di Giuseppe Pepe
Il blackout digitale come “nuova” frontiera della repressione.
Internet shutdown
Silvia è una cooperante italiana. Da quando è in Tanzania, comunichiamo principalmente via mail. Giovedì 30 ottobre, alle 12:49 ora italiana, ho ricevuto una mail che recitava:
Sono le 13:20. Non mi funziona più internet. Sto cercando di capire se sta succedendo lo stesso agli altri. Temo possa essere dovuto alle elezioni. Spero riprenda a funzionare per poterci sentire dopo pranzo.
Contemporaneamente un’altra mail. Entrambe scritte e inviate il giorno prima, 29 ottobre – data delle elezioni presidenziali, dell’inizio delle proteste e del primo Internet Shutdown – senza sapere se e quando sarebbero arrivate:
Internet non funziona a nessuno. Le chiamate e gli SMS funzionano. Alle 17 Nye, è entrata in cucina, dicendomi di aver sentito al telefono il marito, che l’ha avvisata che a Dar Es Salaam è in corso una protesta. Ho chiesto di accendere la TV e quello che è apparso ha lasciato perplesse entrambe: il canale delle notizie, il giorno delle elezioni presidenziali, mandava in onda un trio di uomini – capeggiati da quello che aveva l’aria di essere l’allenatore – intenti ad allenarsi guardando dritto in faccia lo spettatore e invitandolo a partecipare. Sul fondo dello schermo una sottile striscia blu, in cui scorreva rapido un singolo avviso, ripetuto ad oltranza. Ho chiesto a Nye di tradurre e ho aspettato trepidante che finisse di leggere. “Per la propria sicurezza, gli abitanti di Dar es Salaam sono tenuti a stare in casa. La circolazione è autorizzata alle sole forze dell’ordine”. Dopo qualche minuto, una comunicazione dell’ispettore generale delle forze di polizia, CamillusWambura, che ha definito i manifestanti criminali e ha annunciato che “varie attività commerciali sono state vandalizzate”. Ha concluso invitando i tanzaniani a mantenere la calma. “Le forze di difesa stanno riportando sotto controllo la situazione”. Un minuto e mezzo di comunicazione, poi è ripreso l’allenamento. Dopo qualche minuto, lo stesso identico comunicato. Abbiamo deciso di cambiare canale. Spero di riuscire ad andare a nord. Spero che la rete riprenderà a funzionare. Vorrei capire cosa sta succedendo. Spero di non aver fatto preoccupare nessuno non essendo raggiungibile.
Io e Silvia abbiamo poi perso i contatti fino al 3 Novembre, quando la neo-eletta presidente Samia Suluhu Hassan ha comunicato che tutto avrebbe dovuto tornare alla normalità. Ponendo così fine all’Internet Shutdown. Le autorità tanzaniane non hanno mai ammesso di aver imposto restrizioni deliberate alla rete. I comunicati ufficiali, diramati con giorni di ritardo, parlavano di “temporanei problemi tecnici dovuti all’eccessivo traffico durante le elezioni”. Nessuna spiegazione. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessuna certezza su cosa sia accaduto durante quei giorni di oscuramento.
Durante i sei giorni di Shutdown, l’unico modo per avere informazioni in Tanzania era chiamare conoscenti che si trovavano in altre città o regioni. Silvia ha passato giorni a farsi tradurre le conversazioni da chiunque chiudesse una telefonata. L’informazione era diventata un atto di fiducia: un’intima confidenza fatta con il costante timore di ritorsioni possibili. Con il passare dei giorni, il silenzio che li aveva relegati nel buio dell’isolamento si schiariva, ma il quadro che si andava delineando creava una nuova oscurità nelle persone.
Elezioni
Il giorno delle elezioni sono scoppiate proteste nella capitale economica Dar Es Salaam, a Mwanza e in altre regioni. I contestatori di Samia, di cui alcuni armati, hanno impedito l’accesso a numerosi seggi. Si sono innescate proteste spontanee che hanno portato all’incendio di diverse sedi governative e stazioni di polizia. Le forze di sicurezza, inclusi militari a volto coperto, hanno risposto con gas lacrimogeni, munizioni di gomma e proiettili veri. Della gente è morta, non è dato sapere chi, né quanti. Immagini diffuse sui social nei giorni successivi mostravano fosse comuni improvvisate. La maggioranza dei manifestanti era composta da studenti e laureati disoccupati. Le proteste sono proseguite per i tre giorni successivi, con la polizia e l’esercito a pattugliare le strade e l’imposizione del coprifuoco di 24 ore dal 29 ottobre al 3 novembre, impedendo ai residenti di lasciare le proprie case e rendendo difficile l’acquisto di beni di prima necessità. Il tutto sommato al blocco dei trasporti.
Mentre la repressione era in atto, i canali statali proclamavano una vittoria schiacciante — 97,66% — del Chama Cha Mapinduzi (CCM) e il Ministero della sicurezza diffondeva comunicati brevi, che si chiudevano con un rassicurante: “La situazione è sotto controllo.” Il governo, da parte sua, invitava la popolazione a “non credere a notizie infondate”. Attivisti e società civile denunciano “centinaia di vittime e migliaia di arresti”. Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato un’ondata di terrore fatta di sparizioni forzate, torture, arresti arbitrari ed esecuzioni extragiudiziali. Il numero delle vittime oscilla tra due e migliaia a seconda della fonte, come se la verità fosse un parametro tecnico, più che una questione di vite umane.
L’informazione in questi casi diventa un campo minato. In mancanza di fonti certe, le redazioni si uniformano, svaniscono le sfumature e il blackout diventa “un problema tecnico durante le elezioni in un Paese africano”. Niente di sconvolgente dunque. Rimanere relegati ai margini dell’informazione internazionale, anche in seno a fatti clamorosi, è la normalità di tutto il continente: l’effetto distorto e perverso della concezione post-coloniale, per cui l’Africa è un grande contenitore, più o meno uniforme, di disordini e povertà amaramente inevitabili. Il Sudan ne è la triste, ennesima prova.
Il blocco totale di Internet e la censura dei media sono state strategie cruciali utilizzate dal governo tanzaniano per ostacolare il dissenso e nascondere le irregolarità elettorali e la violenza. Questa “nuova” frontiera repressiva non ha permesso ai siti di informazione locali di essere aggiornati e i partiti di opposizione, i media e la società civile sono stati impossibilitati nel monitorare e denunciare le irregolarità. La Commissione Africana ha specificato che lo Shutdown di Internet in Tanzania ha violato l’articolo 9 della Carta Africana sui Diritti Umani e dei Popoli, che garantisce il diritto alla libertà di espressione e l’accesso all’informazione.
Neanche questa è una novità per i tanzaniani. Già in occasione delle elezioni del 2020, il governo aveva attuato misure restrittive sulla comunicazione: sospensione di servizi radio e TV, blocco di alcuni social media come Twitter, blocco delle VPN e ordine di sospendere il servizio di bulk text messaging (uno strumento che permette di inviare contemporaneamente SMS a numerosi contatti) alle compagnie telefoniche, fino al termine delle elezioni.
Dopo i primi giorni, spaventosi e concitati, la vita di Silvia è rallentata fino a fermarsi. La situazione generale le ha fatto rivivere il lookdown dei mesi più duri della pandemia covid. Strade deserte, scuole e negozi chiusi. Divieto di uscire in più di due. Il silenzio imposto, col passare del tempo, ha preso il gusto amaro del lutto. Silvia, in un piccolo atto di resistenza analogica, continuava a scrivere mail, raccontandomi di militari anonimi che sparano sui civili, amici feriti e parenti spariti delle persone che le stanno intorno. Mentre la cronaca internazionale sparava cifre, i tanzaniani si affannavano a dare nomi e volti a quei numeri.
Contesto
Il malcontento tanzaniano era cosa nota da ben prima delle elezioni. E le precauzioni messe in atto dalle autorità, avevano già un volto repressivo, fatto di sparizioni, rapimenti e omicidi; messa al bando dei principali partiti di opposizione, ma anche pattugliamento delle città da parte di agenti in borghese, di cui Silvia aveva avuto prova nelle settimane precedenti al voto.
Dall’indipendenza dal Regno Unito del 1961, a guidare il paese fu l’eroe nazionale e fondatore del TANU (Unione Nazionale Africana del Tanganica) Julius Kambarage Nyerere. Sotto la sua amministrazione, il Paese assunse un assetto politico ed economico basato su una forma di socialismo agricolo di stampo Maoista chiamato ujamaa (“familiarismo” in swahili).
A seguito della fusione del TANU con l’ Afro-Shirazi Party (ASP) di Zanzibar la Tanzania finì sotto l’egemonia del partito unico (CCM). All’inizio degli anni novanta, il presidente Ali Hassan Mwinyi, successore di Nyerere, intraprese una serie di profonde riforme, abbandonando gradualmente l’impianto socialista. Sebbene Mwinyi abbia introdotto formalmente il multipartitismo, il CCM ha sistematicamente vinto tutte le consultazioni elettorali. Cambiando faccia diverse volte, in oltre 60 anni il partito non ha mai abbandonato il potere.
Durante la presidenza di Jakaya Kikwete (2005-2015), il paese ha goduto di una crescita economica costante, trainata dai settori minerario, agricolo e turistico. Questo non è stato però accompagnato all’abbattimento delle disuguaglianze, che anzi, sono aumentate e al miglioramento della rete infrastrutturale.
Nel 2015 è stato eletto presidente John Pombe Magufuli, che ha avviato uno stile di governo autoritario caratterizzato da forte centralizzazione del potere unita al controllo statale dei media e dell’opposizione in forte crescita a causa della corruzione endemica del partito. Magufuli è stato apprezzato dal suo popolo – e lo è ancora oggi, specie se paragonato a Samia – per l’efficienza amministrativa, pur ricevendo numerose critiche internazionali per le limitazioni sulle libertà e sui diritti. Le elezioni del 2015
A marzo 2021 Magufuliè morto improvvisamente e la sua vicepresidente Samia Suluhu Hassan è divenuta la prima presidente donna del paese. La prima fase di governo della neoeletta presidente hanno mostrato una linea aperta ai rapporti internazionali che ha attratto numerosi investitoti stranieri. Sono stati avviati progetti di modernizzazione infrastrutturale, estensione del sistema energetico e promozione del turismo, consolidando la propria posizione di paese sicuro. La politica estera era ben riuscita a mascherare il volto sempre più repressivo che l’amministrazione del CCM adottava con sempre maggiore forza nella politica interna.
Con la presidenza di Samia, la Tanzania ha completato la transizione verso un autoritarismo sempre più violento e tecnologicamente sofisticato, in cui la censura digitale si è unita alla repressione fisica per blindare congiuntamente il potere del CCM. Il Chadema, principale partito d’opposizione che nel 2015 aveva ottenuto il 40%, è stato di fatto eliminato: condanne, sparizioni e omicidi all’estero hanno preceduto l’arresto di ‘Tundu Lissu, accusato di tradimento e che rischia la pena di morte. Anche Luhaga Mpina di ACT-Wazalendo è stato squalificato per “motivi tecnici”, lasciando come concorrenti legittimi solo partiti minori con consenso irrisorio.
La vittoria plebiscitaria del 2025, altamente prevedibile, è stata definita all’estero un’incoronazione, che ha segnato il consolidamento di un autoritarismo illiberale. L’attuale regime è de facto un autoritarismo liberalizzato in cui l’unica via per esprimere il dissenso è la protesta violenta in piazza. Nel plebiscito popolare ha invece sigillato l’unico atto democratico possibile, gettando via la chiave del dialogo.
Repressione digitale
Il governo ha esibito una crescente tendenza a utilizzare la repressione digitale già prima delle elezioni. L’uso sistematico del sistema giudiziario e della polizia per eliminare gli avversari politici è la nuova normalità. La storia politica della Tanzania d’altronde mostra come la leadership del partito abbia storicamente reagito in modo autoritario quando il suo consenso elettorale è stato minacciato, soprattutto nei momenti di alta povertà e crescenti disuguaglianze economiche.
Per quest’ultima tornata elettorale la repressione digitale ha avuto inizio nell’agosto 2024, quando alcuni utenti tanzaniani segnalavano difficoltà nell’accesso a Twitter, piattaforma cruciale per il dialogo politico e già L’IGTWG (Internet Governance Tanzania Working Group) aveva condannato queste restrizioni come violazioni dei diritti fondamentali. Pochi mesi dopo, la TCRA (Tanzania Communications Regulatory Authority) ha sospeso le licenze di contenuto online per tre pubblicazioni di un’importante agenzia di comunicazione tanzaniana, la Mwananchi Communication, in seguito alla diffusione di un’animazione satirica divenuta virale.
Senza contare che già durante le elezioni del 2020 erano stati segnalati numerosi blocchi di internet simili allo Shutdown del 2025, finiti nell’oblio. La repressione si è poi intensificata nell’anno precedente al voto, con abusi rivolti in particolare agli attivisti digitali: La TLS (Tanganyika Law Society) ha documentato 83 casi di rapimento, sparizione forzata e tortura nel corso del 2024, la maggior parte dei quali coinvolgeva cyber-attivisti. Tundu Lissu, leader del Chadema, ha denunciato di essere stato sottoposto a isolamento prolungato e costante sorveglianza con telecamere nella sua cella (anche mentre usava il bagno), un trattamento che lui stesso ha definito equivalente alla tortura ed ennesima violazione dei diritti umani. Altri casi emblematici del 2024 includono l’abduzione e la tortura dell’attivista Kennedy Mwamlima (aprile 2024) e la sparizione del content creator Shadrack Chaula (agosto 2024), precedentemente incarcerato per aver bruciato una foto della Presidente.
Politica del silenzio
Negli ultimi dieci anni gli internet Shutdowns sono diventati prassi comune nella gestione del dissenso, per limitare il flusso di informazioni, specialmente durante momenti di instabilità politica o elezioni. Secondo l’ultimo rapporto di Access Now, nel 2024 se ne sono registrati 296 in 54 Paesi, con picchi in Africa e Asia. I motivi dichiarati sono sempre gli stessi — sicurezza nazionale, protezione dalle fake news, mantenimento dell’ordine pubblico — ma le conseguenze reali sono altre: isolamento, censura, repressione violenta del dissenso e perdita di vite umane.
La Tanzania si è aggiunta ad una lista già ricca: nel Tigray (Etiopia) è stato imposto un blackout prolungatosi per oltre oltre anni, dal 2020 al 2023, trasformando un conflitto civile in un buco nero informativo. In Iran è una pratica consolidata dal 2019. In particolare, nel 2022, dopo la morte di Mahsa Amini, il regime ha oscurato internet per dieci giorni, tagliando l’informazione proprio mentre dilagavano le proteste. In Myanmar, all’indomani del golpe del 2021, l’esercito ha spento la rete per bloccare il coordinamento dei manifestanti. In Kashmir, nel 2019, l’India ha imposto un lunghissimo shutdown: 213 giorni di silenzio digitale. Uno dei più lunghi blocchi continuativi mai registrati. E l’elenco non è esaustivo.
Lo Shutdown in Tanzania è dunque tutt’altro che un problema tecnico. Dietro ogni blocco delle comunicazioni c’è la stessa dinamica: la rete come campo di battaglia. Laddove l’informazione sfugge al controllo, la connessione diventa un’arma da disinnescare. La politologa keniota Nanjala Nyabola definisce questa pratica weaponized connectivity: la connettività trasformata in strumento di potere – o repressione.
Mentre i governi oscurano la rete, i media di Stato diffondono comunicati, smentite e conferenze stampa che saranno le fondamenta della narrazione futura, sia interna, sia all’estero. I fatti vengono quindi piegati ai bisogni della narrazione istituzionale con l’obiettivo di manipolarli a favore della propria immagine. Quando la narrazione propagandistica diventa così dura nel presente, si evita persino lo sforzo del revisionismo futuro.
All’interno, la disconnessione ha frammentato le reti di informazione, impedendo alla popolazione di coordinarsi, di documentare, di verificare. All’esterno, ha generato confusione e disinteresse attraverso notizie contraddittorie. Lo Shutdown ha così prodotto due effetti complementari: ha tolto voce a chi era dentro e ha disorientato chi era fuori.
Il giorno dopo la comunicazione della presidente, quando Silvia ha potuto finalmente uscire di nuovo di casa, ha trovato le strade – deserte il giorno prima – pregne di una vitalità smodata. In ufficio i colleghi parlavano dell’accaduto con disappunto, le mostravano video e immagini delle proteste e delle loro raccapriccianti conseguenze. Sono le uniche testimonianze dirette, pubblicate sui social da attivisti tanzaniani residenti all’estero. In breve tempo i giorni passati delle proteste sono diventati un argomento sempre meno accessibile e la quotidianità si è imposta con il suo ritmo inarrestabile. La sua ripresa è interpretata da alcuni come una resa, frutto della paura che si è diffusa tra la popolazione. Altri, invece, riconoscono il ruolo strumentale di questa normalità. Bloccare le attività, per la maggior parte dei tanzaniani, equivale a una perdita inaccettabile di reddito, così la rabbia esplosa, e ancora esplosiva, si muove nel sottosuolo, dove, nascosta e protetta, muta di forma e dimensione aspettando l’occasione per imporsi nuovamente.
Fuori dal Paese, le notizie sulla Tanzania pullulavano nelle homepage delle testate internazionali e l’informazione finiva così per risultare ancora una volta fuorviante e dissonante dai fatti. Nel giro di pochi giorni le notizie si sono diradate, superate dalle nuove emergenze del momento. Ed è in questo spazio di indifferenza algoritmica che si esercita la politica del silenzio. Non serve più esporsi per cancellare le informazioni: basta lasciarle affondare nel flusso, in silenzio.
Il 7 Novembre, Silvia mi aggiorna su una nuova parte di realtà post-elezioni. Mi racconta che spostandosi verso nord per un lungo viaggio in autobus, ha conosciuto un ragazzo, che ha uno zio ferito in ospedale. Un militare gli ha sparato mentre tornava a casa da lavoro, ad Arusha. Mentre ne parlavano hanno incontrato un checkpoint dell’esercito: lui li guardava e intanto, furioso, le ha detto che l’odio verso di loro e Samia è ormai unanime, che girano voci che, quando lei si mostrerà in pubblico, la rabbia che ora è tornata latente, riesploderà.
“Dopo poco siamo arrivati ad Arusha e ci siamo salutati. Appena scesa dall’autobus ho visto che la connessione funzionava molto meglio che a Ifakara. Sono riuscita a chiamare mia mamma finalmente. Ero proprio al telefono con lei quando mi sono passati davanti due militari con il volto coperto.”
Una fragile menzogna resta l’unica figlia legittima della normalità imposta. La sa la gente quanto il governo, che intanto prepara la prossima mossa repressiva: Il 9 dicembre ci sarà l’anniversario dell’indipendenza e i tanzaniani stanno organizzando una nuova mobilitazione e il governo, da settimane, ha prontamente imposto il coprifuoco dal 5 al 10 dicembre, annunciando che “si impegnerà in ogni modo per garantire la sicurezza”. Il presagio di una nuova carneficina,
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