Sotto accusa il cuore repressivo del decreto Sicurezza


Per la Procura di Torino il nuovo reato di blocco stradale rischia di violare libertà di manifestazione, diritto di riunione e diritto di sciopero. Dopo le critiche di giuristi, Cassazione e organismi internazionali, si apre il primo vero fronte costituzionale contro uno dei pilastri del pacchetto repressivo del governo Meloni.

Il primo vero colpo al decreto Sicurezza potrebbe non arrivare dalle piazze, dai movimenti sociali o dalle opposizioni parlamentari. Potrebbe arrivare da un tribunale. La Procura di Torino ha infatti chiesto che una delle norme simbolo del provvedimento voluto dal governo Meloni venga sottoposta al giudizio della Corte costituzionale. Al centro della questione c’è il ritorno del reato di blocco stradale attuato attraverso la cosiddetta resistenza passiva, una delle misure più controverse contenute nel pacchetto sicurezza approvato nell’aprile 2025.

La richiesta è stata avanzata dalla pubblico ministero Elisa Pazè nell’ambito di un procedimento relativo a una manifestazione per la Palestina che nel maggio 2025 aveva portato circa duecento persone a occupare un tratto della tangenziale Torino-Caselle. Per alcuni manifestanti la Procura ha richiesto decreti penali di condanna, ma contemporaneamente ha sollecitato il giudice per le indagini preliminari a valutare il rinvio della questione alla Consulta. Se il gip riterrà i dubbi fondati e non manifestamente infondati, sarà la Corte costituzionale a decidere se quella norma sia compatibile con la Carta repubblicana.

Non si tratta di una contestazione marginale. La memoria depositata dalla Procura colpisce uno dei cardini dell’impianto repressivo costruito negli ultimi anni. Il decreto Sicurezza ha infatti trasformato nuovamente in reato una condotta che fino ad allora era sanzionata soltanto in via amministrativa. Prima della riforma chi partecipava a un blocco stradale con il proprio corpo rischiava una multa tra mille e quattromila euro. Oggi, se l’azione viene compiuta collettivamente, la pena può arrivare fino a due anni di carcere.

Secondo la Procura torinese il problema è evidente: il blocco temporaneo della circolazione non è un’anomalia delle manifestazioni ma una loro caratteristica fisiologica. Cortei, presidi, sit-in e scioperi producono inevitabilmente rallentamenti e talvolta interruzioni del traffico. Criminalizzare questa realtà significa colpire direttamente l’esercizio dei diritti costituzionali di riunione, manifestazione e sciopero.

La memoria della pm Pazè è particolarmente netta. Vi si legge che «la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni» e che persino l’arresto temporaneo di un corteo per scandire slogan o consentire al gruppo di ricompattarsi fa parte della normale dinamica dell’azione collettiva. Se questa interpretazione fosse accolta, la norma introdotta dal governo finirebbe per trasformare in comportamento penalmente rilevante ciò che costituisce una componente ordinaria dell’esercizio dei diritti democratici.

Il nodo non riguarda soltanto la libertà di manifestazione. La Procura evidenzia anche un problema di proporzionalità. Il legislatore avrebbe infatti privilegiato in modo assoluto l’interesse alla circolazione stradale rispetto a diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. Seguendo questa logica, osserva la magistrata, potrebbero essere perseguiti penalmente anche lavoratori in sciopero che si radunano davanti ai cancelli di una fabbrica ostacolando temporaneamente il traffico.

La critica investe inoltre il metodo utilizzato dal governo. Come già sostenuto da numerosi costituzionalisti, dalla relazione del Massimario della Cassazione e da diverse associazioni giuridiche, la Procura rileva l’assenza dei requisiti di necessità e urgenza che dovrebbero giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza. Non esisteva alcuna emergenza nazionale legata ai blocchi stradali o alle manifestazioni che imponesse un intervento immediato. Ancora una volta il diritto penale sarebbe stato utilizzato come strumento simbolico di governo del conflitto sociale.

La questione assume un significato che va oltre il singolo articolo. Il reato di blocco stradale rappresenta infatti uno degli esempi più evidenti della filosofia che attraversa l’intero decreto Sicurezza. Una filosofia che tende a trasformare comportamenti tradizionalmente riconducibili al conflitto sociale e alla protesta collettiva in questioni di ordine pubblico e di rilevanza penale.

Non è un caso che le critiche alla norma arrivino oggi da più direzioni. Il Massimario della Cassazione ha recentemente evidenziato numerosi profili problematici del decreto, denunciando l’espansione della discrezionalità di polizia e il ricorso crescente alla sanzione penale. Organismi internazionali come l’ONU, l’OSCE e il Consiglio d’Europa hanno espresso preoccupazione per l’impatto delle nuove norme sulle libertà fondamentali. Ora, per la prima volta, è una Procura della Repubblica a chiedere formalmente l’intervento della Corte costituzionale su uno dei punti più significativi del provvedimento.

Se il gip di Torino accoglierà la richiesta, la Consulta sarà chiamata a pronunciarsi su una questione cruciale: fino a che punto uno Stato può comprimere il diritto di manifestare in nome dell’ordine pubblico? E soprattutto, può trasformare in reato una pratica che da sempre accompagna scioperi, cortei e mobilitazioni collettive?

La risposta potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre il caso torinese. Potrebbe infatti mettere in discussione uno dei pilastri del decreto Sicurezza e aprire una breccia nell’intero impianto normativo costruito dal governo Meloni attorno alla criminalizzazione preventiva del conflitto sociale. Per questo la vicenda che nasce da una manifestazione per la Palestina rischia di diventare uno dei più importanti passaggi costituzionali sul rapporto tra sicurezza, dissenso e democrazia degli ultimi anni.


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