Oltre 400 attivisti sequestrati, 29 italiani fermati, barche assaltate in acque internazionali. Il governo Meloni resta inerme mentre Israele trasforma il Mediterraneo in una zona di guerra contro la solidarietà
Israele ha sparato sulla Global Sumud Flotilla. Questa volta non bastano più le formule prudenti, le richieste di “verifica”, le finzioni diplomatiche con cui i governi occidentali provano ogni volta a coprire l’evidenza. La marina militare israeliana ha assaltato in acque internazionali le ultime imbarcazioni dirette verso Gaza, aprendo il fuoco contro almeno sei barche, tra cui una italiana. Sulla “Girolama”, mentre gli attivisti tenevano le mani alzate, si sentivano le urla: “Why are you shooting? Perché sparate?”. È questa l’immagine che resta: civili disarmati, in mare, sotto tiro da parte di uno Stato che agisce ormai come potenza fuori da ogni diritto.
Il viaggio della Global Sumud Flotilla si è concluso così: con circa settantadue imbarcazioni su settantatré messe fuori uso, oltre 400 persone sequestrate, decine di cittadini europei detenuti e portati verso Ashdod, 29 italiani nelle mani delle autorità israeliane. Una missione umanitaria nata per rompere il blocco illegale di Gaza è stata trattata come un’operazione nemica. Non perché trasportasse armi. Non perché rappresentasse una minaccia militare. Ma perché metteva in discussione l’assedio, denunciava il genocidio e mostrava al mondo che esiste ancora chi prova ad attraversare il mare per portare aiuti dove Israele impone fame, distruzione e morte.
Benjamin Netanyahu ha definito l’assalto un “lavoro eccezionale”, sostenendo che i suoi militari avrebbero sventato un “piano malvagio” per rompere l’isolamento di Hamas. È il linguaggio del terrorismo di Stato: trasformare una missione civile in complotto, gli aiuti umanitari in minaccia, i lavoratori, i medici, gli attivisti e i cittadini comuni in nemici da neutralizzare. Così ogni gesto di solidarietà diventa bersaglio militare. Così ogni barca diventa un obiettivo. Così il Mediterraneo viene trasformato in un campo operativo israeliano, anche quando le navi si trovano in acque internazionali.
Non è un incidente. È una dottrina. Israele ha deciso che nessuno deve arrivare a Gaza, nessuno deve rompere il blocco, nessuno deve mostrare la verità dell’assedio. Per questo le forze speciali hanno abbordato, sequestrato, intimidito, sparato. Per questo è stata usata ancora una volta la nave-prigione Ins Nahshon, già descritta dagli attivisti come un campo di detenzione galleggiante. Per questo chi viene catturato viene portato ad Ashdod, trattenuto, interrogato, poi espulso come se fosse Israele ad avere giurisdizione su acque che non gli appartengono.
Di fronte a tutto questo, il governo italiano ha scelto ancora una volta il profilo basso dell’alleato complice. Antonio Tajani si è limitato a chiedere a Israele una “verifica urgente” sull’uso della forza. Una formula indecente davanti agli spari contro barche civili e al sequestro di decine di cittadini italiani. Nessuna condanna politica. Nessun richiamo dell’ambasciatore. Nessuna rottura. Solo la solita cautela atlantica, la solita subordinazione diplomatica, la solita incapacità di pronunciare la parola più semplice: illegalità.
Ma altri governi hanno parlato con più chiarezza. L’Irlanda ha definito l’operazione “assolutamente inaccettabile” e ha parlato apertamente di rapimento illegale, dopo l’arresto di dodici cittadini irlandesi, tra cui la dottoressa Margaret Connolly, sorella della Presidente Catherine Connolly. Prima di partire, la dottoressa aveva registrato un video in cui diceva: se lo state vedendo, significa che sono stata rapita dalle forze di occupazione israeliane. Parole lucidissime, oggi confermate dai fatti.
La differenza tra chi chiama le cose con il loro nome e chi le nasconde dietro la diplomazia misura il grado di complicità dei governi europei. Perché non siamo davanti a una controversia. Siamo davanti a un’aggressione militare contro civili disarmati in acque internazionali. Siamo davanti a un blocco illegale difeso con la forza. Siamo davanti a uno Stato che pretende di decidere chi può navigare, chi può portare aiuti, chi può testimoniare, chi può vivere.
Eppure la Flotilla ha già vinto una parte della sua battaglia. Ha mostrato il volto reale del potere israeliano. Ha mostrato che il blocco di Gaza non è una misura di sicurezza, ma uno strumento di punizione collettiva. Ha mostrato che per impedire a vecchie barche, lavoratori, medici, attivisti e cittadini comuni di arrivare a Gaza, Israele è disposto a mobilitare navi militari, reparti speciali, proiettili di gomma, arresti di massa e detenzioni arbitrarie.
Chi ha chiamato gli attivisti “crocieristi” dovrebbe guardare quelle immagini: mani alzate, fucili puntati, spari, navi-prigione, sequestri. Non c’erano privilegiati in vacanza. C’erano persone comuni che hanno scelto di mettere il proprio corpo dove i governi mettono solo parole vuote. C’erano lavoratori, militanti, medici, internazionalisti. C’era una parte di umanità che ha deciso di non restare a guardare mentre Gaza viene strangolata.
Per questo l’assalto alla Global Sumud Flotilla non chiude nulla. Al contrario, apre una nuova fase. Se Israele può sparare contro barche civili in acque internazionali senza conseguenze, allora il diritto internazionale è carta straccia. Se l’Italia accetta il sequestro dei propri cittadini limitandosi a chiedere chiarimenti, allora la sua sovranità vale meno della fedeltà all’alleato israeliano. Se l’Europa continua a coprire tutto questo, allora è parte integrante del sistema di impunità che permette il genocidio.
La risposta non può essere la rassegnazione. Deve essere mobilitazione, sciopero, pressione politica, rottura degli accordi, embargo, sanzioni, isolamento del governo israeliano. Non basta chiedere il rilascio degli attivisti. Bisogna pretendere la fine del blocco di Gaza, la fine della complicità italiana ed europea, la fine dell’impunità di uno Stato che spara su chi porta aiuti e chiama terrorismo la solidarietà.
La Global Sumud Flotilla è stata fermata militarmente. Ma il suo messaggio non è stato affondato. Rinascerà da ogni barca sequestrata, da ogni attivista arrestato, da ogni porto che si rifiuterà di collaborare con la guerra, da ogni piazza che continuerà a gridare che Gaza non è sola.
Israele può sequestrare le navi. Può sparare sui ponti. Può deportare gli attivisti. Ma non può cancellare la verità: il terrorismo è quello di chi assedia, bombarda, affama e spara su una missione umanitaria. E quella verità, ormai, attraversa il mare più forte di qualunque blocco
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