Il controllo in albergo a Ilaria Salis non è un errore ma un dispositivo: sorveglianza, cooperazione giudiziaria e repressione per trasformare l’antifascismo in una minaccia.
Quello che è accaduto a Ilaria Salis la mattina del 28 marzo a Roma non è un episodio isolato. Non è un eccesso. Non è un inciampo burocratico. È un fatto politico. È un atto di polizia che si colloca dentro una traiettoria precisa: la costruzione dell’antifascismo come problema di ordine pubblico e, sempre più esplicitamente, come reato.
Alle sette del mattino, in un albergo della capitale, due agenti bussano alla porta di una parlamentare europea per un “controllo preventivo”. Nessun reato, nessuna flagranza, nessun mandato. Solo una segnalazione internazionale inserita nel sistema Schengen su richiesta delle autorità tedesche, legata alle indagini sul cosiddetto “Budapest Komplex”. Una segnalazione che non avrebbe nemmeno dovuto esistere nei confronti di un’eurodeputata. E invece è passata. È stata caricata. È stata attivata. E ha prodotto un intervento reale. Questo è il punto: il meccanismo ha funzionato.
Ha funzionato lungo tutta la catena: dalla magistratura tedesca che inserisce l’alert, al sistema Sirene del Viminale che non lo blocca, fino agli agenti che si presentano alla porta. E quando il sistema funziona così, non siamo davanti a un errore. Siamo davanti a una direzione: la trasformazione dell’antifascismo da principio fondativo della democrazia a oggetto di sorveglianza e repressione. È esattamente quello che vediamo.
Perché la vicenda Salis non è comprensibile se non dentro un quadro più ampio: quello della costruzione di una nuova categoria criminale, informale ma sempre più operativa, che attraversa Europa e Stati Uniti. Una categoria che ha un nome semplice e inquietante: antifascismo.
In Ungheria, il regime di Orbán ha fatto di questa costruzione un pilastro politico, trasformando gli antifascisti in nemici dello Stato. In Germania, l’apparato giudiziario e di polizia costruisce inchieste sempre più estese per associazione eversiva, mentre l’estrema destra — responsabile della stragrande maggioranza della violenza politica — viene sistematicamente relativizzata. L’estradizione illegittima di Maja T. verso l’Ungheria è la prova più brutale di questa deriva.
Negli Stati Uniti, Donald Trump ha indicato tra le sue priorità la classificazione di “Antifa” come organizzazione terroristica. Un’operazione che non ha nulla di giuridico e tutto di politico: trasformare un orientamento, una pratica diffusa e non strutturata, in un nemico identificabile, perseguibile, neutralizzabile.
E in Italia?
In Italia il terreno è più scivoloso, perché l’antifascismo è ancora formalmente fondamento della Repubblica. Ma proprio per questo la strategia è più subdola. Non si attacca frontalmente. Si aggira. Si svuota. Si delegittima. Si associa l’antifascismo alla violenza degli anni Settanta, si omette sistematicamente lo squadrismo fascista che la precedette e l’alimentò, si costruisce un immaginario in cui l’antifascista diventa “estremista”, “pericoloso”, “da controllare”. E poi si passa ai fatti. Segnalazioni. Monitoraggi. Controlli preventivi. Come quello subito da Salis.
È qui che la repressione smette di essere astratta e diventa pratica. Perché il punto non è cosa pensiamo di Ilaria Salis. Il punto è che una parlamentare europea è stata oggetto di un dispositivo di sorveglianza transnazionale e di un intervento di polizia senza alcun presupposto giuridico valido.
Questo è uno Stato di polizia. Non nelle forme classiche, non con gli stivali e i manganelli nelle strade — non ancora — ma nella costruzione di un sistema in cui il controllo precede il reato, lo anticipa, lo immagina. Il salto è trasformare un orientamento politico in un oggetto di repressione. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.
C’è poi un elemento ancora più inquietante, che attraversa tutta questa operazione: il paradosso politico su cui si regge. L’antifascismo viene costruito come minaccia, e così facendo si legittima indirettamente un ordine che assume sempre più tratti autoritari. Un ordine che si presenta come vittima dell’“odio antifascista” e che, proprio in quanto tale, può rafforzarsi.
È un rovesciamento perfetto. Chi si oppone alla guerra viene associato al disordine. Chi contesta la violenza istituzionale viene trattato come violento. Chi difende diritti e uguaglianza viene trasformato in problema di sicurezza.
E nel frattempo avanzano politiche che hanno tratti chiarissimi: riarmo, guerra permanente, repressione preventiva, smantellamento dello stato sociale, esclusione radicale dei migranti, concentrazione del potere esecutivo, criminalizzazione del dissenso.
Chiamarlo fascismo può sembrare improprio a chi cerca analogie storiche rigide. Ma è esattamente lì che si sbaglia il bersaglio. Non si tratta di riprodurre il passato. Si tratta di riconoscere una trasformazione presente: un’autoritarizzazione dello Stato che si nutre di politiche ultraliberiste e repressione del conflitto.
È questo il terreno su cui si muove la vicenda Salis. E per questo non può essere ridotta a un caso individuale.
Perché l’antifascismo, oggi, non è una memoria. È una pratica viva, che attraversa i conflitti sociali e mette in discussione gli assetti esistenti. Ed è esattamente per questo che viene sorvegliato, isolato, criminalizzato. La vicenda Salis non è un errore. È un precedente. E i precedenti, quando passano, diventano metodo.
Sta qui il punto politico: non si tratta di difendere una persona, ma di rifiutare un impianto. Un impianto che trasforma il dissenso in rischio, l’opposizione in minaccia, l’antifascismo in bersaglio. Non c’è nulla da chiarire. C’è da opporsi.
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