Strage nazifascista di Sant’Anna, multe agli antifascisti che contestano l’alleanza con l’ex CasaPound


Nel luogo della strage nazifascista del 1944, sanzioni fino a 10mila euro per la protesta contro Mario Pardini, contestato per avere come vicesindaco Fabio Barsanti, proveniente da CasaPound

«Sulla soglia di ogni giorno / Anche quel giorno venne notte». Con queste parole gli Esterina ricordano in 12 agosto una delle pagine più terribili dell’occupazione nazifascista dell’Italia. Il 12 agosto 1944 reparti della 16ª Divisione SS Panzergrenadier “Reichsführer-SS” raggiunsero Sant’Anna di Stazzema e le borgate circostanti e massacrarono 560 persone, in grandissima parte civili, tra cui circa 130 bambini. Le ricerche storiche e giudiziarie hanno ricostruito anche il ruolo avuto da fascisti locali nell’accompagnare le SS attraverso sentieri e mulattiere verso il paese. Nel messaggio pronunciato per l’82° anniversario, anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato esplicitamente che la strage fu compiuta «con la complicità dei fascisti».

Proprio la memoria del fascismo e il significato politico dell’antifascismo sono stati al centro della contestazione avvenuta la mattina dello scorso 12 agosto, quando militanti dei collettivi lucchesi Giovane Grido e FAUST – Fronte Autonomo Studenti Territorialisti hanno raggiunto la strada che conduce al sacrario per contestare la presenza del sindaco di Lucca Mario Pardini alla cerimonia ufficiale. Lo striscione esposto sintetizzava il senso dell’iniziativa: «Pardini: il vice fascista hai voluto, qui non sei il benvenuto». Le cronache locali confermano che il presidio era rivolto specificamente contro il primo cittadino lucchese e che quest’ultimo, dopo la contestazione, è comunque riuscito a raggiungere Sant’Anna e a partecipare alla commemorazione.

Il riferimento dello striscione era a Fabio Barsanti, oggi vicesindaco di Lucca, proveniente da una lunga militanza in CasaPound e successivamente promotore della lista Difendere Lucca. Alle amministrative del 2022 Barsanti ottenne personalmente il 9,46 per cento come candidato sindaco; le liste che lo sostenevano si apparentarono poi al ballottaggio con Pardini, che vinse per poche centinaia di voti con il 51,03 per cento. La documentazione del ministero dell’Interno registra tra le liste collegate a Pardini al secondo turno proprio Difendere Lucca e Centrodestra per Barsanti. In passato lo stesso Barsanti si era definito «fascista del terzo millennio».

Era questa la contraddizione politica che Giovane Grido e FAUST intendevano rendere visibile: la presenza alla commemorazione di una strage compiuta dalle SS con la collaborazione dei fascisti locali di un sindaco che ha costruito la propria maggioranza anche attraverso l’accordo politico con un esponente proveniente da CasaPound. Si può naturalmente discutere la modalità della contestazione, ma è difficile sostenere che mancasse un contenuto politico direttamente collegato al significato del luogo e della commemorazione.

Secondo quanto successivamente precisato dai due collettivi, l’intenzione non sarebbe stata quella di impedire l’accesso generale a Sant’Anna. Nel comunicato diffuso dopo l’iniziativa, Giovane Grido e FAUST hanno rivendicato la scelta di contestare specificamente Pardini e hanno insistito sulla necessità di sottrarre l’antifascismo alla dimensione puramente cerimoniale. La loro versione contesta dunque la rappresentazione dell’azione come un blocco indiscriminato della commemorazione. Le fonti giornalistiche concordano comunque sul fatto essenziale: Pardini fu contestato e temporaneamente fermato lungo la strada, ma riuscì successivamente a raggiungere il sacrario.

Ora quella protesta presenta il conto. A due persone indicate come organizzatrici sarebbero state notificate sanzioni amministrative per violazione dell’articolo 18 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, contestando il mancato preavviso della manifestazione. Con l’inasprimento introdotto dalla più recente legislazione sulla sicurezza, la conseguenza economica può raggiungere diverse migliaia di euro. Ancora una volta una protesta politica di dimensioni limitate viene quindi affrontata attraverso uno degli strumenti che stanno caratterizzando la nuova stagione repressiva: non necessariamente un processo penale, ma una sanzione amministrativa sufficientemente pesante da produrre comunque un forte effetto intimidatorio.

È un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi. La cosiddetta depenalizzazione viene normalmente presentata come un arretramento del potere punitivo: una condotta cessa di essere reato e viene trasformata in illecito amministrativo. Ma quando contemporaneamente vengono moltiplicati gli importi delle sanzioni, il risultato può essere molto diverso. Il procedimento penale, per quanto gravoso, impone l’accertamento della responsabilità davanti a un giudice e mette a disposizione dell’imputato un sistema articolato di garanzie. La sanzione amministrativa arriva invece direttamente al destinatario, che deve decidere se pagarla oppure investire tempo, risorse economiche e assistenza legale per contestarla.

È quella che abbiamo più volte definito amministrativizzazione della repressione. Non significa rinunciare a punire, ma costruire una modalità più rapida e capillare di governo del conflitto. Le multe possono essere applicate a decine o centinaia di persone, producono immediatamente un rischio economico e consentono di intervenire su condotte che appartengono alla fisiologia stessa della mobilitazione politica: un corteo spontaneo, una deviazione dal percorso, un presidio, un blocco, uno striscione, una manifestazione non comunicata preventivamente.

Il caso di Sant’Anna assume un significato ancora più problematico perché la contestazione riguardava precisamente il rapporto tra memoria istituzionale e antifascismo concreto. Le commemorazioni delle stragi nazifasciste rischiano infatti di essere progressivamente neutralizzate quando vengono trasformate in cerimonie alle quali chiunque può partecipare senza che le proprie scelte politiche presenti siano sottoposte a critica. Ricordare Sant’Anna non significa soltanto deporre una corona davanti alle vittime del 1944. Significa interrogarsi sulle responsabilità del fascismo, sulla collaborazione italiana allo sterminio e sulla legittimazione politica contemporanea di organizzazioni e culture che a quella storia continuano esplicitamente a richiamarsi.

Proprio per questo la contestazione a Pardini non può essere liquidata come una provocazione estranea alla commemorazione. La storia politica di Barsanti e il suo precedente ruolo in CasaPound non sono invenzioni dei manifestanti. Il suo peso nella costruzione della coalizione che nel 2022 portò Pardini alla guida di Lucca è documentato dai risultati elettorali e dall’apparentamento ufficiale del secondo turno. La domanda posta dagli attivisti era quindi eminentemente politica: quanto può essere credibile un antifascismo istituzionale che celebra le vittime del fascismo senza mettere in discussione le alleanze costruite, nel presente, con chi proviene da quell’area politica?

La risposta dello Stato non entra nel merito di questa contraddizione. La traduce nel linguaggio dell’ordine pubblico: preavviso, organizzatori, verbali, sanzioni. È precisamente questa trasformazione che rende il caso significativo oltre i confini di Lucca. Negli ultimi mesi abbiamo visto utilizzare multe di migliaia di euro contro presidi, cortei, blocchi stradali e iniziative di solidarietà con la Palestina; recuperare persino la contestazione delle “grida sediziose”; ampliare i fermi preventivi e utilizzare fogli di via e misure di prevenzione nei confronti di attivisti politici. La repressione amministrativa consente di intervenire molto prima e molto più diffusamente di quanto sarebbe possibile attraverso il solo diritto penale.

A Sant’Anna di Stazzema questa macchina arriva fino a una protesta antifascista organizzata nel luogo simbolo di uno dei più sanguinosi massacri compiuti dalle SS e dai loro collaboratori italiani. Ed è difficile non cogliere il paradosso: mentre l’antifascismo viene celebrato nelle commemorazioni ufficiali come fondamento storico della Repubblica, la sua pratica conflittuale viene sottoposta agli strumenti sempre più onerosi dell’ordine pubblico.

Il problema, allora, non è stabilire chi possieda il monopolio della memoria di Sant’Anna. È impedire che quella memoria venga separata dalla storia che dovrebbe trasmettere. Le 560 persone massacrate il 12 agosto 1944 non morirono per una generica esplosione di violenza, ma dentro una guerra nazista di occupazione alla quale il fascismo italiano partecipò attivamente. Trasformare quella storia in una commemorazione depoliticizzata, mentre chi denuncia le continuità e le ambiguità del presente viene raggiunto da multe potenzialmente pesantissime, significa svuotare progressivamente l’antifascismo del suo significato concreto. La memoria della Resistenza non può diventare un rito istituzionale innocuo proprio mentre l’antifascismo praticato nello spazio pubblico viene trattato come un problema di ordine pubblico.


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