Selargius, otto attivisti indagati per il presidio contro il Tyrrhenian Link

Lo sgombero del presidio contro il Tyrrhenian Link

Accusati di invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento per la protesta contro la stazione elettrica di Terna. Comitati e associazioni denunciano la criminalizzazione del dissenso e rilanciano la solidarietà agli attivisti che per mesi hanno difeso il Presidio degli Ulivi.

A un anno e mezzo dallo sgombero del Presidio degli Ulivi di Selargius, noto come “Sa Battalla de Is Olias”, la Procura ha chiuso le indagini nei confronti di otto attivisti sardi che avevano partecipato alla mobilitazione contro la realizzazione della stazione elettrica collegata al progetto Tyrrhenian Link.

Gli indagati – difesi dall’avvocata Giulia Lai – hanno un’età compresa tra i 33 e i 59 anni e provengono da diverse località dell’isola: Sassari, Quartu, Alghero, Sadali, Muravera, Gonnostramatza, San Nicolò Gerrei e Settimo San Pietro. I reati contestati sono invasione di terreni, violenza privata e danneggiamento, ipotesi legate alla presenza al presidio e alle azioni di protesta contro il cantiere della società Terna.

Secondo l’accusa, gli attivisti avrebbero occupato i terreni destinati alla costruzione della stazione elettrica – nodo infrastrutturale del collegamento energetico tra Sardegna, Sicilia e penisola – e avrebbero danneggiato le reti installate per delimitare il cantiere, ostacolando il lavoro degli operai. L’avviso di conclusione delle indagini è stato notificato dopo l’inchiesta coordinata dai pubblici ministeri Emanuele Secci e Danilo Tronci.

Il presidio era nato nella primavera del 2024, quando Terna era entrata in possesso delle aree destinate ai lavori. In quelle campagne dell’hinterland di Cagliari, caratterizzate da produzioni agricole e uliveti, centinaia di cittadini avevano dato vita a una mobilitazione permanente per contestare l’opera, ritenuta da molti una devastazione ambientale e agricola. Nel corso dei mesi era stata costruita una baracca-presidio stabile, diventata il centro della protesta.

Secondo i comitati locali, la mobilitazione aveva assunto dimensioni ampie e trasversali. Il 7 luglio 2024, ricordano gli attivisti, centinaia di persone avevano occupato simbolicamente i terreni destinati all’esproprio, denunciando l’utilizzo della formula della “pubblica utilità” per realizzare un’infrastruttura energetica gestita da una società privata.

Il 20 novembre 2024 era arrivato lo sgombero dell’area: un intervento imponente delle forze dell’ordine in assetto antisommossa, richiesto dalla società elettrica per consentire l’avvio dei lavori. Nonostante momenti di tensione, l’operazione si era conclusa senza scontri.

Ora, con la chiusura delle indagini, gli otto attivisti rischiano di affrontare un processo. Il Gruppo Giuridico Popolare Sardo e il comitato Libertade hanno espresso solidarietà agli indagati, denunciando quella che definiscono una “azione politica di repressione e criminalizzazione del dissenso”.

Gli stessi indagati hanno sollevato dubbi sulle modalità dell’inchiesta: alcuni di loro, sostengono, sarebbero stati presenti al presidio solo occasionalmente, mentre altre persone che avevano partecipato stabilmente alla mobilitazione per oltre cinque mesi non risultano tra gli indagati.

Per i comitati la vicenda giudiziaria rappresenta un nuovo capitolo della lunga battaglia contro il progetto energetico. «Per sei mesi – spiegano – il presidio è stato una lotta pacifica e condivisa da migliaia di persone». Ora l’appello è a proseguire la mobilitazione anche sul piano legale: «La solidarietà – affermano – dovrà continuare anche dentro il tribunale».

La vicenda di Selargius si inserisce in un quadro più ampio in cui le mobilitazioni territoriali contro grandi opere e infrastrutture energetiche finiscono sempre più spesso nelle aule di giustizia, con accuse che i movimenti considerano strumenti per scoraggiare e reprimere il conflitto sociale.

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