Sorry Baby

di Roberta Cospito

La storia di un’universitaria abusata dal suo relatore. Un film che, fra le tante cose, racconta l’umanità di uno sconosciuto capace di aiutare la donna violentata senza approfittare della sua fragilità, che fa sperare nella possibilità di un mondo diverso, migliore.

Eva Victor, classe 1994 – che si definisce persona non binaria – ha scritto, diretto e interpretato la sua opera prima, il lungometraggio Sorry Baby, storia di Agnes, brillante studentessa e poi docente in una piccola università del New England.

Agnes è una ragazza amata e benvoluta da tutti ed è, in particolare, molto legata a Lydie, sua compagna di studi lesbica e nera.

A un certo punto della sua carriera universitaria, il suo relatore abusa di lei e, da quel momento in poi, nonostante in apparenza nulla sia cambiato, il dolore per l’accaduto non si rimarginerà.

Agnes rivela la violenza all’amica che l’accompagnerà in ospedale dove verrà trattata senza un minimo di empatia. Dopo un fallito tentativo di ottenere giustizia presso la facoltà in cui il suo aggressore insegnava – ormai dimessosi –, sceglie di non denunciarlo alle autorità, anche perché “è pur sempre un padre di famiglia”.

Non solo quindi l’abuso è perpetrato in un contesto percepito come protetto e da un soggetto che dovrebbe essere immune dalla volontà di far del male, ma il violentatore, godendo dello status di padre, non è neanche consegnato alla giustizia ordinaria.

Esternamente Agnes, dopo l’abuso, dopo “la cosa brutta” così come viene intitolato un capitolo del film, non crolla, non si dispera, non si vendica, non accusa: continua a insegnare, a essere stimata, a muoversi nel suo ambiente come prima.

È proprio questa apparente normalità a risultare inquietante; il convivere con la consapevolezza di un trauma che, anche se non si palesa all’esterno, si porta con sé sempre e comunque e ovunque, è una frattura che resta sottotraccia rivelandosi appena nei silenzi, in nuovi imbarazzi, nella ricerca della solitudine.

Sembra sempre che qualcosa stia per cambiare, per esplodere, invece Agnes resiste senza rompere in maniera evidente l’equilibrio esteriore della sua esistenza.

È bellissima la scena in cui Agnes, in preda a un attacco di panico, accosta velocemente l’auto e viene soccorsa da un estraneo. Questi l’aiuta a regolarizzare il respiro, le offre un panino e comincia a indagare con una delicatezza e un’attenzione tipica di un buon padre di famiglia, su cosa sia successo senza mai risultare invadente, senza forzare una confessione, ma restando lì, semplicemente in ascolto.

Questo incontro sembra mettere in contrasto due mondi: da una parte il mondo arido dell’università e dell’ospedale come entità incapaci di accogliere il dolore; dall’altra un mondo in cui, oltre alla comprensibile sorellanza di Lydie, emerge l’inaspettata umanità di uno sconosciuto capace di aiutare Agnes senza nulla chiedere in cambio, senza approfittare della sua evidente fragilità, anzi fornendo un sostegno che fa sperare nella possibilità di un mondo diverso, migliore, e che si oppone alla cronaca quotidiana in cui spesso della debolezza altrui, specie femminile, si approfitta senza pietà. 

Dopo un film caratterizzato da silenzi e rimozioni, da poche e secche parole – spesso molto ironiche – della protagonista, nel finale del film, con in braccio la figlia appena nata di Lydie, Agnes rompe gli argini e si confida con la piccola; le parla a lungo e con tenerezza, raccontandole del suo futuro, chiedendole scusa per le inevitabili delusioni e sofferenze della vita e promettendole che saprà ascoltarla quando si troverà ad affrontare momenti difficili.

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