liceo Machiavelli-Capponi. Una studentessa è stata segnalata dopo aver partecipato, l’8 novembre scorso, a un sit-in in piazza Duomo davanti al negozio Patrizia Pepe. L’iniziativa era stata organizzata per sostenere gli operai della stireria L’Alba di Montemurlo e per chiedere al marchio di aprire un confronto sulle condizioni di lavoro nella filiera collegata all’azienda. Una protesta pubblica, pacifica, su un tema – quello dei diritti dei lavoratori nella filiera della moda – che attraversa da tempo il dibattito nazionale.
Nei mesi successivi, però, la ragazza è stata convocata insieme ai genitori, sottoposta a verifiche domiciliari e invitata a non partecipare più a manifestazioni. Un percorso che ha il sapore della messa sotto osservazione. E che ha immediatamente suscitato reazioni forti.
Il sindacato Sudd Cobas, studenti e docenti parlano apertamente di atto intimidatorio. La giovane non era l’unica presente al presidio, e le diverse realtà coinvolte denunciano una possibile discriminazione legata alle sue origini marocchine. È un elemento che pesa, perché se la partecipazione a una protesta diventa oggetto di segnalazione selettiva, il messaggio che passa è chiaro: non tutti sono uguali quando si tratta di esercitare un diritto.
Davanti al liceo si è già svolto un presidio di solidarietà. Centinaia di firme sono state raccolte tra studenti e insegnanti. Il collettivo studentesco ha annunciato un’assemblea pubblica per il 1° marzo. Segno che la vicenda non è percepita come un episodio isolato, ma come un precedente pericoloso.
Il punto non è soltanto la segnalazione in sé, ma il clima in cui avviene. Viviamo un tempo in cui la parola “sicurezza” è diventata un contenitore elastico, capace di includere anche la gestione del dissenso. In cui il conflitto sociale viene trattato sempre più spesso come una questione di ordine pubblico. In cui si moltiplicano norme che rendono più costosa e rischiosa la partecipazione alle manifestazioni. In questo contesto, il caso della studentessa fiorentina assume un significato che va oltre la singola storia.
Perché cosa stiamo dicendo alle nuove generazioni? Da un lato le accusiamo di passività, di vivere solo sui social, di non avere ideali. Dall’altro, quando scelgono di impegnarsi, di solidarizzare con lavoratori in lotta, di prendere parola nello spazio pubblico, reagiamo con strumenti di controllo e segnalazione. È una contraddizione evidente.
La partecipazione civica, soprattutto in età adolescenziale, è tradizionalmente considerata un momento di crescita. Le scuole stesse parlano di educazione alla cittadinanza, di spirito critico, di consapevolezza sociale. Ma se un sit-in pacifico per chiedere trasparenza nella filiera produttiva si traduce in convocazioni, verifiche domiciliari e inviti a “non partecipare più”, il messaggio educativo si rovescia: meglio restare a casa.
C’è poi il tema della possibile discriminazione. Le organizzazioni che seguono il caso sottolineano che la giovane non era sola al presidio. Se davvero la segnalazione ha colpito solo lei, e se le sue origini marocchine hanno avuto un peso implicito o esplicito nella valutazione, siamo di fronte a un problema ancora più grave. Perché il diritto di manifestare è universale o non è. E la cittadinanza non può essere graduata in base alle origini.
La questione, dunque, non riguarda soltanto un episodio locale. Riguarda il modo in cui lo Stato e le istituzioni guardano alla partecipazione giovanile. In un Paese che si interroga continuamente sull’astensionismo degli under 35, sulla distanza tra giovani e politica, sulla difficoltà di coinvolgerli, la risposta non può essere la sorveglianza.
La solidarietà verso lavoratori che denunciano condizioni critiche nella filiera produttiva non è un reato. È un gesto politico, certo. Ma la politica, in democrazia, non è un crimine. È uno spazio di confronto. Se quello spazio viene ristretto, se la protesta viene trattata come devianza, se l’impegno viene letto come problema, il rischio è di spingere davvero le nuove generazioni verso il disincanto e il silenzio.
Il presidio davanti al liceo e l’assemblea annunciata per il 1° marzo mostrano invece un’altra possibilità: quella di trasformare un atto percepito come intimidatorio in un momento di discussione pubblica. Perché la questione è semplice e insieme decisiva: vogliamo giovani spettatori o giovani cittadini? Se li vogliamo cittadini, dobbiamo accettare che parlino, che protestino, che prendano posizione. Anche – e soprattutto – quando non ci piace.
Altrimenti continueremo a lamentarci della loro “bolla”, salvo poi costruirne una attorno a loro ogni volta che provano a uscirne.
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti
sul canale telegram e canale WhatsApp


