Per due volte la procura aveva chiesto l’archiviazione attribuendo il decesso a un’overdose. Ora, dopo una perizia indipendente voluta dalla famiglia, la Procura generale riapre l’inchiesta: quattro poliziotti sono indagati per omicidio preterintenzionale e due per falso. Ancora una volta emergono dubbi sulle versioni ufficiali e sul ruolo del commissariato già coinvolto nel caso Mansouri.
Per due volte era stata raccontata come una morte dovuta alla droga. Per due volte era stata chiesta l’archiviazione. Oggi, invece, il caso di Igor Squeo torna al centro dell’attenzione giudiziaria con uno sviluppo destinato a sollevare interrogativi inquietanti sul funzionamento dei controlli interni e sulla gestione delle indagini che coinvolgono le forze dell’ordine.
La Procura generale di Milano ha disposto la riapertura dell’inchiesta sulla morte del trentatreenne avvenuta all’alba del 12 giugno 2022, dopo un intervento di polizia all’interno del suo appartamento. Una decisione che segna una netta discontinuità rispetto alla linea seguita finora dalla procura ordinaria, che aveva attribuito il decesso a un’overdose da cocaina chiedendo per due volte l’archiviazione del fascicolo aperto per omicidio colposo contro ignoti.
A cambiare il corso della vicenda è stata la tenacia della famiglia di Igor Squeo, che non ha mai accettato la ricostruzione ufficiale. Determinante è risultata una consulenza medico-legale indipendente che ha contestato le conclusioni delle precedenti indagini e avanzato l’ipotesi di una morte violenta. A sostegno di questa tesi sono state prodotte fotografie che mostrerebbero il corpo del giovane coperto di lesioni e fratture, oltre a immagini dell’abitazione che documenterebbero segni compatibili con una colluttazione.
Alla luce di questi nuovi elementi, la Procura generale ha deciso di riaprire il caso e approfondire una vicenda che presenta molti aspetti ancora oscuri. Attualmente risultano indagati un medico e sei appartenenti alle forze dell’ordine. Per quattro agenti l’ipotesi di reato è quella di omicidio preterintenzionale, mentre altri due sono indagati per falso ideologico.
Un dettaglio rende la vicenda ancora più significativa. Gli agenti coinvolti appartengono al commissariato Mecenate, lo stesso già finito al centro delle cronache giudiziarie per il caso di Carmelo Cinturrino e per l’omicidio di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo. Un commissariato che, secondo le contestazioni della procura milanese nel caso Mansouri, sarebbe stato attraversato da pratiche sistematiche di violenza, falsificazione di atti, estorsioni e abusi di potere.
Naturalmente le responsabilità individuali dovranno essere accertate nelle sedi opportune e tutti gli indagati restano presunti innocenti fino a sentenza definitiva. Tuttavia la riapertura dell’inchiesta impone una riflessione più ampia. Ancora una volta emerge uno schema ricorrente: una morte avvenuta durante o dopo un intervento delle forze dell’ordine viene inizialmente ricondotta a fattori personali della vittima – la droga, l’agitazione, le condizioni psicofisiche – mentre solo anni dopo, grazie all’insistenza dei familiari, emergono elementi che rendono necessaria una nuova verifica dei fatti.
È accaduto in numerosi casi che hanno segnato la storia recente italiana, da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Giuseppe Uva a Riccardo Magherini. Vicende diverse tra loro ma accomunate da un dato: la difficoltà di accertare rapidamente e con piena trasparenza ciò che accade quando la morte incontra il potere coercitivo dello Stato.
La domanda che oggi si ripropone è la stessa: perché è stato necessario attendere tre anni e una perizia indipendente per mettere in discussione una ricostruzione che appariva ormai consolidata? E soprattutto, quanti altri casi rischiano di essere archiviati troppo in fretta quando le indagini riguardano apparati che continuano a godere di una protezione istituzionale e mediatica spesso superiore a quella riservata ai cittadini comuni?
La riapertura del caso Igor Squeo non restituisce la vita a un uomo morto a trentatré anni. Ma restituisce almeno la possibilità di accertare la verità. Ed è proprio la ricerca della verità, soprattutto quando coinvolge il potere, a rappresentare il primo fondamento di una società democratica.
Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Luigi Mastrodonato, giornalista, autore di diversi articoli sul caso Squeo, nonché ideatore di Malapolizia.Ascolta o scarica
Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.
Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000
News, aggiornamenti e approfondimenti
sul canale telegram e canale WhatsApp


