Quando la scuola decide chi può parlare: il caso dell’assemblea negata a Pisa

Quando la scuola filtra le voci: il caso dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e l’assemblea del Liceo “Dini”

C’è un passaggio, nel comunicato dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università di Pisa, che colpisce più di altri: la “selezione dei relatori” operata dal Consiglio d’Istituto del Liceo Scientifico “Dini”. Non un diniego esplicito all’assemblea, ma una scelta sui nomi ammessi a intervenire. Una distinzione interna tra attivisti dello stesso comitato, alcuni autorizzati a entrare, altri esclusi.

Il tema dell’incontro richiesto dagli studenti e dalle studentesse è di quelli che attraversano il presente: riarmo, processi di militarizzazione nei territori, rapporto tra scuola e forze armate. Questioni che, piaccia o no, sono entrate nel dibattito pubblico nazionale ed europeo e che interpellano direttamente le nuove generazioni.

Il diritto di assemblea e l’autonomia studentesca

Gli studenti del “Dini” hanno esercitato un diritto preciso: quello di assemblea, previsto dal Testo Unico sulla scuola. Non si tratta di una concessione benevola, ma di uno spazio di partecipazione riconosciuto dall’ordinamento, pensato proprio per favorire confronto, approfondimento, pluralismo.

Secondo l’Osservatorio, la decisione del Consiglio d’Istituto di operare una selezione tra i relatori rappresenterebbe una forma di discriminazione, in contrasto con l’Articolo 3 della Costituzione italiana, che sancisce la pari dignità sociale e l’eguaglianza senza distinzione di opinioni politiche e condizioni personali. E non solo: il comitato richiama anche l’Articolo 18 della Costituzione italiana, che tutela la libertà di associazione.

L’Osservatorio si definisce infatti una forma associativa orizzontale, senza gerarchie interne, fondata sulla partecipazione volontaria. La presenza di più relatori, spiegano, rispondeva esclusivamente a un criterio di competenza e disponibilità, non a una logica rappresentativa verticistica.

Un precedente ingombrante

Nel comunicato viene evocato un episodio recente: la “vicenda” che aveva coinvolto Francesca Albanese, per la quale il Ministero aveva evitato ispezioni al Liceo proprio in nome dell’autonomia decisionale del corpo studentesco.

Il confronto tra i due momenti è inevitabile. Se in quell’occasione si era ribadito il principio di autonomia, perché oggi limitarlo attraverso una selezione preventiva dei relatori? È questa la domanda politica che l’Osservatorio pone, parlando apertamente di “censura istituzionale”.

Militarizzazione e clima politico

Il cuore del conflitto non è solo procedurale. È culturale e politico. L’Osservatorio collega la decisione del Consiglio d’Istituto a un contesto più ampio: quello di una crescente militarizzazione della società e, con sempre maggiore frequenza, della scuola.

Negli ultimi anni si è assistito a un aumento di progetti con le forze armate negli istituti, percorsi di orientamento in collaborazione con strutture militari, iniziative legate alla “cultura della difesa”. Per alcuni, si tratta di opportunità formative. Per altri, di un progressivo slittamento simbolico e valoriale che normalizza la presenza dell’apparato militare negli spazi educativi.

In questo quadro, limitare un intervento critico sul riarmo assume un significato che va oltre il singolo episodio. Per l’Osservatorio, imporre veti sui nomi significa non solo comprimere la libertà di pensiero, ma colpire l’autonomia degli studenti e delle studentesse, trasformando la scuola da luogo di confronto a spazio regolato da filtri preventivi.

La scelta del rifiuto

Di fronte alle condizioni imposte, il comitato ha deciso di non accettare l’invito. Una scelta che definisce “dolorosa ma necessaria”, per non legittimare una decisione ritenuta lesiva della dignità degli studenti e degli stessi attivisti.

Resta ora la richiesta di chiarimenti formali alla Dirigenza e al Consiglio d’Istituto. E resta, soprattutto, una questione più ampia: che cosa significa oggi autonomia scolastica? È un principio effettivo, capace di reggere le pressioni politiche e mediatiche, o è uno spazio fragile, facilmente comprimibile quando i temi diventano scomodi?

La scuola pubblica, ricorda l’Osservatorio, dovrebbe essere il luogo primario del confronto democratico. Se proprio lì si iniziano a selezionare le voci ammesse, la discussione non riguarda solo un’assemblea annullata o condizionata. Riguarda l’idea stessa di educazione come pratica di libertà. Ed è una domanda che, inevitabilmente, interpella tutti.

Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti

sul canale telegram e canale WhatsApp