Quando l’antifascismo finisce sotto accusa

Mentre l’apologia del fascismo viene tollerata e difesa in nome di una presunta libertà di espressione, chi la contesta viene esposto alla gogna mediatica e politica. Il caso di Mattia Tombolini mostra un rovesciamento pericoloso dei valori democratici: l’antifascismo trasformato in colpa, il neofascismo normalizzato come semplice voce culturale. Un segnale allarmante dello stato della nostra democrazia.

C’è qualcosa di profondamente malato nel clima politico e culturale di questo Paese se, nel 2025, a finire sotto accusa non è chi fa apologia di fascismo e nazismo, ma chi osa denunciarla. È ciò che sta accadendo a Mattia Tombolini, giovane editore di Momo edizioni, oggi bersaglio di una campagna violenta della stampa di destra e di settori delle forze politiche di governo, al punto che l’onorevole Federico Mollicone di Fratelli d’Italia ha ritenuto opportuno presentare un’interrogazione parlamentare al Ministro dell’Interno Piantedosi.

La “colpa” di Mattia Tombolini è tanto semplice quanto grave agli occhi di chi oggi detiene il potere: aver partecipato e sostenuto la protesta contro la presenza, alla fiera “Più libri più liberi”, della casa editrice Passaggio nel bosco. Una casa editrice che nei propri testi, senza vergogna né ambiguità, fa esplicita apologia del fascismo e del nazismo, normalizzando ideologie responsabili di leggi razziali, deportazioni, stermini, repressione e guerra.

Il paradosso è evidente e inquietante. Da un lato, in nome di una libertà di espressione piegata a uso ideologico, si pretende di sdoganare tutto: simboli, parole, miti e narrazioni che appartengono a una delle pagine più nere della storia europea. Si invoca lo spettro della censura ogni volta che qualcuno osa dire che il fascismo non è un’opinione come le altre, ma un crimine storico e politico. Dall’altro lato, si attacca, si criminalizza e si chiede una dura repressione contro chi assume una posizione culturale, etica e politica che dovrebbe essere ovvia in una democrazia nata dalla Resistenza.

È un rovesciamento inquietante della realtà: l’antifascismo diventa un problema di ordine pubblico, mentre il neofascismo viene trattato come folklore editoriale, come “pluralismo culturale”. Ma non c’è nulla di neutro nel pubblicare e diffondere testi che esaltano regimi responsabili di milioni di morti. Non c’è nulla di democratico nel relativizzare il fascismo, e non c’è nulla di scandaloso nel denunciarlo.

La domanda, allora, è brutale nella sua semplicità: com’è possibile che nel XXI secolo, dopo Auschwitz, dopo le Fosse Ardeatine, dopo l’orrore che abbiamo visto e documentato, esista ancora una casa editrice neonazista? E com’è possibile che lo scandalo non sia la sua presenza in una fiera nazionale, ma la protesta contro di essa?

Difendere Mattia Tombolini oggi non significa difendere una persona soltanto. Significa difendere l’idea che esistano dei confini invalicabili, che la storia non sia un gioco retorico, che la libertà di espressione non possa diventare l’alibi per la riabilitazione dell’odio. Significa ricordare che l’antifascismo non è un reato, ma il fondamento stesso della nostra Costituzione.

E se chi governa sceglie di interrogare i ministri per colpire chi protesta contro il fascismo invece di interrogarsi sulla sua crescente normalizzazione, allora il problema non è Mattia Tombolini. Il problema è molto più grande, e riguarda la direzione in cui questo Paese sta pericolosamente scivolando.

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