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Il rapper spagnolo Pablo Hasel verso il carcere, “venuta meno la libertà di espressione”

Domenica 7 febbraio scade l’ultimatum al cantante rap spagnolo Pablo Hasel e per lui sarà carcere. A seguito di una condanna per “apologia di terrorismo” e vilipendio della Monarchia e delle istituzioni dello Stato, la scorsa settimana l’amministrazione penitenziaria spagnola ha intimato all’artista di consegnarsi entro dieci giorni per scontare la pena, se non lo farà verrà arrestato.

Nonostante Hasel abbia chiarito che non si consegnerà spontaneamente alle autorità, sarà comunque considerato come il primo rapper in Europa a entrare in carcere per il contenuti di alcune sue canzoni. L’Audiencia Nacional, contro il parere del Pubblico Ministero, ha infatti confermato la condanna a nove mesi e un giorno di prigione, comminatagli dal Tribunal Supremo nel maggio 2020, per i delitti di apologia di terrorismo e ingiurie alla Corona e alle istituzioni dello Stato. Il rapper, già condannato nel marzo del 2015 per reati analoghi a una pena inferiore a due anni che perciò gli aveva risparmiato l’entrata in prigione, questa volta sconterà la condanna privato della libertà personale.

Ne parliamo con Marco Santopadre, autore di numerosi articoli e libri sui movimenti indipendentisti in Spagna. Ascolta o Scarica

da Radio Onda d’Urto

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Il caso del rapper catalano Pablo Hasel, che entrerà in prigione nei prossimi giorni per reati di opinione, è la dimostrazione che nello Stato spagnolo il potere giudiziario è ancora innervato dalle prassi del regime franchista

«Tra dieci giorni verrà per sequestrarmi forzatamente il braccio armato dello Stato [spagnolo], per rinchiudermi in prigione, perché non mi presenterò volontariamente. Non so in quale prigione mi porteranno né per quanto tempo. Fra tutti i processi che ho accumulato per lottare, alcuni con condanne che aspettano il ricorso e altri con condanne già definitive, con questo potrei restare fino a quasi vent’anni in prigione».

Inizia così il comunicato del rapper Pablo Hasel, nome d’arte di Pablo Rivadulla (Lleida, 1988), pubblicato lo scorso 28 gennaio come risposta a un decreto della Audencia Nacional nel quale veniva richiesto il suo «ingresso volontario in prigione». I magistrati firmatari fanno parte di un tribunale erede diretto del Tribunal de Orden Público (istituito nel secondo franchismo e sciolto nel 1977) e condivide con questo il compito di perseguire i reati «politici». Così il tribunale ha condannato per la prima volta Hasel nel 2015, per i testi di canzoni pubblicate su YouTube. In quella prima occasione, il tribunale ha deciso di sospendere la pena.

Nel 2018, il rapper ha ricevuto un’altra condanna – questa volta di due anni e un giorno, più una multa di 24.200 euro – da parte dello stesso tribunale per reati di apologia di terrorismo, e di ingiurie e calunnie contro la Corona e le istituzioni dello Stato. Le prove? Sessantaquattro messaggi pubblicati dal rapper sui suoi social (tra cui diversi messaggi che simpatizzano con movimenti lottarmatisti, tutti ormai estinti in territorio spagnolo, come il Grapo) e una canzone condivisa su YouTube.

Secondo i magistrati «non si tratta […] di un semplice commento nel quale si dà una determinata opinione, ma bensì di un messaggio che racchiude chiaramente un invito ad avere una condotta uguale a quella dei suoi riferimenti, si incita a cercare di imitare i loro atti […] Un’esaltazione della violenza la quale [l’imputato] pretende di nascondere sotto forma di opinione, ma che genera un pericolo per l’ordine costituzionale, la pace sociale e le persone».

La sentenza della Audencia Nacional accusava Hasel anche di false accuse nei confronti del re emerito Juan Carlos I e di quello attuale Felipe VI, sostenendo che avessero commesso certi reati. In alcuni dei tweet per i quali è stato condannato, Hasel faceva riferimento a «business mafiosi» fra la Casa Real spagnola e l’Arabia Saudita, attualmente sotto indagine giudiziaria e che hanno già provocato l’esilio volontario di Juan Carlos de Borbón l’estate scorsa (prima ospite di uno dei più grandi businessman del Porto Rico e, dall’agosto 2020, negli Emirati Arabi Uniti). Infine, la condanna del 2018 imputava al musicista i reati di ingiurie e calunnie per aver accusato le forze dell’ordine di torture (in casuale sintonia con le denunce di organismi poco sovversivi come Amnesty International). Quella volta la Audiencia Nacional non ha deciso di sospendere la pena, ma ha deciso di ridurla a nove mesi e un giorno. Nello scorso giugno 2020, la Corte Suprema spagnola ha confermato la sentenza. Questa è la base giuridica per cui fra pochi giorni la polizia avrà il mandato di portare forzatamente Pablo Hasel in prigione, considerato il suo rifiuto a presentarsi volontariamente.

Indipendentemente dalla distanza che si possa avere con le idee e il linguaggio di Hasel, l’assedio giudiziario che sta subendo da parte dello Stato spagnolo è il sintomo di un pericolo sempre meno latente per chiunque prenda posizioni radicalmente critiche con lo status quo. Così lo hanno interpretato gruppi, collettivi e singole e singoli di tutto lo spettro della sinistra extraparlamentare che hanno mostrato la loro solidarietà con il rapper, non solo sui social media ma anche in diverse manifestazioni pubbliche, tra cui un corteo di circa 700 persone nelle strade di Barcellona. Inoltre, sono state organizzate diverse proteste per i prossimi giorni in molte città del territorio spagnolo. Anche alcuni (pochi) rappresentanti istituzionali hanno espresso delle critiche alla condanna del rapper. Sia una magistrata della stessa Audiencia Nacional che il vicepresidente del governo Pablo Iglesias hanno sostenuto che si tratta di un «reato di opinione» che non dovrebbe essere perseguibile in un regime democratico (paradossali le dichiarazioni del leader di Podemos, considerando che Hasel, nel suo comunicato, ha denunciato «il cosiddetto ‘governo progressista’ di permettere che questo succeda mentre protegge la monarchia e aumenta il loro budget»).

Anche se Pablo Hasel sarà il primo musicista che entrerà in prigione per reati politici dalla fine del franchismo, non si tratta di un caso isolato, ma solamente quello più eclatante. Altri casi molto recenti lo dimostrano: il rapper di Majorca Valtònyc è stato condannato nel 2018 per apologia di terrorismo, oltre che calunnie e ingiurie gravi nei confronti del Re. In quella occasione, la risposta del mondo del rap è stata immediata, e la canzone collettiva Los borbones son unos ladrones («I borboni sono dei ladri», una delle frasi incluse dal tribunale nella condanna a Valtònyc) divenne subito virale. Dopo la condanna, e un giorno prima di dover entrare in prigione, Valtònyc è uscito furtivamente dal territorio spagnolo, e un mese dopo è stato accertato che si trovava in Belgio. All’indomani di questa notizia, la Corte di Strasburgo ha rifiutato la richiesta dello Stato spagnolo di rimpatriare il condannato. Da allora il rapper si trova in territorio belga, dal quale gli è stato vietato di uscire finché non verrà risolto il suo processo. Anche i dodici rapper di La Insurgencia sono stati condannati l’anno scorso a 6 mesi di prigione, per apologia del terrorismo (anche nel loro caso per esprimere simpatie verso il Grapo).

Negli ultimi anni, la repressione da parte dello Stato spagnolo delle opinioni politiche discordanti è arrivata a livelli altissimi, anche di ridicolo. Ad esempio, Cassandra Vera, una studentessa di storia di 21 anni, è stata condannata nel 2017 per apologia di terrorismo, usando come prove sette tweet in cui la giovane ironizzava sull’attentato del 1973 con cui l’Eta assassinò l’erede politico designato da Francisco Franco, il generale Luis Carrero Blanco (ironie che, d’altra parte, si riproducono viralmente ogni anno sui social media nell’anniversario dell’evento).

I casi sopra elencati sono soltanto quelli più mediatici, ma ce ne sono tanti altri meno noti: anche se complessivamente il loro numero è basso rispetto al totale di canzoni o tweet pubblicati ogni giorno e non rappresentano un vero modello orwelliano di controllo della popolazione, la loro intenzionalità politica è evidente. Si tratta di un meccanismo repressivo molto più sottile di quello narrato in distopie come 1984. Più o meno consapevolmente, le autorità statali che portano avanti casi di repressione come quello di Pablo Hasel, insieme ai media imprenditoriali che gli servono da megafono, pretendono di far scattare nella popolazione un campanello di allarme prima di esprimere pubblicamente (sui social, nelle canzoni) opinioni che attaccano o mettono in discussione i pilastri fondamentali del potere costituito, come le forze dell’ordine o la Corona nel caso particolare dello Stato spagnolo. Si tratta dunque di una versione light, più elegante, per certi versi meno opprimente ma ugualmente repressiva, di quel potere che si scatenò il 18 luglio 1936, attraverso un colpo di stato militare, e che instaurò un regime dittatoriale che, nonostante la sua trasformazione in democrazia parlamentare alla fine degli anni Settanta, ha lasciato una forte impronta a livello di prassi e princìpi nelle strutture statali esistenti fino a oggi.

Pedro Castrillo ha una formazione come scienziato ed è un traduttore militante di testi italiani per il giornale spagnolo El Salto.

da Jacobin Italia

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