Sorveglianza speciale, multe e carcere: la repressione colpisce chi lotta per la Palestina e contro il MuBa

A Bologna cresce l’uso di misure preventive e sanzioni economiche contro attivisti e quartieri popolari. Il 7 maggio assemblea cittadina per organizzare la risposta

A Bologna la repressione sta assumendo contorni sempre più chiari e strutturati. Non si tratta di episodi isolati, ma di un insieme coordinato di strumenti – penali, amministrativi e preventivi – utilizzati contro chi è attivo nelle mobilitazioni sociali. In particolare, contro chi incrocia due fronti di lotta oggi centrali: la solidarietà con il popolo palestinese e l’opposizione ai progetti di trasformazione urbana come il MuBa.

Il caso più grave riguarda la richiesta di sorveglianza speciale nei confronti di una compagna attiva in entrambe le mobilitazioni. Una misura prevista dal codice antimafia, quindi pensata per contesti di criminalità organizzata, che viene oggi applicata sulla base di una presunta “pericolosità sociale”. Non c’è bisogno di reati accertati: conta il profilo politico, la partecipazione alle lotte, la presenza nei percorsi di mobilitazione.

La sorveglianza speciale comporta restrizioni pesanti: limitazioni alla mobilità, obblighi di permanenza, controlli continui. È una misura che incide direttamente sulla libertà personale e sull’agibilità politica, trasformando il dissenso in un problema da contenere preventivamente.

Questo non è un episodio isolato. È l’esito di una sequenza repressiva che ha già colpito duramente le mobilitazioni contro il MuBa e nei quartieri popolari come il Pilastro. Durante lo sgombero del presidio permanente, tre persone sono state arrestate e detenute per giorni nel carcere della Dozza. In almeno un caso sono state applicate condizioni particolarmente afflittive, come l’isolamento senza accesso all’aria e senza possibilità di ricevere libri.

Accanto alla repressione penale si muove quella economica. L’articolo 18 del TULPS, modificato dal decreto sicurezza, è stato utilizzato ripetutamente per colpire chi partecipa alle mobilitazioni. Le multe possono arrivare fino a 10mila euro e sono state notificate sia durante i presidi permanenti sia in occasione di manifestazioni, anche quando autorizzate.

Questo passaggio è decisivo. Non si tratta solo di sanzioni formali, ma di uno strumento di pressione materiale che colpisce direttamente attivistə e residenti, in particolare nei contesti popolari. Il ricatto economico diventa parte integrante della gestione dell’ordine pubblico.

A questo si aggiungono fogli di via, daspo urbani e altre misure amministrative che limitano la presenza nei territori e la partecipazione alle iniziative. Anche in questo caso, il criterio non è la responsabilità accertata, ma una valutazione discrezionale di rischio.

Il filo che lega queste misure è evidente. Chi partecipa alle mobilitazioni per la Palestina e alle lotte territoriali contro il MuBa viene colpito come soggetto politico. Non per singoli comportamenti, ma per il ruolo svolto all’interno di percorsi collettivi che mettono in discussione scelte politiche, economiche e urbanistiche.

Le mobilitazioni degli ultimi mesi hanno attraversato città, porti e infrastrutture, mettendo in discussione le responsabilità politiche e materiali delle istituzioni italiane ed europee. Allo stesso tempo, le lotte territoriali hanno aperto conflitti su modelli di sviluppo, speculazione urbana e uso degli spazi.

La risposta è stata una intensificazione degli strumenti repressivi. Non solo per contenere le singole iniziative, ma per disarticolare i legami tra movimenti, territori e solidarietà internazionale.

Il meccanismo è ormai consolidato: misure nate per contesti eccezionali vengono estese ai movimenti sociali; la prevenzione sostituisce l’accertamento; l’amministrazione prende il posto del giudice; la sanzione economica si affianca alla repressione penale.

In questo quadro, la risposta che si sta costruendo è quella della ricomposizione. Per questo è stata convocata un’assemblea cittadina a Bologna il 7 maggio alle ore 18:30 al Centro Costa (via Azzo Gardino 48). Un appuntamento per mettere in comune le esperienze, costruire strumenti di difesa e organizzare una risposta collettiva.

Il punto non è solo la singola misura. È la direzione complessiva. Quando sorveglianza speciale, carcere e sanzioni economiche vengono utilizzati contro chi partecipa a mobilitazioni politiche, il terreno non è più quello dell’ordine pubblico. È quello della libertà politica. Ed è lì che si sta aprendo il conflitto.

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