Confermata la responsabilità dell’Italia per il naufragio del 3 ottobre: il ritardo nei soccorsi costò la vita a centinaia di persone. La sentenza fissa un principio destinato a incidere anche sui casi futuri
La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la responsabilità dello Stato italiano per la strage del 3 ottobre 2013, uno dei naufragi più gravi nella storia recente del Mediterraneo.
Respinto il ricorso degli imputati, la sentenza d’appello è stata confermata: per quella tragedia – in cui morirono centinaia di persone, tra cui decine di bambini – l’Italia non intervenne in tempo, nonostante fosse possibile farlo.
Il punto centrale è questo: il soccorso era possibile, ma arrivò con cinque ore di ritardo. Quel ritardo è stato giudicato determinante. Secondo i giudici, la Guardia costiera e la Guardia di finanza avrebbero potuto intervenire prima e salvare molte vite. Non lo fecero. E quelle ore furono fatali.
L’imputazione era di omicidio colposo plurimo. Le pene nei confronti dei due ufficiali imputati non saranno eseguite per intervenuta prescrizione, ma il principio stabilito dalla Cassazione resta. Ed è un principio decisivo.
Per la prima volta viene affermato in modo netto che il mancato soccorso in mare è una responsabilità giuridica, non una valutazione discrezionale. Non si tratta di una scelta politica. È un obbligo.
La sentenza fissa un punto che va oltre il singolo caso. Stabilisce che, in presenza di persone in pericolo, lo Stato ha il dovere di intervenire senza ritardi. E che non farlo comporta responsabilità penale. Questo ha conseguenze immediate. Il principio può incidere su altri procedimenti in corso, a partire dal processo per la strage di Cutro, e più in generale su tutte le situazioni in cui il soccorso viene ritardato, limitato o ostacolato.
Il significato è chiaro: non solo il mancato soccorso è illegittimo, ma anche qualsiasi politica che lo ostacoli entra in conflitto con il diritto. Su questo punto è intervenuto anche Giovanni Zaccaro, segretario della corrente della magistratura Area Democratica per la Giustizia, sottolineando che lasciare morire persone in mare significa compromettere la dignità dello Stato e dell’Europa.
La sentenza arriva dopo tredici anni. Troppo tardi per le vittime. Ma il suo valore non è simbolico. È giuridico. In un contesto in cui le politiche migratorie europee si sono orientate verso il contenimento degli arrivi, la riduzione dei soccorsi e l’esternalizzazione dei controlli, questa decisione introduce un limite preciso: il diritto alla vita non può essere subordinato alla gestione delle frontiere. Da oggi, quel limite è scritto anche nelle sentenze. E questo cambia il quadro.
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