Polizia e ATER demoliscono uno storico luogo di lotta e mutualismo mentre il quartiere resta segnato da case vuote, degrado e assenza di manutenzione.
All’alba di questa mattina Roma si è svegliata con l’ennesima operazione di forza contro uno spazio sociale storico. Decine di blindati della polizia in assetto antisommossa hanno circondato il Laurentino 38 per eseguire lo sgombero di L38 Squat, realtà occupata e autogestita da 35 anni in via Giuliotti, punto di riferimento politico, sociale e abitativo del quartiere popolare romano.
Insieme alle forze dell’ordine sono arrivati anche gli operai di ATER, l’ente per l’edilizia residenziale pubblica capitolina, incaricati di svuotare, demolire e sigillare lo stabile. L’obiettivo dichiarato è liberare gli spazi per il progetto del cosiddetto “Sesto Ponte”, operazione con cui ATER punta a valorizzare economicamente immobili di proprietà pubblica della Regione Lazio.
Una scelta che ha immediatamente acceso la rabbia del quartiere e degli occupanti. Per anni, denunciano dall’assemblea di L38, il Laurentino è stato lasciato nel degrado da chi oggi arriva con ruspe e polizia.
«Il quartiere è pieno di case ATER devastate, case vuote, case che hanno bisogno di manutenzione, case che hanno preso fuoco o sono scoppiate, persone e animali che sono morti perché senza termosifoni. È ATER che toglie le case e la vita perché non fa i lavori, perché non ripara i propri danni».
Parole che fotografano una contraddizione evidente: mentre mancano manutenzione, assegnazioni e sicurezza abitativa, si trovano invece uomini, mezzi e risorse per sgomberare uno spazio sociale radicato da decenni.
La resistenza sul tetto
Durante le operazioni una quindicina di occupanti è salita sul tetto dello stabile, dando vita a una resistenza simbolica e concreta contro lo sgombero. Sotto l’edificio, intanto, si è formato un presidio solidale di abitanti, attivisti e realtà cittadine.
Dal tetto un compagno di L38 ha spiegato le ragioni della protesta: gli occupanti chiedevano una risposta immediata per Susanna, residente rimasta senza casa dopo un incendio avvenuto a gennaio, causato – denunciano – dall’assenza di manutenzione dei termosifoni da parte di ATER.
Nell’incendio Susanna ha perso tutto, compresa la sua cagna Sissi, morta tra le fiamme. Da mesi attende un alloggio provvisorio dal Municipio IX per poter rientrare in casa dopo i lavori.
«Abbiamo posto una condizione per scendere dal tetto: una casa per Susanna. Lei lotta per una casa e noi siamo al suo fianco».
Dopo ore di tensione, il Municipio IX avrebbe dato garanzie in tal senso, portando alla fine dell’occupazione del tetto.
Colpire gli spazi, ignorare l’emergenza sociale
Lo sgombero di L38 non è un fatto isolato. Si inserisce in una linea politica che colpisce spazi sociali, occupazioni abitative e luoghi di aggregazione popolare, mentre si aggravano crisi abitativa, precarietà e abbandono delle periferie.
Per 35 anni L38 è stato molto più di un edificio occupato: luogo di mutualismo, sportelli sociali, iniziative culturali, solidarietà di quartiere e organizzazione dal basso. Uno spazio nato dentro una periferia storicamente segnata da marginalità e speculazione urbanistica.
La scena di oggi racconta bene le priorità del potere: non manutenzione, non case popolari, non diritti. Ma blindati, ruspe e rendita.
Una ferita politica per Roma
Chiudere L38 significa colpire una memoria collettiva e una presenza concreta che per decenni ha riempito vuoti lasciati dalle istituzioni. Dove lo Stato si è ritirato, spesso sono rimasti gli spazi sociali.
Al Laurentino, oggi, si sgombera chi resiste mentre restano in piedi le responsabilità di chi ha lasciato case bruciare, appartamenti vuoti e famiglie senza risposta.
Per questo lo sgombero di L38 non riguarda solo uno stabile: riguarda l’idea stessa di città. Una città fondata sui bisogni sociali o una città piegata alla speculazione e governata con la forza.
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