Roma, condannate per aver filmato e aperto uno striscione


Tre mesi a due attiviste di Ultima Generazione per l’azione al Senato del 2023. Una riprendeva con lo smartphone, l’altra srotolava uno striscione. Lo stesso pubblico ministero aveva chiesto l’assoluzione

Tre mesi di condanna per avere partecipato a un’azione di protesta senza essere le autrici materiali del danneggiamento contestato. È la sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma nei confronti di due aderenti alla campagna “Non paghiamo il fossile” di Ultima Generazione, processate per l’azione compiuta il 2 gennaio 2023 davanti a Palazzo Madama. Una delle due, secondo quanto riferisce il movimento, durante la protesta si era limitata a filmare quanto stava accadendo con uno smartphone; l’altra aveva aperto uno striscione rimanendo seduta a terra. Il pubblico ministero aveva chiesto per entrambe l’assoluzione.

Il giudice ha deciso diversamente, condannandole a tre mesi e disponendo la sospensione condizionale della pena subordinata al risarcimento dei danni. La difesa, affidata all’avvocata Paola Bevere, ha annunciato ricorso in appello. Le imputazioni erano concorso nel reato, articolo 110 del codice penale, e danneggiamento, articolo 635. È proprio il ricorso al concorso a rendere particolarmente rilevante questa nuova sentenza: la responsabilità penale viene infatti contestata anche a chi non avrebbe materialmente gettato la vernice sull’edificio.

L’azione è ormai uno degli episodi più conosciuti della prima stagione di proteste di Ultima Generazione. La mattina del 2 gennaio 2023 alcuni attivisti lanciarono vernice arancione sulla facciata di Palazzo Madama per denunciare l’inazione politica davanti alla crisi climatica. Tre degli autori materiali furono arrestati e successivamente processati. Nel marzo 2024 il Tribunale di Roma li condannò a otto mesi di reclusione e stabilì una provvisionale immediatamente esecutiva di 60mila euro a favore delle parti civili. La sentenza riconobbe comunque l’attenuante dell’aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale.

Il procedimento concluso il 10 settembre 2026 riguarda dunque una posizione diversa. Se nel primo processo si discuteva della responsabilità di chi aveva materialmente utilizzato gli estintori contenenti vernice, questa volta al centro c’è il contributo attribuito a due persone che svolgevano altre funzioni durante l’azione. Ed è difficile non interrogarsi sulla portata di una condanna per concorso in danneggiamento quando le condotte indicate consistono nel documentare la protesta con un telefono e nell’esporre uno striscione.

Naturalmente bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per comprendere attraverso quale ragionamento il giudice abbia ritenuto quelle condotte un contributo penalmente rilevante al danneggiamento. Ed è necessario evitare di trasformare una sentenza di primo grado in un principio generale già consolidato. Ma proprio per questo assume particolare rilievo il fatto che lo stesso pubblico ministero, dopo il dibattimento, abbia chiesto l’assoluzione delle imputate.

La vicenda pone una questione che supera il singolo processo. In una protesta collettiva esistono necessariamente ruoli differenti: c’è chi compie materialmente un’azione, chi regge uno striscione, chi parla con i giornalisti, chi fotografa o realizza un video. Stabilire fino a quale punto queste attività possano essere considerate un contributo consapevole alla commissione di un reato significa delimitare il confine tra responsabilità individuale e appartenenza a una protesta.

È un confine particolarmente delicato perché il nostro ordinamento non dovrebbe conoscere una responsabilità penale per semplice vicinanza politica o partecipazione a un movimento. Il concorso di persone richiede l’accertamento del contributo concretamente fornito alla realizzazione del reato e della volontà di concorrervi. Proprio le motivazioni dovranno quindi chiarire quale contributo causale sia stato riconosciuto nel comportamento delle due imputate.

Il caso si inserisce inoltre in una storia giudiziaria ormai lunga. Le azioni di Ultima Generazione hanno prodotto negli ultimi anni arresti, denunce, fogli di via, sanzioni e centinaia di procedimenti. Non tutti hanno avuto lo stesso esito. Lo stesso movimento rivendica oltre ottanta assoluzioni, mentre altre azioni hanno portato a condanne: nel maggio scorso, per esempio, quattro attivisti sono stati condannati a quattro mesi per l’azione del 2023 alla Fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona.

Parallelamente è cresciuto l’intervento legislativo sulle forme di protesta. Dal cosiddetto decreto anti-rave alle successive norme contro gli imbrattamenti dei beni culturali, dai blocchi stradali alle disposizioni contenute nei pacchetti sicurezza, il conflitto climatico è diventato uno dei terreni sui quali è stata sperimentata l’espansione degli strumenti penali e amministrativi. Non si tratta soltanto di giudicare le singole azioni, sulle quali è legittimo avere opinioni diverse, ma di interrogarsi sulla proporzione tra le condotte contestate e la risposta dello Stato.

Ed è precisamente su questo terreno che Ultima Generazione rovescia l’accusa. Nel comunicato diffuso dopo la sentenza il movimento ricorda le centinaia di processi affrontati dai propri aderenti e domanda quando saranno invece chiamati a rispondere delle proprie responsabilità i grandi soggetti economici che continuano a investire nei combustibili fossili. Il riferimento è alle multinazionali del petrolio e del gas, alle banche e alle compagnie assicurative che finanziano il settore, ma anche alle decisioni politiche che continuano a sostenere un modello energetico responsabile di una parte determinante delle emissioni climalteranti.

Il punto politico non consiste nel sostenere che la gravità della crisi climatica possa automaticamente rendere lecita qualsiasi forma di protesta. Una democrazia deve poter accertare eventuali responsabilità individuali e sanzionare le condotte realmente illecite. Il problema nasce quando la risposta giudiziaria e legislativa diventa talmente estesa da rendere sempre più sottile la distinzione tra punire un fatto e punire la partecipazione a un conflitto.

La sentenza romana rende questa domanda ancora più concreta. Perché qui non stiamo discutendo soltanto di chi gettò la vernice sul Senato. Stiamo parlando, sulla base di quanto riferito dal movimento e in attesa delle motivazioni, di una persona che documentava l’azione con uno smartphone e di un’altra che apriva uno striscione. Se anche queste condotte possono concorrere a fondare una responsabilità per danneggiamento, diventa essenziale comprendere quale sia il limite oltre il quale la responsabilità individuale rischia di dilatarsi fino a investire chi rende possibile, sostiene o semplicemente documenta una protesta.

È una questione che riguarda Ultima Generazione, ma non soltanto Ultima Generazione. Riguarda il modo in cui lo Stato sta imparando a governare il dissenso: non necessariamente vietandolo, ma aumentando progressivamente il costo penale, amministrativo ed economico della partecipazione. E riguarda un principio elementare che proprio nei momenti di conflitto dovrebbe essere difeso con maggiore attenzione: in uno Stato di diritto si risponde delle proprie condotte, non dell’appartenenza a una protesta.


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