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Quale sicurezza?

La parola “sicurezza” è qualcosa di ambiguo e non neutro, un campo di azione e contesa che va declinato per degli interessi precisi. Nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, la parola “sicurezza” viene declinata a favore di chi ricava vantaggi e ricchezze dalle politiche sul lavoro

di Renato Turturro

La morte atroce di Satnam Singh nelle campagne pontine è la punta estrema della violenza del sistema lavoro in Italia. I media nazionali, immediatamente dopo l’accaduto, hanno dato spazio al padre del datore di lavoro, riducendo il tutto a una colpevolizzazione della vittima o alla trattazione del semplice fatto di cronaca su cui coltivare scoop.

Mentre si consumava la tragedia a Latina, un operaio di 18 anni è morto nel Lodogiano (sempre in un’azienda agricola) e a Bolzano la fabbrica della ditta Alluminium è esplosa. Il bilancio: 8 operai feriti, dei quali 5 in maniera grave. Solite storie operaie, fatte di illusioni, miseria e lutto.

La parola “sicurezza” è qualcosa di ambiguo e non neutro, un campo di azione e contesa che va declinato per degli interessi precisi. In nome di non si sa quale “sicurezza”, a Bologna, nella giornata di ieri, di fronte al presidio di protesta per il cantiere del tram e delle scuole Besta, al Parco Don Bosco, si è assisto a un comportamento ben preciso di polizia e istituzioni. Personale della celere sulle piattaforme di lavoro elevabili, insieme agli operai, hanno buttato giù dagli alberi attivisti. Nel frattempo, venivano utilizzate motoseghe a pochi centimetri dai loro corpi. Una fase del progetto prevede, infatti, l’abbattimento di decine di alberi per realizzare una pista ciclabile. Sono l’esempio dell’ambientalismo e della sicurezza sul lavoro in salsa liberal, a due passi dal Palazzo della Regione Emilia Romagna.

Come a Bologna, anche nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nei cantieri, nelle campagne, la parola “sicurezza” viene declinata a favore di chi ricava vantaggi e ricchezze da queste politiche sul lavoro. Complice anche la classe politica che rappresenta questo pezzo di società dominante, sempre ambigua, soprattutto quando sbandiera finti valori sinistri. A seconda di quel che conviene di più al momento, la sicurezza sul lavoro è un costo che blocca lo sviluppo o un bisogno culturale da sviluppare. Ostacolo al libero commercio o germe dell’ignoranza operaia.

Concentrandosi sui casi specifici e tralasciando i contesti e le condizioni di vita e lavoro in cui il fatto è avvenuto, si va a cadere nello schema vittima-carnefice, cibo ghiotto per l’approccio penalista, soprattutto per le questioni legate al lavoro. Aspettarci per l’ennesima volta giustizia dalle istituzioni sarebbe un errore politico. Per quanto un percorso giudiziario sia uno degli strumenti utilizzabili quando i rapporti di forza nella società sono indeboliti per una parte, la nostra, così come la richiesta di maggiori controlli/controllori,  sono insufficienti se vogliamo davvero rovesciare il paradigma. Dobbiamo cercare altri percorsi per la messa in discussione dei dispostivi e degli apparati che permettono il controllo sociale totale e la vulnerabilità delle persone. Si chiamano leggi sull’immigrazione, leggi sulla liberalizzazione del mercato del lavoro che meritano una distruzione e disarticolazione netta. Sono questi dispositivi che creano ricattabilità, vulnerabilità e circuiti dello sfruttamento.

La lotta per il rovesciamento di questo paradigma, necessariamente deve partire dal rifiuto dello schema vittime/carnefici. Riconoscere l’origine sistemica del dominio e controllo produttivo, di queste tragedie, che colpiscono sempre e solo gli stessi gruppi sociali, è una buona base di partenza per passare al contrattacco, nonostante il periodo di difesa e arretramento sociali. Tornando a Satnam, non basta un presidio, va messa in crisi l’intera catena del valore e l’intero sistema produttivo e distributivo della Grande Distribuzione Organizzata.

 

 

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