Strage di Pasqua nel Mediterraneo: oltre 70 dispersi

Un barcone partito dalla Libia si ribalta alla vigilia di Pasqua: 32 sopravvissuti, due corpi recuperati e decine di persone scomparse. Le autorità erano informate ma non sono intervenute

Alla vigilia di Pasqua un altro naufragio nel Mediterraneo centrale ha fatto decine di vittime. Un barcone partito da Tajoura, in Libia, con circa 105 persone a bordo si è ribaltato in mare a causa delle condizioni meteo avverse. Il bilancio è drammatico: 32 sopravvissuti, due corpi recuperati e oltre 70 persone disperse.

I superstiti sono stati soccorsi dopo ore passate in acqua, aggrappati ai resti dell’imbarcazione, e trasportati a Lampedusa. Sono in stato di shock. Hanno raccontato di aver visto decine di persone scomparire tra le onde, una dopo l’altra.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dall’inizio dell’anno le vittime sulla rotta del Mediterraneo centrale sono già centinaia. Un numero che cresce nonostante la diminuzione degli arrivi, segno che i viaggi sono diventati più pericolosi.

La ricostruzione dei fatti è chiara. Il barcone si è capovolto. I soccorsi non sono arrivati in tempo. Quando le navi mercantili sono intervenute, l’imbarcazione era già affondata. I sopravvissuti si erano salvati da soli, restando per ore in mare aperto.

A individuare la scena è stato anche il velivolo Seabird 2 della ong Sea-Watch. Dall’alto si vedevano persone in acqua, altre aggrappate allo scafo, e già alcuni corpi senza vita.

Due navi mercantili, Saavedra Tide e Ievoli Grey, hanno lanciato zattere di salvataggio e recuperato i superstiti. Solo la mattina di Pasqua i 32 sopravvissuti e i due cadaveri sono arrivati a Lampedusa.

Il punto più grave è un altro. Secondo le informazioni disponibili, le autorità italiane, maltesi e europee erano a conoscenza della presenza dell’imbarcazione in difficoltà. Nonostante questo, non c’è stato un intervento immediato. Questo è ciò che trasforma un naufragio in una responsabilità politica.

Non si tratta di un evento imprevedibile. Le partenze dalla Libia sono note, le condizioni del mare erano critiche, l’imbarcazione era in difficoltà. Tutti elementi che richiedevano un sistema di soccorso rapido e coordinato che non c’è stato.

Nel frattempo, il Mediterraneo continua a essere una delle rotte più letali al mondo. Secondo Save the Children, dal 2014 sono quasi 34.500 le persone morte o disperse nel tentativo di raggiungere l’Europa. Tra loro anche centinaia di bambini ogni anno.

Le organizzazioni umanitarie insistono su un punto preciso: senza un sistema europeo strutturato di ricerca e soccorso e senza vie legali di ingresso, queste morti continueranno.

La Comunità di Sant’Egidio chiede il rafforzamento delle operazioni di salvataggio e l’apertura di corridoi umanitari, che negli ultimi anni hanno permesso a migliaia di persone di arrivare in sicurezza senza passare dal mare.

Ma la direzione politica resta diversa. Si continua a investire su respingimenti, esternalizzazione dei controlli, accordi con la Libia. Misure che non impediscono le partenze ma aumentano il rischio dei viaggi. La strage di Pasqua non è un’eccezione. È la conseguenza diretta di questo modello. Meno soccorsi, più morti.

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