Quando il dissenso fa paura

Foto Mauro Scrobogna/LaPresse

di Samuele Lucia


Dalla Gran Bretagna alla Germania fino all’Italia, le norme contro terrorismo e antisemitismo sollevano una domanda scomoda: dove finisce la tutela della sicurezza e dove comincia la repressione del dissenso?

Dopo quanto accaduto il 7 ottobre, un fatto che ha diviso governi e opinione pubblica, il rapporto tra sicurezza e libertà di espressione nelle democrazie europee è diventato sempre più fragile.

Manifestazioni pro-palestinesi, occupazioni universitarie, slogan, bandiere e cartelli finiscono al centro di interventi di polizia, procedimenti giudiziari e polemiche politiche.

Prima di tutto, una precisazione necessaria: in Gran Bretagna, Germania e Italia non esiste ancora una legge che vieti totalmente di criticare Israele. Dire che sia diventato illegale “parlare male di Israele” non è del tutto corretto, anche se molti si chiedono se sia davvero così o se si voglia andare in tale direzione.

Il problema a oggi evidente nasce quando il confine tra critica politica, antisemitismo e sostegno a organizzazioni considerate terroristiche si trasforma in un filo così sottile da creare incertezza.

È in questa zona grigia che una legge nata per proteggere dalla violenza può finire per incidere anche sulla libertà di manifestare e di parlare.

Gran Bretagna: l’antiterrorismo applicato alle piazze

Parliamo del caso britannico, nel luglio 2025 il governo del Regno Unito ha inserito Palestine Action nell’elenco delle organizzazioni proscritte in base al Terrorism Act 2000.

La decisione è arrivata dopo azioni contro aziende legate all’industria militare e un’incursione nella base della Royal Air Force di Brize Norton.

Per il governo la questione è chiara: non si criminalizza il sostegno alla Palestina né la critica ad Israele. Si persegue il sostegno a un’organizzazione classificata come terroristica. La distinzione è importante.

Che fa storcere il naso però è ciò che è successo dopo. Ciò ha aperto un problema ben più ampio.

Dopo la proscrizione, migliaia di persone sono state arrestate durante le manifestazioni contro il divieto. Molti arresti hanno riguardato chi esponeva cartelli di sostegno o contestava pubblicamente la decisione del governo. Solo il 6 settembre 2025, secondo Amnesty International, a Londra sono state arrestate 857 persone in una sola giornata.

A quel punto non si parla più soltanto di Palestine Action. Si parla del significato che attribuiamo alla parola terrorismo. Un conto è perseguire chi prepara attentati, usa violenza o danneggia infrastrutture. Un altro è applicare la legislazione antiterrorismo a cittadini che manifestano pacificamente, anche quando esprimono solidarietà a una popolazione.

Lo Stato ha il diritto e il dovere di combattere il terrorismo, è questo non è assolutamente messo in dubbio, e tutti, io compreso dobbiamo facilitare la lotta ad esso. Ma proprio perché queste norme attribuiscono poteri eccezionali, dovrebbero essere usate con estrema cautela. Quando entrano nel campo della protesta politica, la definizione di “minaccia” rischia di allargarsi. E quando si allarga, non coinvolge più soltanto i violenti: possono sentirsi sotto tiro anche giornalisti, studenti, professori e cittadini comuni.

Germania: il peso della storia e i limiti della critica

Il caso tedesco è diverso e non si può comprendere senza considerare la storia del Paese.

Dopo l’Olocausto, la lotta all’antisemitismo è un pilastro della cultura politica tedesca. La sicurezza di Israele è stata definita da importanti leader tedeschi come parte della Staatsräson, la ragion di Stato. Le ragioni storiche di questa particolare sensibilità sono comprensibili.

Il problema nasce quando il necessario contrasto all’antisemitismo rischia di sovrapporsi alla discussione sulle politiche del governo israeliano.

Dopo il 7 ottobre 2023 molte manifestazioni pro-palestinesi in Germania sono state limitate, vietate o sottoposte a controlli particolarmente stretti. Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno criticato alcuni interventi della polizia e le restrizioni imposte a eventi e cortei.

Anche qui bisogna essere precisi: la Germania non ha vietato come legge di criticare Israele. Esistono però norme severe contro l’incitamento all’odio, l’antisemitismo, il sostegno a organizzazioni terroristiche e determinati simboli o slogan. È l’applicazione concreta di queste norme a creare il problema.

Dove finisce l’antisemitismo e dove comincia la critica al sionismo? Dove termina la solidarietà con i palestinesi e dove inizia il sostegno a Hamas? Quando uno slogan rappresenta un’opinione politica e quando diventa incitamento all’odio?

Le risposte non sono sempre semplici o scontante. Ed forse proprio questa incertezza riduce effetti profondi sulla libertà di espressione.

L’Italia e il disegno di legge sull’antisemitismo

La questione riguarda ormai anche noi.

Il 4 marzo 2026 il Senato ha approvato un disegno di legge contenente disposizioni per il contrasto all’antisemitismo: 105 voti a favore, 24 contrari e 21 astensioni. Il testo è quindi passato alla Camera.

Uno dei punti più discussi nel disegno di legge è il riferimento alla definizione operativa di antisemitismo dell’Royal Air Force (IHRA). La definizione contiene esempi nei quali determinate posizioni riguardanti Israele possono, a seconda del contesto, essere considerate antisemite.

Non va confuso, non significa che criticare il governo israeliano diventi automaticamente illegale. La stessa impostazione distingue la critica a Israele, analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Paese, dall’antisemitismo.

Tuttavia, diverse organizzazioni per i diritti umani, a partire da Amnesty International, hanno espresso preoccupazione per un possibile utilizzo troppo esteso di questa definizione e per gli effetti che potrebbe avere sulla libertà di espressione e sulla possibilità di discutere apertamente delle politiche israeliane.

Il punto principale non è sostenere che domani verrà arrestato chiunque critichi Netanyahu o l’esercito israeliano. La domanda è un altra: quale effetto può avere una definizione istituzionale quando viene applicata nelle università, nelle scuole, negli enti pubblici, nelle manifestazioni e nel dibattito culturale? 

Distinguere è necessario. Questo è il punto centrale del discorso.

L’antisemitismo è una forma di odio che l’Europa conosce fin troppo bene. Combatterlo è doveroso e questo nessuno, persino chi appoggia come me la causa palestinese lo mette in dubbio.

Criticare Benjamin Netanyahu non significa odiare gli ebrei. Contestare un bombardamento non equivale automaticamente a sostenere Hamas. Difendere i civili palestinesi non significa giustificare azioni come quella del 7 ottobre. Condannare Hamas non significa approvare ogni decisone del governo israeliano.

Una democrazia matura dovrebbe riuscire a contenere tutte queste posizioni insieme.

Il rischio vero: l’autocensura

Il pericolo più serio potrebbe non essere rappresentato dagli arresti o dalle condanne, ma dalla paura di parlare.

In gergo viene definito chilling effect: l’effetto raggelante sulla libertà di espressione. Si verifica quando una persona rinuncia a dire quello che pensa non perché quella frase sia chiaramente vietata, ma perché teme le possibili conseguenze.

Perdere il lavoro? Essere denunciata? Essere accusata di antisemitismo? Finire sotto indagine per sostegno al terrorismo? Essere allontanata dall’università? Essere identificata durante una manifestazione? 

Quando queste domande precedono ogni opinione politica, qualcosa nel rapporto tra Stato e cittadino comincia a incrinarsi.

La legge non viene più percepita soltanto come uno strumento di protezione, ma come qualcosa di imprevedibile. E in una democrazia nella quale non è chiaro dove finisca il lecito e dove inizino le conseguenze penali, l’autocensura rischia di diventare quasi inevitabile.

Sicurezza o libertà? Una falsa alternativa

La domanda non dovrebbe essere: dobbiamo scegliere tra sicurezza o libertà?  È una falsa alternativa.

Una democrazia deve garantire entrambe. Deve perseguire chi organizza attentati e chi incita concretamente alla violenza. Deve contrastare l’islamofobia e ogni altra forma di discriminazione. Deve garantire la sicurezza delle manifestazioni.

Ma deve anche proteggere il diritto di esprimere opinioni che il governo considera sbagliate, offensive o scomode. Perché la libertà di espressione serve a poco se protegge soltanto le idee approvate dallo Stato.

Gli arresti in Gran Bretagna, le controversie in Germania e il dibattito legislativo in Italia non dimostrano che in Europa sia ormai “vietato parlare di Israele“. Dimostrano qualcosa di più complesso e, proprio per questo più preoccupante: il confine tra sicurezza, lotta all’odio e repressione del dissenso sta diventando sempre più difficile da tracciare. 

Ed è  su questo confine che si decide una delle parti più importanti delle nostre democrazie. Il terrorismo va combattuto. L’incitamento all’odio va perseguito.

Ma la critica a uno Stato, a un governo, a un esercito o a una guerra deve restare libera, anche quando è radicale è scomoda.

Uno Stato democratico non dimostra la propria forza mettendo a tacere chi lo contesta. La dimostra quando è abbastanza forte da permettere ai cittadini di dissentire.


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