Quando il difensore diventa una prova: il teorema che mette sotto processo il diritto di difesa


Il Corriere della Sera suggerisce che i due giovani tedeschi arrestati in Val di Susa sarebbero vicini ad Askatasuna anche perché hanno nominato come legale Gianluca Vitale. L’avvocato replica con una durissima lettera al direttore: «È un’affermazione intollerabile che trasforma la scelta del difensore in un indizio di colpevolezza e colpisce un principio fondamentale dello Stato di diritto».

C’è un confine che uno Stato di diritto non dovrebbe mai oltrepassare. È quello che separa il diritto di difendersi dalla presunzione di colpevolezza. Un confine che rischia di essere cancellato quando perfino la scelta dell’avvocato viene presentata come un elemento indiziario a carico degli imputati.

È quanto denuncia l’avvocato Gianluca Vitale in una lunga lettera indirizzata al direttore del Corriere della Sera e, per conoscenza, alla presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino, dopo un articolo dedicato ai due ventenni tedeschi arrestati in Val di Susa a seguito degli scontri durante la manifestazione No Tav.

Il “teorema” costruito sul nome del difensore

L’articolo del Corriere sostiene che uno degli elementi che confermerebbero il collegamento dei due giovani con Askatasuna sarebbe la circostanza che abbiano indicato come difensore Gianluca Vitale, definito «uno degli storici legali del centro sociale». Secondo la ricostruzione riportata dal quotidiano, questo dimostrerebbe una presunta regia del movimento torinese dietro gli scontri, perché gli attivisti avrebbero fornito ai partecipanti perfino l’elenco degli avvocati da contattare in caso di arresto.

È una ricostruzione che Vitale definisce falsa già nei suoi presupposti. I due giovani, spiega, non avevano affatto indicato lui come difensore al momento del fermo. Inizialmente erano stati assistiti da difensori d’ufficio. La sua nomina, insieme a quella dell’avvocata Lorenza Della Pepa, è arrivata successivamente attraverso i familiari dei ragazzi in Germania ed è stata confermata soltanto durante l’udienza. Ma il punto, osserva il legale, è ancora più grave.

Sotto processo non c’è l’avvocato, ma il diritto di difesa

«Ciò che devo censurare fermamente», scrive Vitale, «è l’affermazione che la nomina di questo o di quel legale possa essere considerata prova, o anche soltanto indizio, a carico degli indagati».

Secondo il penalista, il ragionamento proposto dal quotidiano introduce un principio incompatibile con qualsiasi sistema democratico: la scelta del difensore diventerebbe un elemento utilizzabile per ricostruire l’identità politica dell’indagato o addirittura la sua appartenenza associativa.

In questa prospettiva il diritto costituzionale alla difesa viene capovolto. Non è più una garanzia, ma un sospetto.

Chi difende chi?

Per smontare quella che considera una ricostruzione suggestiva e priva di fondamento, Vitale ricorda la propria attività professionale.

Negli anni ha assistito militanti No Tav, attivisti dei centri sociali e anarchici, ma anche persone accusate di terrorismo islamista, lavoratori dell’ILVA, sindacalisti di base, movimenti ambientalisti e numerosi altri imputati appartenenti ai contesti più diversi. Ridurre il suo lavoro alla difesa di una sola area politica significherebbe ignorare la natura stessa della professione forense. Il punto è semplice: un avvocato non coincide con il proprio assistito.

Un principio riconosciuto anche dal diritto internazionale

Nella lettera viene richiamato un principio fondamentale sancito dalle Nazioni Unite e ribadito dalla recente Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione della professione legale, adottata nel 2025.

Entrambi stabiliscono che gli avvocati non devono subire conseguenze né essere identificati con i propri clienti o con le cause che difendono.

Secondo Vitale, invece, l’articolo del Corriere fa esattamente questo: identifica il difensore con gli imputati e, allo stesso tempo, utilizza il difensore come prova indiretta della loro presunta appartenenza a un’organizzazione.

È un rovesciamento pericoloso. Se il nome dell’avvocato diventa un indizio, anche l’esercizio del diritto di difesa finisce sotto sospetto.

Dai processi alle idee ai processi per appartenenza

La vicenda si inserisce in un clima che da tempo accompagna le mobilitazioni sociali. Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo spostamento dell’attenzione dalle condotte individuali ai contesti di appartenenza: la frequentazione di uno spazio sociale, la partecipazione a una manifestazione, il possesso di determinati simboli o perfino la scelta del difensore rischiano di essere presentati come elementi capaci di delineare una responsabilità politica prima ancora che penale.

È la stessa logica che alimenta il dibattito sul cosiddetto “terrorismo di piazza” e sulle nuove proposte legislative che vorrebbero ampliare i reati associativi, anticipando sempre di più la soglia della punibilità.

Quando il sospetto sostituisce le prove

La lettera di Gianluca Vitale non difende soltanto la propria reputazione professionale. Difende un principio che appartiene a tutti: ogni persona ha il diritto di scegliere liberamente il proprio avvocato senza che quella scelta venga trasformata in una prova contro di sé.

Se passa l’idea che il difensore possa diventare un elemento dell’accusa, il processo smette di essere il luogo in cui si accertano i fatti e diventa quello in cui si giudicano relazioni, frequentazioni e appartenenze.

È un passaggio che riguarda molto più dei due giovani arrestati in Val di Susa. Riguarda il modo in cui una democrazia decide di amministrare la giustizia.


Osservatorio Repressione è una Aps-Ets totalmente autofinanziata.

Puoi sostenerci donando il tuo 5×1000

News, aggiornamenti e approfondimenti sul canale telegram e canale WhatsApp