Sicurezza e monopolio della forza

Dal caso Rogoredo alla torsione del monopolio della forza: come la retorica sicuritaria e la produzione normativa ridefiniscono la legittimità dello Stato

Negli ultimi anni la sicurezza in Italia è stata trasformata in dispositivo centrale di governo. Non si tratta semplicemente di un incremento della repressione, ma di una saldatura strutturale tra campagna propagandistica martellante, produzione normativa e ristrutturazione dell’uso della forza. La retorica precede la legge, la legge consolida la retorica.

La costruzione mediatica dell’emergenza produce un campo simbolico nel quale alcune figure sociali vengono stabilmente collocate nella categoria del rischio: migranti, spacciatori, marginali urbani, manifestanti. Questa selezione non è casuale. La criminologia critica ha mostrato come la sicurezza contemporanea tenda a concentrarsi sulla gestione preventiva delle cosiddette “nuove classi pericolose”, ossia segmenti vulnerabili della popolazione (Palidda 2000; 2021). L’insicurezza non è soltanto una condizione da affrontare, ma una categoria da governare.

La propaganda sicuritaria opera per accumulo: casi isolati vengono generalizzati, la cronaca viene narrativizzata come prova di un degrado strutturale, il conflitto sociale viene tradotto in minaccia all’ordine. In questo quadro, la figura del “nemico interno” diventa funzionale alla semplificazione politica. La costruzione del nemico non è un eccesso discorsivo: è il presupposto per l’anticipazione della coercizione.

Questa produzione simbolica trova una traduzione diretta nei decreti sicurezza. L’estensione del porto d’armi fuori servizio agli agenti di pubblica sicurezza, con il superamento dell’obbligo di dimostrare il “bisogno” previsto dal Tulps, introduce una presunzione legale di autotutela. L’arma privata, anche più occultabile, diventa componente permanente della funzione. Non è un dettaglio tecnico: è un ampliamento strutturale della disponibilità della forza. La funzione non è più confinata allo spazio-tempo del servizio; si diffonde nello spazio civile.

Parallelamente, la cosiddetta “difesa rafforzata” – pur formalmente generalizzata – produce un segnale politico chiaro: l’uso della forza da parte di chi rappresenta lo Stato deve essere circondato da una protezione anticipata rispetto al controllo giudiziario ordinario. Non occorre un’immunità esplicita per generare uno slittamento culturale. È sufficiente affermare, reiteratamente, che chi indossa una divisa merita una presunzione di liceità più forte. In questo modo l’eccezione viene normalizzata attraverso micro-modifiche legislative e macro-legittimazioni mediatiche.

Il nesso tra narrazione e architettura legislativa è diretto. La campagna propagandistica sulla necessità di “proteggere chi ci protegge” prepara il terreno a interventi che attenuano il controllo esterno sull’uso della forza. Non è un riflesso emotivo, ma un disegno coerente. La polizia è un’istituzione intrinsecamente politica: traduce in pratica operativa le priorità dell’ordine politico (Campesi 2024; Di Giorgio 2024). Se la priorità diventa la neutralizzazione preventiva del conflitto, la configurazione giuridica della funzione si adegua.

E in questo contesto che la retorica della “mela marcia” si rivela non solo insufficiente, ma funzionale. La sequenza di casi emersi negli ultimi anni – dalle violenze di Genova 2001 alle morti in custodia (Aldrovandi, Cucchi, Uva, Bianzino, Magherini), fino alle vicende più recenti come quella di Ramy Elgaml – mostra una costante: non solo l’abuso, ma la difficoltà strutturale di garantire indagini tempestive, trasparenti e indipendenti.

L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Rogoredo, per cui è accusato l’assistente capo Carmelo Cinturrino, si colloca dentro questa traiettoria. La narrazione immediata della legittima difesa ha preceduto l’accertamento giudiziario; la richiesta di mantenere lo “scudo penale” è stata ribadita mentre l’inchiesta si allargava al clima interno del commissariato. La biografia individuale – il soprannome, le estorsioni, il martello – è stata rapidamente utilizzata per costruire la figura del mostro isolato. L’anomalia. La deviazione.

Ma proprio nei giorni successivi all’arresto, una serie di notizie ha incrinato quella rappresentazione rassicurante.

Mentre la procura di Milano indagava sul commissariato Mecenate, emergevano:
– l’indagine su 21 tra poliziotti e carabinieri accusati di furti sistematici alla Coin di Roma Termini per 184mila euro;
– la richiesta di condanna per cinque agenti per perquisizioni illegittime su minorenni;
– la conferma di condanne per accessi abusivi ai sistemi informatici della Dia;
– l’inchiesta “Sciacallo” su traffici di droga con sequestro parziale e rivendita;
– il caso Hasib Omerovic;
– le violenze alla caserma Levante di Piacenza, ad Aulla, a Verona, a Santa Maria Capua Vetere, a Torino.

La reiterazione non consente più la lettura in chiave episodica. Come evidenziato anche nelle analisi sul corporativismo poliziesco e sulla protezione simbolica della divisa (Preve 2014; Scalia 2022), l’insistenza sulla mela marcia produce un duplice effetto: individualizza la colpa e neutralizza la domanda di riforma. Espellere il singolo serve a preservare l’intangibilità dell’istituzione.

La produzione dell’impunità non opera necessariamente attraverso immunità formali. Può manifestarsi nella rarefazione dei controlli, nell’assenza di codici identificativi, nella mancanza di database pubblici sugli illeciti disciplinari, nella difficoltà di accesso ai procedimenti interni, nella promozione di funzionari condannati, nella solidarietà corporativa. È un insieme di condizioni che rende possibile la riproduzione dell’abuso.

In questo senso, la sequenza Rogoredo–Coin–Sanremo–Torino non è una somma di episodi, ma l’emersione simultanea di un problema strutturale. Quando uno schema si ripete per decenni, non siamo più davanti all’eccezione.

È necessario inoltre evitare un equivoco teorico decisivo. La sicurezza non è un valore separabile dalle condizioni materiali di esistenza. L’insicurezza sociale – precarizzazione, deindustrializzazione, smantellamento del welfare – costituisce il terreno su cui attecchisce la domanda di ordine. In questa prospettiva, la sicurezza come dispositivo coercitivo interviene a governare l’eccedenza sociale prodotta dal capitalismo flessibile (Castel 2004). Ma qui si innesta una torsione più profonda, messa a fuoco con radicalità da Abolire la sicurezza (Collettivo Anti-security 2023): la sicurezza, così come viene oggi mobilitata, non è la risposta all’insicurezza sociale, ma la sua traduzione repressiva.

La gestione poliziesca del disagio sostituisce la risposta redistributiva. Il conflitto viene trattato come disturbo, non come sintomo. L’investimento prevalente in strumenti coercitivi, in assenza di politiche sociali robuste, segnala una concezione della sicurezza come amministrazione dell’instabilità, non come riduzione delle disuguaglianze.

La questione non è soltanto giuridica, ma politico-costituzionale. Il monopolio della forza, nella tradizione weberiana, definisce lo Stato moderno. Ma ciò che oggi è in discussione non è l’esistenza della coercizione: è la sua trasformazione in risorsa primaria di governo.

Se la coercizione si amplia mentre i controlli si assottigliano, il monopolio della forza smette di essere un potere limitato e diventa un potere garantito. Non è più delega condizionata dal diritto, ma autorità che tende a sottrarsi al giudizio pubblico.

Il caso Rogoredo ha reso visibile questo punto di tensione: la narrazione politica della legittima difesa ha tentato di precedere la verità giudiziaria; lo scudo penale ha funzionato come messaggio simbolico di protezione anticipata; la scoperta delle manipolazioni probatorie ha mostrato quanto decisivo sia il controllo indipendente.

Il problema, allora, non è soltanto l’abuso individuale. È la configurazione sistemica del rapporto tra forza e diritto in una fase in cui la sicurezza diventa dispositivo politico di governo dell’insicurezza sociale.

E quando la sicurezza assume questa funzione, non protegge la società: la disciplina.

Bibliografia

Campesi, Giuseppe, Che cos’è la polizia?, Derive Approdi, 2024.

Castel, Robert. L’insicurezza sociale.  Einaudi, 2004

Collettivo Anti-security (2023). Abolire la sicurezza, Ombre Corte, (2023)

Di Giorgio, Michele, Il braccio armato del potere, Saggi nottetempo 2024.

Fabini, Giulia; Gargiulo, Enrico; Tuzza, Simone (a cura di), Polizia. Un vocabolario dell’ordine, Mondadori Università, 2023.

Fassin, Didier, La forza dell’ordine, Feltrinelli, 2013.

Gargiulo, Enrico, “Ordine pubblico, regole private. Rappresentazioni della folla e prescrizioni comportamentali nei manuali dei Reparti mobili”, in Etnografia e Ricerca Qualitativa, 3/2015.

Palidda, Salvatore, Polizia postmoderna, Feltrinelli, 2000.

Palidda, Salvatore, Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021.

Preve, Marco, Il partito della polizia, Chiarelettere, 2014

Scalia, Vincenzo, Incontri troppo ravvicinati?,  Manifesto libri (2022)

Weber, Max, La politica come professione, 1919 (in Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, 2004).

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