Diciannove migranti, tra cui bambini, uccisi da freddo e carburante dopo giorni in mare: non è una tragedia naturale ma il risultato delle politiche di respingimento, dell’assenza di soccorsi e della complicità tra Unione Europea e Libia
Non è il mare a uccidere. Non è il vento, non è il freddo, non è la tempesta. È la frontiera. È la politica. È la scelta deliberata di trasformare il Mediterraneo in un confine letale.
L’ennesima strage si è consumata al largo di Lampedusa. Almeno diciannove persone sono morte dopo due giorni trascorsi alla deriva su un barcone partito dalla Libia. Uccise dall’ipotermia, intossicate dai fumi del carburante, consumate lentamente mentre restavano aggrappate a un relitto che era già diventato una bara galleggiante. Tra loro ci sono anche bambini. Uno, di appena un anno, è sopravvissuto. Sua madre, probabilmente, no.
Quando la Guardia costiera ha raggiunto l’imbarcazione, nella notte, si è trovata davanti a una scena che è ormai la normalità lungo questa rotta: vivi e morti insieme, corpi senza vita accanto a persone in stato di semi-incoscienza, un’umanità sospesa tra sopravvivenza e morte. Cinquantotto i superstiti, sette ricoverati in condizioni gravi. Gli altri trasferiti nell’hotspot di contrada Imbriacola.
Non è una tragedia improvvisa. È un sistema. Il barcone era partito da Abu Kammash, in Libia, uno dei punti nevralgici di un traffico che esiste e prospera perché le vie legali sono state chiuse. Quando il mare si è alzato e le temperature sono scese sotto i dieci gradi, quelle persone non avevano alternative. Nessun corridoio umanitario, nessuna missione europea di soccorso, nessuna possibilità di essere salvate in tempo.
Sono morte lentamente, una dopo l’altra. Alcune sono cadute in mare. Altre si sono spente per il freddo. Altre ancora sono state avvelenate dai vapori del carburante. E mentre questo accadeva, l’Europa continuava a difendere le sue frontiere.
Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, nel solo 2026 sono già centinaia le persone morte lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Numeri che non raccontano tutto, perché molti naufragi non lasciano traccia, molti corpi non vengono mai ritrovati.
Questa strage non è isolata. Nelle stesse ore altri morti si contano nell’Egeo, al largo della Turchia, e davanti alle coste tunisine. È una sequenza continua, una catena di morte che attraversa tutto il Mediterraneo e oltre, fino alle paludi della rotta balcanica. Eppure la risposta politica resta la stessa: più controlli, più respingimenti, più repressione.
Le navi delle ONG vengono fermate. I soccorsi ostacolati. Le persone intercettate e riportate in Libia, dove – come documentato da rapporti delle Nazioni Unite – subiscono torture, violenze, sfruttamento sistematico. Un vero e proprio ciclo di abusi che non è una deviazione, ma un modello consolidato. L’Europa finanzia questo sistema. L’Italia ne è uno dei principali ingranaggi. Non si tratta più di omissione. Si tratta di responsabilità diretta.
Quando si impedisce il soccorso, quando si delega la gestione delle migrazioni a milizie e trafficanti, quando si chiudono le vie legali e si costringono le persone a rischiare la vita, la morte non è un incidente. È una conseguenza prevista.
E infatti mentre i corpi arrivavano a Lampedusa, il dibattito politico restava inchiodato alla retorica della sicurezza, ai numeri degli sbarchi, alla propaganda sui “confini da difendere”.
Ma la verità è un’altra.
Queste persone non sono morte perché hanno tentato un viaggio. Sono morte perché non avevano alternative. Perché la libertà di movimento è un privilegio riservato a pochi, mentre per altri è un crimine punito con la morte. Questa è la legge della frontiera.
Una legge non scritta, ma applicata ogni giorno. Una legge che decide chi può vivere e chi può morire. Una legge che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune. E allora bisogna dirlo con chiarezza: non è una tragedia. È una strage politica.
Finché non verranno aperte vie legali e sicure, finché non verrà costruito un sistema europeo di ricerca e soccorso, finché la vita delle persone continuerà a essere subordinata alla difesa dei confini, queste morti continueranno.
E ogni corpo restituito dal mare sarà un’accusa. Contro chi governa. Contro chi decide. Contro chi ha scelto che si può morire così.
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