“Sono Tarek, fate arrivare la mia voce”

di Attivisti assemblea per la Palestina*

Davanti al carcere di Pescara presidio di solidarietà per il ragazzo arrestato dopo un corteo per Gaza

Per tutta la sera un vento gelido e salmastro tagliava la faccia come una lama. Davanti a noi, la facciata in cemento armato del carcere di San Donato, a Pescara. Per una coincidenza feroce, siamo a pochi giorni dall’anniversario della morte di un ragazzo egiziano di 24 anni, suicidatosi in quel carcere nel febbraio 2025.

A portarci lì, stavolta, è un presidio in solidarietà con Tarek Dridi, trasferito a ottobre dal carcere romano di Regina Coeli. Nella settimana precedente si era cucito la bocca per due giorni, un modo brutale e lucidissimo di usare il proprio corpo per denunciare i soprusi quotidiani e le condizioni disumane in cui è costretto a vivere.

Ed eccoci lì, arrivate da diverse parti d’Abruzzo, con il megafono stretto nelle mani intirizzite, a far giungere la nostra solidarietà a chi è inghiottito dentro quell’opprimente blocco di cemento armato. In alto, sul lato che dà sulla strada, una finestra con le sbarre ritaglia l’unico rettangolo di luce. Da dietro le sbarre, la sagoma di un uomo protende le braccia verso l’esterno. Più che il volto — che rimarrà sempre in penombra — ben visibile è la forza disperata della sua voce. Una voce che ha l’urgenza di venir fuori tutta d’un fiato, prima di essere ributtata dentro.

«Sono Tarek. Fate arrivare la mia voce.»

Quella in controluce è proprio la sagoma di Tarek Dridi. Un uomo originario della Tunisia, che è stato arrestato in differita dopo la manifestazione del 5 ottobre 2024, quando, per la prima volta dopo il 7 ottobre, migliaia di persone si mobilitarono a Piazzale Ostiense, a Roma, in solidarietà con la Palestina, denunciandone il genocidio in corso. Quella mattina Tarek, in realtà, non aveva preso parte alla mobilitazione, si trovava semplicemente in un bar vicino alla piazza. Fu quando sentì le cariche della polizia contro i manifestanti che si andò a frapporre tra il cordone degli agenti che caricava e la folla. In quel frangente così concitato si alzò la maglia e si tagliò il petto con una lametta. Un gesto estremo di protesta, riconoscibile per chi ha attraversato i CPR e le carceri. Un gesto che però, nel processo con rito abbreviato, è stato ribattezzato come “resistenza aggravata”.

La sua voce ci arriva restituita a tratti, inghiottita dal rumore del traffico:

«Stiamo subendo, stiamo soffrendo. La gente qui sta morendo. I diritti non esistono proprio, qui le condizioni sono disumane, non funziona niente: la sanità non funziona, non abbiamo nemmeno l’acqua calda. Mi sono cucito la bocca per fare arrivare la mia voce. Con tutto quello che sta succedendo, stiamo nella merda tutti i giorni! Per noi è difficile anche fare il Ramadan. Conoscete la mia storia, dopo il 5 ottobre sono stato condannato ingiustamente. Resisto fino alla fine, io sono più forte di loro. Mi fido di voi. Se state con me, la mia condanna non mi interessa! Il 5 ottobre la nostra voce è arrivata in tutto il mondo. Vi ringrazio per la solidarietà. Vi voglio bene. Io resisto ancora, lo sapete! Palestina libera! Libertà.»

VOCI DAL PRESIDIO

Nel corso del presidio, durante un collegamento telefonico, l’avvocato Leonardo Pompili ci restituisce alcuni passaggi: «Tarek si è cucito la bocca per protestare contro le condizioni in cui è costretto a vivere che lo consumano fisicamente e psicologicamente. Ora fortunatamente sta un po’ meglio, ma sta comunque attraversando l’inverno senza indumenti adeguati, e questo aggrava ulteriormente la sua situazione».

Sappiamo che il trasferimento improvviso a Pescara ha pesato molto sulla psiche di Tarek. A Roma, infatti, aveva costruito quel minimo di legami e relazioni capaci di farlo sentire meno solo. Qui a rendere tutto più duro è il taglio sistematico dei contatti con l’esterno: al momento, infatti, a Tarek non vengono concesse autorizzazioni né per i colloqui né per ricevere pacchi.

Sul piano processuale, a dicembre, nella prima udienza d’appello, si è aperta formalmente la strada a una perizia sulle sue condizioni cliniche, rimaste fuori dal processo di primo grado (chiuso con una condanna a 4 anni e 8 mesi). Nonostante fossero state presentate le cartelle cliniche pregresse il primo giudice non le ha prese in considerazione, né le ha sfogliate, essendo sporche e sgualcite. Un dettaglio che restituisce un certo sguardo d’aula, spesso classista, che finisce per ignorare come Tarek, senza fissa dimora, vivesse in condizioni di forte indigenza: quelle carte spiegazzate non erano un atto di incuria, ma la traccia materiale della sua condizione.

«Ancora oggi i periti non sono riusciti ad avere una copia integrale della cartella clinica di Tarek — continua a spiegarci Pompili — perché in carcere non sarebbe disponibile il personale incaricato di fare le fotocopie. Tutto questo risulta ancora più surreale se si pensa che la richiesta non arriva da un perito della difesa, ma da un ausiliare da un perito della Corte. Una mancanza gravissima, dato che la perizia clinica completa sarà determinante nelle valutazioni in appello».

Il prossimo appuntamento in aula è previsto per il 6 marzo: in quella data i periti dovrebbero depositare la relazione sulle condizioni cliniche di Tarek. A causa della mancata consegna della cartella clinica di Pescara è possibile che avvenga un ulteriore rinvio. In caso contrario si procederà con la relazione e forse anche alla discussione. «Ci sono molti punti da ridiscutere»- aggiunge Pompili- «la sentenza profondamente ingiusta ricostruisce gli eventi in modo non lineare e attribuisce a Tarek condotte non supportate dagli atti: l’autolesionismo sarebbe stato letto come “resistenza a pubblico ufficiale” senza prove che in quel momento si stesse opponendo a un arresto; e l’accusa di lesioni, legata all’uso di ombrelli e bottiglie contro le forze dell’ordine, non sarebbe confermata dai filmati depositati agli atti».

CONCLUSIONI: FAR ARRIVARE LA VOCE

Una casa circondariale a un passo dal cuore di Pescara dovrebbe essere impossibile da ignorare. E invece può diventare invisibile, come se non riguardasse nessunə. Quella finestra, quelle braccia protese verso l’esterno strappano via l’illusione: il carcere non è solo un Altrove. È qui, dentro la città, dentro le nostre vite. E si regge, in modo persino banale, su quanta indifferenza siamo dispostə a tollerare.

Il vento, il freddo gelido che taglia come una lama non sono solo metafore aleatorie. In questa storia sono la perfetta espressione di quello che si prova di fronte alla violenza di un sistema che si dice rieducativo e che alla fine dei conti si riduce nella punizione e nell’abbandono delle persone detenute. I colloqui negati, i pacchi bloccati, i contatti tagliati non sono disfunzioni di un sistema organico carente — che come problema esiste — quanto piuttosto il funzionamento normale di un dispositivo afflittivo, che ha nell’isolamento della persona detenuta il suo strumento più raffinato. L’iter burocratico-giudiziario – sordo, cieco, lento quando fa comodo – finisce per pesare come una pena aggiuntiva, non scritta in nessuna sentenza ma eseguita ogni giorno.

La storia di Tarek non è solo la sua storia. È la storia di tanti che riempiono le carceri, poveri cristi senza un santo in paradiso a cui appellarsi, che affidano a gesti estremi l’ultima possibilità di scegliere sulla propria vita e, non ultimo, di far arrivare un messaggio fuori.

La sua storia è venuta a galla perché c’era una rete politica pronta a raccoglierla, a non lasciarla affogare tra quelle pareti. Una rete che ricorda che quel giorno, a Piazzale Ostiense, Tarek ha scelto da che parte stare. E lo ha fatto in un tempo in cui prendere posizione per la Palestina viene fatto a un pezzo sempre più caro. Una scelta come quella di Tarek non poteva che diventare bersaglio di una repressione che in questo paese si è fatta sempre più capillare, infiltrandosi nei dispositivi legislativi e trasformando la solidarietà nei confronti della Palestina in qualcosa da scoraggiare. E la lista è lunga: Anan Yaeesh, partigiano della resistenza palestinese, rinchiuso a Melfi. Ahmad Salem, in regime AS2 a Rossano, per aver condiviso un video che chiamava a mobilitarsi contro il genocidio a Gaza. Mohamed Hannoun, in carcere perché la sua raccolta fondi solidale è stata letta come finanziamento ad Hamas.

Per questo è importante continuare a stare nei tribunali e in ogni altro posto necessario perché le persone che si trovano ad affrontare questo calvario non si sentano sole. Le braccia di Tarek ci ricordano quanto tutto questo ci sia vicino.

Tarek esiste, resiste come può, e noi restiamo al suo fianco. «Se state con me, la mia condanna non mi interessa.»

*da Voci di dentro

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