Dal genocidio a Gaza alla criminalizzazione delle proteste, il Rapporto 2026 denuncia un ordine globale sempre più fondato su guerra, impunità e politiche repressive
È stato presentato oggi il Rapporto 2026 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Il documento consegna un’immagine durissima del 2025: un anno segnato dall’espansione delle guerre, dalla crescita di governi autoritari, dalla repressione delle proteste sociali e da un progressivo svuotamento del diritto internazionale. Secondo Amnesty, non siamo di fronte a una somma di emergenze separate, ma a una tendenza globale in cui violenza, impunità e restrizione delle libertà diventano strumenti ordinari di governo.
Nella prefazione del rapporto, la segretaria generale Agnès Callamard accusa apertamente leader come Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu di aver alimentato un ordine mondiale fondato sulla forza, sulla distruzione e sulla repressione. Amnesty denuncia anche la passività di molti governi occidentali, in particolare europei, che di fronte ai crimini internazionali hanno scelto il silenzio, la complicità o l’adattamento politico.
Uno dei capitoli più netti riguarda Gaza. Amnesty ribadisce che Israele ha commesso genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia, oltre a crimini di guerra e crimini contro l’umanità, e che tali violazioni sono proseguite anche oltre il cessate il fuoco del 9 ottobre 2025. Il rapporto collega quanto avvenuto a Gaza al più ampio sistema di apartheid imposto al popolo palestinese, denunciando anche l’intensificazione delle violenze in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Il punto politico centrale è che le maggiori potenze mondiali, pur disponendo di tutti gli strumenti per intervenire, non hanno voluto fermare il massacro né mettere fine all’occupazione illegale.
Amnesty denuncia inoltre i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra commessi dalla Russia in Ucraina, insieme alle atrocità perpetrate in Sudan, Myanmar e nella Repubblica Democratica del Congo. Il rapporto richiama l’uso sistematico della violenza sessuale nei conflitti armati e il ruolo decisivo dei trasferimenti irresponsabili di armi da parte degli Stati, che continuano ad alimentare guerre, devastazioni e impunità.
Un altro asse centrale del rapporto è la repressione del dissenso. In numerosi paesi le proteste sociali e politiche sono state affrontate con l’uso illegale della forza, arresti arbitrari, sparizioni forzate e criminalizzazione giudiziaria. Amnesty cita tra gli altri Iran, Kenya, Turchia, Pakistan, Perù, Ecuador, Indonesia e Camerun, dove manifestazioni popolari sono state represse con morti e feriti. In molti casi la gestione dell’ordine pubblico si è tradotta in una vera e propria sospensione dei diritti fondamentali.
Il rapporto sottolinea come sempre più governi utilizzino leggi antiterrorismo o normative sicuritarie per colpire oppositori, giornalisti, movimenti ecologisti e attivisti sociali. Nel Regno Unito oltre duemila persone sono state arrestate per avere contestato pacificamente la messa al bando di Palestine Action, mentre attivisti climatici di Just Stop Oil sono stati condannati al carcere per azioni di disobbedienza civile.
Negli Stati Uniti studenti stranieri solidali con la Palestina sono stati arrestati o espulsi. In Egitto migliaia di persone sono finite a processo con accuse di terrorismo, mentre in Tunisia oppositori politici sono stati colpiti da processi di massa e condanne durissime.
Per Amnesty emerge un paradigma ormai globale: il conflitto sociale viene ridefinito come minaccia alla sicurezza e trattato con strumenti penali e polizieschi. Dove crescono disuguaglianze, precarietà e rabbia sociale, molti governi rispondono restringendo spazi democratici invece di affrontare le cause materiali del malessere.
Ampio spazio è dedicato anche alle politiche migratorie. Amnesty denuncia deportazioni di massa, respingimenti e sistemi di frontiera sempre più militarizzati. Stati Uniti e diversi paesi europei, tra cui Italia, Grecia, Polonia e Ungheria, vengono indicati per avere adottato misure che violano gli obblighi internazionali in materia di asilo e protezione dei rifugiati. Il rapporto sottolinea inoltre come il razzismo strutturale continui a plasmare molte politiche migratorie contemporanee.
Il documento insiste poi sul nesso tra crisi economica, debito, austerità e diritti sociali negati. Tagli alla spesa pubblica, indebitamento e disuguaglianze globali compromettono l’accesso a salute, casa, lavoro e istruzione in molte aree del pianeta. Allo stesso tempo, governi e grandi imprese non stanno affrontando seriamente la crisi climatica, mentre le popolazioni più povere continuano a pagarne il prezzo maggiore.
Uno dei passaggi più allarmanti riguarda l’attacco agli organismi internazionali di garanzia. Amnesty denuncia le sanzioni imposte dagli Stati Uniti contro funzionari della Corte penale internazionale e contro organizzazioni palestinesi per i diritti umani, nel tentativo di ostacolare l’accertamento delle responsabilità per i crimini commessi. Diversi Stati ignorano i mandati internazionali o si sfilano dai trattati che dovrebbero tutelare la giustizia globale.
Il rapporto parla al mondo, ma interpella direttamente anche l’Italia. In un contesto segnato dall’espansione dei decreti sicurezza, dalla criminalizzazione delle proteste, dalla stretta repressiva contro movimenti sociali e solidali, il documento di Amnesty mostra che la torsione autoritaria non è un’anomalia nazionale ma parte di una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie contemporanee.
Nelle sue conclusioni Amnesty lancia un appello semplice e radicale: resistere. Difendere libertà civili, diritti sociali e diritto internazionale oggi significa opporsi a un modello politico che usa paura, guerra e repressione come strumenti ordinari di comando.
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