Ultimatum, false tregue e bombardamenti sui quartieri curdi di Aleppo mentre l’Europa tratta con Damasco: civili sotto attacco e resistenza popolare in tutta la Siria del nord.
La situazione ad Aleppo precipita di ora in ora. Da giorni i quartieri curdi di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh e Bani Zeid sono sotto attacco indiscriminato da parte delle forze affiliate al governo di Damasco. Quella che viene presentata come un’operazione di “ristabilimento dell’ordine” da parte del cosiddetto governo di transizione siriano si configura sempre più come un assalto su vasta scala contro la popolazione civile, con l’uso di artiglieria pesante, carri armati e cecchini.
Secondo fonti locali e dell’Amministrazione autonoma, almeno 35 civili sono stati uccisi e 95 feriti, mentre oltre 140mila persone sono state costrette alla fuga. Tra gli obiettivi colpiti figura ripetutamente l’ospedale civile Xelid Fecir, ormai quasi fuori servizio dopo giorni di bombardamenti.
Ultimatum e falsa tregua
Nella notte tra giovedì e venerdì, il ministero della Difesa di Damasco ha annunciato un cessate il fuoco temporaneo, entrato in vigore alle 3 del mattino. Una tregua durata poche ore, giusto il tempo necessario alla visita a Damasco dei vertici dell’Unione europea. La condizione posta dal governo siriano era chiara: ritiro immediato delle forze curde di autodifesa Asayîş dai quartieri assediati entro la mattinata di venerdì 9 gennaio.
Una richiesta letta sul terreno come una resa incondizionata, e per questo respinta. «Nessuna evacuazione, nessuna resa», hanno fatto sapere i comitati popolari locali. Decine di autobus inviati da Damasco per “evacuare” i combattenti curdi sono tornati indietro vuoti.
Con il mattino, il cessate il fuoco è crollato. Gli scontri sono ripresi con intensità ancora maggiore, per il quarto giorno consecutivo, mentre il ministero della Difesa siriano pubblicava una mappa in cui l’ospedale Xelid Fecir veniva indicato come bersaglio militare.
La resistenza dei quartieri curdi
A resistere sono le Forze di autodifesa Asayîş e le Forze Democratiche Siriane (Sdf), parte integrante del progetto politico del confederalismo democratico nel nord della Siria. «Questa decisione è stata presa su libera iniziativa degli abitanti di Sheikh Maqsoud», ha dichiarato Sipan Hemo, membro del Comando generale delle Sdf. «Oggi è un giorno di onore e dignità».
Le milizie governative, molte delle quali di matrice salafita, hanno tentato più volte di avanzare con carri armati e veicoli blindati di produzione turca, venendo respinte sul terreno. In mezzo, come sempre, restano i civili.
“Crimini sistematici contro i civili”
In un duro comunicato, l’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale ha denunciato gli attacchi come “atti criminali sistematici” contro civili disarmati. «Il bombardamento ripetuto di ospedali e infrastrutture sanitarie non può essere considerato un errore militare», si legge nella nota, che accusa direttamente lo Stato turco di corresponsabilità per l’offensiva in corso.
La Mezzaluna Rossa curda ha lanciato un appello urgente per l’apertura di un corridoio umanitario, inviando un convoglio di 15 veicoli verso Aleppo, al momento bloccato fuori dai quartieri assediati.
Solidarietà e mobilitazioni: dal Rojava a Suwayda
La risposta non è solo militare. Proteste di massa contro l’aggressione sono esplose in numerose città del Rojava, da Raqqa a Kobane, ma anche nel Kurdistan turco, come ad Amed, e nella città drusa di Suwayda, dove migliaia di persone sono scese in piazza in solidarietà con Aleppo.
Nei territori dell’Amministrazione autonoma si stanno organizzando convogli civili diretti verso Aleppo, sul modello delle mobilitazioni che lo scorso inverno avevano difeso la diga di Tishreen. Per ora, però, l’assedio rende la città irraggiungibile.
Diplomazia e ipocrisie internazionali
Sul piano politico, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa – noto in passato come Abu Mohammad al-Jolani – ha avuto un colloquio telefonico con Masoud Barzani, affermando che i curdi sono una componente «autentica e fondamentale» del popolo siriano e promettendo pari diritti nella fase di transizione. Dichiarazioni che contrastano drammaticamente con i bombardamenti in corso.
L’Unione europea ha espresso «profonda preoccupazione» per le violenze, salvo poi inviare a Damasco la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa. Nel mezzo degli scontri, von der Leyen ha annunciato un pacchetto da 620 milioni di euro e una nuova cooperazione economica, dopo il ritiro delle sanzioni Ue avvenuto a maggio.
L’obiettivo, nemmeno troppo velato, è accelerare il rimpatrio di oltre un milione di rifugiati siriani dall’Europa. «Vogliamo che i siriani possano tornare a casa», ha dichiarato von der Leyen, mentre a 350 chilometri di distanza Aleppo brucia.
Una transizione costruita sulle macerie
Tra dichiarazioni di moderazione e investimenti europei, l’assedio dei quartieri curdi di Aleppo rischia di diventare una nota a margine della “transizione siriana”. Così come i massacri della costa e della drusa Suwayda, rapidamente archiviati nel racconto diplomatico.
Ma nei vicoli di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, sotto le bombe, la realtà è un’altra: una popolazione civile sotto attacco, una resistenza che rifiuta la resa e una transizione che, ancora una volta, sembra costruita sulle macerie e sul silenzio internazionale.
Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza dal Rojava con una compagna internazionalista, arrivata in Redazione venerdì 9 gennaio. Ascolta o scarica
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