di Valentina Pazé*
La politica insiste nel preparare la guerra ma, per fortuna, l’attrazione per le armi appartiene più alla classe politica che ai cittadini.
“La scuola non si arruola”, e non si piega ai diktat di Valditara. Il recente rifiuto, da parte del ministero, di riconoscere come corso di formazione per gli insegnanti il convegno organizzato, con tale titolo, dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in collaborazione col Cestes, ha avuto due effetti. Il primo è che, dopo gli scioperi e le manifestazioni oceaniche per Gaza, il 4 novembre in decine e decine di città italiane sono nuovamente fioriti presidi, flash mob, cortei di studenti e lavoratori. Per comunicare, in fondo, lo stesso messaggio inviato dalle piazze per la Palestina: no al genocidio, ma anche al disprezzo per il diritto internazionale che lo rende possibile, e alla normalizzazione della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Il secondo effetto dell’iniziativa censoria di Valditara è che il convegno, a cui si erano iscritti inizialmente 1400 docenti, a pochi giorni dalla sua pubblicazione su youtube ha già avuto oltre 6500 visualizzazioni, destinate con tutta probabilità ad aumentare sensibilmente.
La vicenda si inscrive perfettamente nel clima bellicista che ha contagiato l’Europa, con i paesi dell’est ossessionati dalla minaccia russa e tutti gli altri tormentati dall’ansia di compiacere e ammansire il sovrano del mondo, assecondando la sua richiesta di comprare armi made in Usa e di portare la spesa militare al 5% del Pil. Un investimento che, dal punto di vista strettamente economico, rappresenta un affare solo per gli Stati Uniti, come documenta un recente Rapporto di Greenpeace, da cui risulta che il moltiplicatore economico dell’aumento della spesa militare in Europa, e in particolare in Germania, Spagna e Italia, è decisamente minore di quanto sarebbe quello di investimenti della stessa entità nel campo della salute, dell’ambiente, dell’istruzione. Detto in altre parole:«L’aumento delle spese militari sta portando l’Europa su una traiettoria di minore crescita economica, minore creazione di posti di lavoro e peggiore qualità dello sviluppo (si concentrano le già limitate risorse pubbliche a settori che addirittura favoriscono l’estero). Le alternative – maggiori spese per l’ambiente, l’istruzione e la salute – avrebbero effetti migliori sulla crescita e sull’occupazione e porterebbero grandi benefici alla qualità della vita e dell’ambiente».
E tuttavia, bisogna armarsi – ci dicono. E, nell’attesa che gli investimenti si concretizzino, bisogna sin d’ora educare le giovani generazioni, e chi è istituzionalmente preposto a formarle, alla guerra. Perché quelle armi qualcuno dovrà pure usarle, al momento buono (il 2030 è la data indicata dalla Defence Readeness Roadmap messa a punto dalla Commissione UE). Sembra ormai alle spalle la stagione delle guerre a distanza, combattute in paesi lontani, (quasi) solo dal cielo, talmente asimmetriche quanto a potenza di fuoco e dotazioni tecnologiche da produrre lutti e distruzione solo da una parte. La guerra che verrà – quella che le classi dirigenti dell’Europa stanno immaginando e consapevolmente preparando – non dovrebbe essere tanto diversa dalla carneficina che si sta consumando nelle steppe dell’Ucraina. Per questo genere di guerra serve carne da cannone: giovani educati al culto della patria e della nazione, fanatizzati dall’evocazione dello scontro di civiltà tra il mondo libero e democratico e le orde di barbari che premono alle frontiere, impoveriti quanto basta da essere indotti a valutare come un’opportunità la prospettiva di arruolarsi nell’esercito. Ed ecco allora che tutto si tiene e si rivela coerente: il taglio alla spesa sociale e l’aumento di quella militare; lo sdoganamento del linguaggio dell’odio contro i nemici interni ed esterni; la fascistizzazione della società e la celebrazione dell’eroismo militare. E tuttavia, per rimpolpare le file dei futuri eserciti europei (tanti quanto gli Stati che compongono l’Unione) non è detto che basti fare affidamento sull’arruolamento volontario. La Germania ha appena approvato una riforma che reintroduce, in prospettiva, la leva obbligatoria, nel caso in cui gli incentivi all’arruolamento volontario si rivelassero insufficienti, con l’obiettivo – dichiarato da Merz – di creare l’“esercito convenzionale più forte d’Europa” entro il 2030 (quando al governo potrebbero esserci i neo-nazisti di AfD, oggi primo partito nei sondaggi, ma è un particolare…).
La buona notizia è che l’attrazione per le armi, per ora, appartiene più alla classe politica che ai cittadini. Soprattutto quelli che l’orrore della guerra lo conoscono bene, perché lo guardano in faccia tutti i giorni, da anni: «al momento ci sono circa 1 milione e mezzo di ucraini maschi in età da leva ricercati dai centri di reclutamento territoriale. […]. Il 4 settembre il Parlamento ucraino ha approvato la prima versione del disegno di legge 13260, che reintroduce la responsabilità penale per i militari che abbandonano la propria unità. Si tratta di un tema molto delicato per i generali gialloblù, in quanto da gennaio ad agosto 2025 la procura generale ucraina ha registrato 142.711 procedimenti penali per abbandono non autorizzato della propria unità (articolo 407 del c.p.) e diserzione (408), più del doppio rispetto agli anni passati e pari a oltre 17mila al mese. Come dato di paragone si consideri che in tutti i tre anni precedenti il numero totale di procedimenti 407 e 408 era stato di 265.843». La guerra suscita paura e ribrezzo in chi la conosce e la vive sulla propria pelle. Speriamo che non ci sia bisogno di farne esperienza diretta per capire che è una follia.
*da Volere la Luna
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