Repressione a freddo: il decreto sicurezza colpisce chi ha manifestato per Gaza

Denunce, intimidazioni e uso del codice penale: così il decreto sicurezza prova a spezzare la solidarietà con la Palestina e il diritto di manifestare. Arrivano le prime indagini a carico dei manifestanti del 3 ottobre, sciopero generale per la Flotilla. Succede a Massa e Taranto.

Suona come una vendetta a scoppio ritardato, un piatto servito freddo: a settimane di distanza dallo sciopero generale del 3 ottobre, iniziano ad arrivare le prime denunce contro attiviste e attivisti che scesero in piazza in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e con Gaza. Una repressione selettiva e simbolica, che punta a colpire il dissenso politico utilizzando il codice penale come strumento di intimidazione.

I primi a farne le spese sono a Massa: trentasette persone hanno ricevuto un avviso di chiusura delle indagini. Secondo la procura, «agendo in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso», avrebbero causato l’interruzione del pubblico trasporto ferroviario. L’accusa si fonda sulle nuove fattispecie introdotte dal decreto sicurezza emanato lo scorso giugno, approvato forzando il dibattito parlamentare e ignorando gli appelli di giuristi e società civile.

Un campionario del dissenso

Le persone sotto inchiesta provengono da sindacati, organizzazioni politiche e sociali, collettivi e gruppi di base. Una scelta che appare tutt’altro che casuale: l’obiettivo sembra quello di colpire figure riconoscibili, rappresentative della variegata coalizione che quel giorno invase le strade della città toscana. La mattina del 3 ottobre un grande corteo studentesco si unì alla manifestazione convocata dai sindacati Cgil e Usb; il percorso deviò spontaneamente verso la stazione ferroviaria per praticare il blocco della circolazione, in coerenza con la parola d’ordine nazionale: «blocchiamo tutto».

Un gesto politico e simbolico, non violento, messo in atto mentre la circolazione ferroviaria risultava già interrotta anche in altre città come Genova e Pisa. In prima fila c’era anche il segretario della Cgil locale, Nicola Del Vecchio. Proprio a Massa, domani alle 19, il Presidio permanente per la Palestina ha convocato un nuovo appuntamento in via Galilei.

“Non possiamo restare in silenzio”

Ieri la Cgil ha riunito un’assemblea a Carrara. «È l’occasione per un primo incontro con i legali – ha spiegato Del Vecchio – e per concordare insieme quali azioni democratiche adottare. Non è solo una battaglia in nostra difesa, ma una battaglia per il diritto costituzionale alla libertà di manifestare». Molti ricordano come il blocco ferroviario fosse soprattutto simbolico: nonostante ciò, a numerosi studenti sono state inflitte multe vessatorie per “attraversamento dei binari”.

Secondo lo scrittore e insegnante Marco Rovelli, anche lui tra gli indagati, «hanno scelto di denunciare le persone più in vista per dare un segnale chiaro: il governo intende gestire il dissenso attraverso il codice penale».

La strategia: portare il decreto davanti alla Costituzione

Dalla riunione è emersa una linea difensiva che assume apertamente un carattere politico e che potrebbe trasformarsi in una campagna nazionale. L’idea è chiedere ai magistrati di sollevare la questione di legittimità costituzionale delle norme del decreto sicurezza che inaspriscono le pene per i blocchi della circolazione. «Con le modifiche – spiega l’avvocata Paola Bevere – oggi si rischia fino a un mese di reclusione o una multa di 300 euro, che diventano da sei mesi a due anni se il fatto è commesso da più persone riunite. Prima si trattava di una semplice sanzione amministrativa».

Un disegno nazionale

Il caso di Massa non è isolato. A Taranto, per le stesse giornate di mobilitazione a sostegno della Flotilla, 28 persone sono indagate per il medesimo reato di blocco ferroviario. Anche lì l’azione fu nonviolenta e simbolica, senza che alcun treno venisse effettivamente fermato. «Queste forme di repressione – commenta il Coordinamento Taranto per la Palestina – mirano a frammentare e spezzare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese».

La repressione a freddo che oggi colpisce chi ha manifestato per Gaza parla dunque a tutto il Paese: non solo di Palestina, ma di diritti, di libertà costituzionali e del confine sempre più sottile tra ordine pubblico e criminalizzazione del dissenso.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, il racconto e l’analisi di Elia Buffa, parte dell’Usb e del locale presidio permanente per la Palestina , nonché tra le persone colpite dai provvedimenti. Ascolta o scarica

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