Il 23 maggio 1977, a Roma, la Procura della Repubblica è costretta ad aprire un’inchiesta su un episodio di violenza avvenuto all’interno del commissariato di Primavalle. A far scattare il procedimento è la denuncia di Roberto Rotondi, giovane militante dell’area dell’autonomia, che accusa alcuni agenti di averlo picchiato selvaggiamente insieme a un suo compagno durante la permanenza negli uffici di polizia.
Secondo la ricostruzione fornita dal giovane, il pestaggio sarebbe avvenuto dentro il commissariato, lontano da sguardi esterni, in un contesto in cui chi è fermato si trova completamente nelle mani degli agenti.
La polizia respinge le accuse. La versione ufficiale parla di una colluttazione, sostenendo che le ferite riportate dai due giovani sarebbero il risultato di uno scontro fisico, non di un’aggressione unilaterale.
Una linea difensiva già vista in altri casi simili: ridurre l’accaduto a un episodio concitato, a una reazione nel corso di un confronto, negando l’esistenza di violenze deliberate.
A smentire questa versione interviene però la perizia medica, che conferma la compatibilità delle lesioni con un pestaggio e dunque la fondatezza della denuncia presentata da Rotondi.
È questo elemento a rendere inevitabile l’apertura dell’inchiesta da parte della Procura. Non più solo una parola contro l’altra, ma un riscontro tecnico che mette in discussione la versione fornita dagli agenti.
L’episodio si inserisce nel clima del 1977, uno degli anni più intensi del conflitto sociale e politico in Italia. Le piazze sono attraversate da mobilitazioni, scontri e repressione. In questo contesto, i commissariati diventano spesso luoghi opachi, difficilmente accessibili al controllo pubblico.
Le denunce di violenze durante fermi e interrogatori non sono rare, ma raramente trovano conferma ufficiale. Il caso di Primavalle assume quindi un significato particolare proprio perché una perizia medica contraddice apertamente la versione della polizia.


