Nel 101° giorno dello sciopero della fame di Aristotelis Chantzis, e mentre Suzon Doppagne si unisce alla protesta fino alla morte, la mobilitazione contro lo sgombero dei 400 residenti diventa un caso internazionale contro gentrificazione, speculazione urbana e violenza istituzionale
Il 16 maggio il centro di Atene è stato attraversato da una grande manifestazione in difesa della Comunità occupata e autogestita di Prosfygika, nel quartiere di Ambelokipi. Circa tremila persone si sono radunate a mezzogiorno in piazza Syntagma e hanno sfilato nel cuore della capitale greca per opporsi al piano di sgombero che minaccia circa 400 residenti, tra cui bambini, anziani, persone malate, pazienti oncologici, migranti, rifugiati e soggetti in condizioni di forte vulnerabilità sociale.
La manifestazione si è svolta in un momento drammatico: il 101° giorno dello sciopero della fame a tempo indeterminato di Aristotelis Chantzis, residente e membro della comunità di Prosfygika. Il 15 maggio Chantzis ha raggiunto i cento giorni di digiuno. Secondo i referti dei medici che lo seguono, le sue condizioni di salute sono ormai gravemente compromesse e la sua vita è in serio pericolo. Il 1° maggio anche Suzon Doppagne, altra residente e membro della comunità, ha iniziato uno sciopero della fame fino alla morte, affiancandosi alla protesta di Chantzis. Altri abitanti hanno già dichiarato la propria disponibilità a intraprendere la stessa forma estrema di lotta se il piano di sgombero non verrà annullato.
Lo slogan scelto per la mobilitazione — “Manifestazione per la vittoria e la dignità. Sciopero della fame fino alla morte, per la difesa della vita” — restituisce il senso politico di questa vertenza. Non si tratta soltanto di difendere degli edifici. Si tratta di difendere una comunità, un tessuto sociale, un’esperienza collettiva costruita in sedici anni di autogestione, mutualismo e solidarietà concreta.
Prosfygika è uno degli spazi più significativi della storia urbana e politica di Atene. Nato come complesso abitativo per i profughi dell’Asia Minore, è diventato nel tempo un quartiere popolare, poi un’esperienza autorganizzata capace di accogliere persone provenienti da decine di paesi diversi. Oggi ospita circa 400 abitanti e ha costruito nel tempo strutture comuni, reti di cura, forme di sostegno materiale e relazioni sociali che suppliscono, dal basso, all’abbandono istituzionale.
Contro questa esperienza si muove il piano approvato nel giugno 2025 dal governo regionale dell’Attica. Il progetto, presentato come “ristrutturazione” e finanziato con circa 15 milioni di euro provenienti anche dalla Commissione europea, prevede lo sgombero della comunità occupata di Prosfygika. Nonostante venga definito come intervento di edilizia sociale, i residenti denunciano l’assenza di soluzioni concrete per il rialloggio delle centinaia di persone che vivono nel quartiere. Tra loro ci sono famiglie con bambini, persone con gravi problemi di salute, pazienti e parenti dell’adiacente ospedale oncologico, anziani e persone in condizioni di precarietà estrema.
È qui che la parola “riqualificazione” mostra tutta la sua ambiguità. Dietro il linguaggio amministrativo della ristrutturazione urbana si intravede un processo di espulsione sociale. La città viene ripulita da ciò che non produce rendita, da ciò che non si adatta alla vetrina turistica, immobiliare e finanziaria. Le comunità popolari vengono trasformate in ostacoli, i legami sociali in problemi di ordine pubblico, le forme di autorganizzazione in anomalie da normalizzare o cancellare.
La lotta di Prosfygika parla dunque a tutta l’Europa. Parla delle città trasformate in merci, dei quartieri popolari svuotati, della gentrificazione mascherata da recupero urbano, della violenza istituzionale che colpisce chi prova a costruire forme di vita sottratte al mercato. Parla anche dell’uso dei fondi pubblici ed europei non per garantire casa, salute e dignità, ma per rendere compatibili gli spazi urbani con gli interessi della rendita.
Le richieste dello sciopero della fame sono chiare. La comunità chiede la revoca immediata del contratto programmatico da parte del governo regionale dell’Attica e una dichiarazione formale che escluda l’attuazione dell’attuale piano di ristrutturazione e sfruttamento. Chiede che tutti i residenti possano restare nelle proprie case, nel luogo in cui vivono, dove hanno costruito legami sociali, culturali e materiali. Chiede infine garanzie concrete perché il restauro di Prosfygika possa essere realizzato dall’associazione civile senza scopo di lucro “Katoikoi kai Filoi Prosfygikon L. Alexandras”, attraverso finanziamenti autonomi e processi comunitari.
Queste richieste non sono irragionevoli. Sono il minimo necessario per impedire che una comunità venga cancellata in nome di un progetto deciso dall’alto. Gli abitanti rivendicano il diritto di restare, ma anche il diritto di prendersi cura del luogo in cui vivono. Non chiedono assistenzialismo. Rivendicano riconoscimento, autonomia, continuità sociale.
La forza della manifestazione del 16 maggio sta proprio in questo: ha reso visibile che Prosfygika non è sola. Tremila persone in piazza Syntagma hanno mostrato che una parte importante della società ateniese riconosce in questa lotta qualcosa che la riguarda direttamente. Venetia, residente del quartiere, lo ha detto con parole semplici e nette: non c’è altra scelta che intraprendere queste azioni per difendere la vita delle 400 persone che vivono lì. La manifestazione, ha aggiunto, dimostra che la società è dalla parte della comunità e sostiene le richieste dello sciopero della fame.
Anche la solidarietà internazionale continua ad allargarsi. Azioni di sostegno sono state organizzate in oltre 29 città, in paesi come Messico, Colombia, Turchia, Stati Uniti, Italia, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Serbia, Danimarca, Germania, Polonia, Portogallo, Spagna e Irlanda. L’hashtag #saveprosfygika accompagna ogni settimana nuove iniziative, presìdi, comunicati, azioni simboliche e scioperi della fame di solidarietà.
Questa dimensione internazionale non è un dettaglio. Prosfygika è diventata un punto di riferimento perché incarna un conflitto che attraversa molte città: da una parte la trasformazione urbana guidata dal capitale, dall’altra la difesa dei territori, delle case, delle relazioni sociali e delle forme di vita collettiva. Da una parte la città come investimento, dall’altra la città come spazio abitato, vissuto, condiviso.
La scelta di Aristotelis Chantzis e Suzon Doppagne di mettere in gioco il proprio corpo fino alla morte è una scelta estrema, che misura la gravità della situazione. Chantzis ha dichiarato di essere consapevole fin dall’inizio dei rischi enormi: complicazioni cardiache, danni irreparabili al sistema nervoso, conseguenze permanenti anche in caso di vittoria. Doppagne ha spiegato di aver intrapreso lo sciopero sulla base di una decisione collettiva della comunità, per portare avanti la lotta fino alla fine, in difesa della vita, delle strutture, delle persone, delle relazioni, della giustizia e di una più ampia proposta sociale.
Sono parole che rovesciano la retorica dominante. Qui lo sciopero della fame fino alla morte non è negazione della vita, ma denuncia estrema di un potere che mette a rischio la vita di centinaia di persone. È il corpo che si espone perché le istituzioni non possano più fingere di non vedere. È la vulnerabilità trasformata in accusa politica.
La responsabilità delle autorità greche e regionali è enorme. Ogni giorno di silenzio aumenta il rischio di una tragedia. Ogni giorno senza una risposta concreta conferma che, per chi governa, la vita di una comunità popolare può essere sacrificata sull’altare della ristrutturazione urbana. Ma Prosfygika sta dimostrando che una comunità organizzata può trasformare uno sgombero annunciato in un caso politico internazionale.
La manifestazione del 16 maggio non chiude la mobilitazione. La rilancia. La lotta continuerà nelle strade di Atene, nelle assemblee, nelle reti solidali, nelle iniziative internazionali. Perché difendere Prosfygika significa difendere il diritto alla casa, alla salute, alla memoria, all’autogestione. Significa opporsi alla città della rendita e rivendicare una città costruita da chi la abita.
Oggi Prosfygika chiede una cosa semplice e radicale: che 400 persone non vengano espulse dalle proprie case, che una comunità non venga cancellata, che la vita valga più della speculazione. E questa richiesta, proprio perché semplice, chiama tutti a prendere posizione.
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