Stati Uniti, sciopero generale contro l’ICE

Dalle scuole ai porti, una giornata di conflitto sociale mette in discussione le politiche migratorie di Trump

Negli Stati Uniti le proteste contro l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) hanno compiuto un salto qualitativo inusuale per l’epicentro del capitalismo globale: uno sciopero generale nazionale coordinato. L’appello, lanciato da un fronte composito di associazioni studentesche e organizzazioni per i diritti degli immigrati, è stato netto: fermare la quotidianità. Niente scuola, niente consumi, ma partecipazione diretta alle mobilitazioni anti-Ice organizzate a livello locale in tutto il Paese.

L’appello è stato raccolto. Dalle coste dell’Atlantico ai porti del Pacifico, dai magazzini della logistica alle scuole, dagli ospedali alle università e ai musei, una rete diffusa di scioperi e blocchi ha mandato un messaggio politico all’amministrazione di Donald Trump. Non una protesta simbolica, ma una giornata di conflitto sociale che ha saldato settori diversi attorno a un obiettivo dichiarato: fermare le deportazioni, smantellare il sistema dei centri di detenzione e mettere in discussione l’architettura stessa della polizia di frontiera interna.

Le chiusure e le azioni più incisive si sono concentrate nelle città maggiormente colpite dalle operazioni dell’Ice: New York, Chicago, Denver, Portland, Los Angeles e Minneapolis. In Colorado molte scuole hanno sospeso le lezioni per l’assenza di insegnanti e studenti; scene analoghe si sono viste a San Antonio, San Francisco, in Vermont e a Las Vegas.

Lo sciopero nazionale arriva sulla scia di quello organizzato a Minneapolis il 23 gennaio, quando decine di migliaia di persone sono scese in strada e centinaia di attività hanno abbassato le serrande. La parola d’ordine più ripetuta — «Basta raid, basta gabbie» — ha fatto da filo conduttore in un Paese attraversato da una frattura profonda tra un apparato securitario sempre più pervasivo e una società civile che rifiuta di pagare il prezzo umano delle politiche migratorie.

A Minneapolis cortei e picchetti si sono concentrati davanti al Bishop Henry Whipple Federal Building, roccaforte dell’Ice e teatro di manifestazioni quotidiane dall’inizio dell’Operation Metro Surge. In questo contesto, Tom Morello ha tenuto un concerto devolvendo l’intero ricavato alle famiglie di Renée Good e Alex Pretti, entrambi uccisi da agenti federali. Con lui sono saliti sul palco altri membri dei Rage Against the Machine, il chitarrista jazz Al Di Meola e il cantautore Ike Reilly, insieme a un “ospite davvero speciale”: Bruce Springsteen. «È il luogo in cui la gente si è schierata per i propri vicini e per se stessa, per la democrazia e la giustizia. Nessuno verrà a salvarci tranne noi», ha detto Morello.

Alle ragioni della protesta se n’è aggiunta un’altra: l’arresto a Los Angeles del giornalista ed ex conduttore CNN Don Lemon, legato alla copertura di una manifestazione anti-Ice in una chiesa di St. Paul. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato l’incriminazione per reati federali contro i diritti civili; un’accusa che ha sollevato l’allarme di giuristi e difensori del Primo Emendamento, anche alla luce dei precedenti rifiuti giudiziari di autorizzare i mandati.

La repressione passa anche dalla produzione di “verità alternative”. In Minnesota, il procuratore generale Keith Ellison è stato costretto a smentire dichiarazioni federali su presunti accordi con le carceri locali per facilitare le prese in custodia dell’Ice. Sul piano politico, Trump ha abbandonato ogni cautela retorica, arrivando a definire Alex Pretti «un agitatore e, forse, un insurrezionalista».

Il Dipartimento di Giustizia ha infine annunciato l’apertura di un’indagine sui diritti civili per la morte di Pretti, affidata all’FBI. Un cambio di passo formale rispetto alle prime reazioni dell’amministrazione, ridimensionato però come “procedura standard”. Nessuna indagine analoga è stata avviata per l’uccisione di Renée Good.

Secondo le stime del Congressional Budget Office, il dispiegamento di truppe federali in sei città statunitensi lo scorso anno è costato circa 496 milioni di dollari. Un dato che, per i promotori dello sciopero, chiarisce la posta in gioco: non solo politiche migratorie, ma il modello stesso di sicurezza e democrazia negli Stati Uniti.

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