Roma, 91 fermi preventivi per una commemorazione: il decreto sicurezza colpisce anche la memoria

Al Parco degli Acquedotti identificazioni e possibili fogli di via contro anarchici riuniti per ricordare due militanti morti. La nuova norma sul fermo preventivo applicata anche a chi portava un fiore.

Domenica 29 marzo, a Roma, il nuovo decreto sicurezza ha trovato una delle sue prime applicazioni più evidenti. Non durante scontri, non in presenza di disordini, ma in occasione di una commemorazione.

Nei pressi del Parco degli Acquedotti, dove circa un centinaio di persone si erano radunate per ricordare due militanti anarchici – Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti il 19 marzo nell’esplosione di un ordigno – la polizia ha effettuato 91 fermi preventivi. Le persone sono state trattenute per il foto-segnalamento e per valutare l’emissione di fogli di via.

Un intervento massiccio, anticipato dal divieto disposto dalla Questura due giorni prima. La motivazione ufficiale è significativa: la commemorazione sarebbe stata in contrasto con «i valori della convivenza civile e democratica», a causa dell’“inclinazione ideologica dell’anarchismo contro l’ordine costituito”.

Non un comportamento, ma un’identità politica. Non un fatto, ma una presunzione.

Il fermo preventivo diventa pratica

Il punto centrale della vicenda è proprio questo: l’uso del fermo preventivo introdotto e rafforzato dal decreto sicurezza. Una misura che consente di trattenere persone sulla base di una valutazione di pericolosità, anche in assenza di reati.

A Roma questa logica è stata applicata in modo esplicito. Si è intervenuti per impedire a priori una presenza nello spazio pubblico. Il fermo non è stato la conseguenza di un fatto, ma lo strumento per anticiparlo.

Il risultato è che decine di persone sono state fermate semplicemente per essere presenti a una commemorazione. Per partecipare. Per ricordare.

Dalla repressione alla selezione

Il salto è evidente. Non si tratta più solo di reprimere comportamenti ritenuti illegali, ma di selezionare chi può stare in uno spazio pubblico e chi no. Il criterio non è giuridico in senso stretto, ma politico: appartenenza, contesto, presunta pericolosità.

La motivazione della Questura lo esplicita chiaramente. Non si parla di rischio concreto, ma di “inclinazione ideologica”. È questo il passaggio decisivo: l’ideologia diventa elemento sufficiente per giustificare l’intervento.

È una logica che trasforma il diritto di riunione in concessione revocabile e la presenza in piazza in qualcosa da autorizzare, controllare, limitare.

Anche la memoria diventa problema

C’è poi un elemento che rende l’episodio ancora più significativo. L’iniziativa era una commemorazione. Non una manifestazione di piazza in senso tradizionale, ma un momento di ricordo. Eppure è stata trattata come una minaccia.

Questo significa che la soglia si è ulteriormente abbassata. Non si colpiscono solo le proteste, ma anche le forme simboliche, i momenti di aggregazione, perfino il gesto di portare un fiore.

Quando anche la memoria diventa oggetto di controllo, il messaggio è chiaro: non è più in discussione solo ciò che si fa, ma ciò che si rappresenta.

Un modello che si consolida

L’episodio del Parco degli Acquedotti non è isolato. Si inserisce in un quadro più ampio in cui il decreto sicurezza sta ridefinendo il rapporto tra Stato e dissenso.

Fermo preventivo, zone rosse, sanzioni amministrative elevate: strumenti diversi che convergono nella stessa direzione. Anticipare, dissuadere, selezionare.

La gestione dell’ordine pubblico si sposta così dal terreno dei fatti a quello delle possibilità. Non si interviene più su ciò che accade, ma su ciò che potrebbe accadere.

E in questo spazio, inevitabilmente, il confine tra sicurezza e arbitrio si assottiglia.

Il fermo preventivo, attraverso l’articolo 11bis introdotto nel d.l. sicurezza 2026 “prevede che ci sia un motivo fondato di pericolo per la pubblica sicurezza se vi sono delle armi o strumenti atti a offendere. In questo caso le persone fermate erano armate solo di fiori quindi è evidente che non ci fossero presupposti di pericolo”, fa sapere l’avvocata Paola Bevere, intervistata ai micrfoni di Radio Onda d’Urto, che insieme a Flavio Rossi Albertini segue attivisti e attiviste.

Il decreto sicurezza ha l’intento di limitare la partecipazione nelle piazze, ha introdotto delle sazioni amministrative molto salate (da mille a 10mila euro) che chiaramente possono essere un disincentivo, soprattutto per i giovani”, aggiunge l’avvocata. Non solo: c’è “la possibilità di fare perquisizioni sul posto e l’accompagnamento preventivo per 12 ore si limita fortemente la possibilità di partecipare alle manifestazioni sulla base di un mero sospetto”. Una norma molto ampia nella “sua applicazione e la sua vaghezza”, aggiunge l’avvocata Bevere.

Come ha già fatto sapere l’avvocato Flavio Rossi Albertini, “spesso sono gli anarchici il primo laboratorio per l’attuazione di queste norme più repressiva che preventiva”. Il governo, però, paude. Ma a quale scenario andremo incontro d’ora in poi? L’intervista completa di Radio Onda d’Urto all’avvocata Paola Bevere. Ascolta o scarica.

Il punto politico

Roma, 29 marzo, dice qualcosa di molto preciso. Il decreto sicurezza non è solo un insieme di norme, ma un cambio di paradigma.

Se 91 persone possono essere fermate per una commemorazione, se un presidio può essere vietato per la sua “inclinazione ideologica”, se il sospetto diventa sufficiente, allora non siamo più di fronte a un uso straordinario di strumenti eccezionali. Siamo davanti a una normalizzazione.

E quando il controllo arriva a colpire anche chi si limita a ricordare, il problema non è più l’ordine pubblico. È lo spazio stesso del dissenso che viene progressivamente ridotto.

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