Archiviato il caso Sde Teiman nonostante il video e il referto medico. Punita solo la procuratrice che fece emergere lo scandalo, mentre la vittima palestinese è stata deportata a Gaza
Cinque soldati israeliani accusati di aver stuprato e torturato un prigioniero palestinese sono stati prosciolti. La decisione del procuratore militare Itai Ofir di archiviare il caso ha provocato indignazione tra organizzazioni per i diritti umani e osservatori internazionali. Ma per il governo israeliano si tratta di una vittoria: il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito i militari «eroici combattenti» e ha salutato la chiusura dell’inchiesta come il trionfo del bene sul male.
Eppure il mondo aveva visto quelle immagini. Il video, diffuso nell’estate del 2024 da Channel 12 e poi rilanciato dai media internazionali, mostrava alcuni membri della Force 100 prelevare un detenuto palestinese bendato e ammanettato nel centro di detenzione di Sde Teiman, nel deserto del Negev. I soldati lo trascinavano in un angolo della struttura, coprendo la scena con scudi antisommossa per nascondersi alle telecamere di sicurezza. Lì, secondo le accuse, lo avrebbero violentato con un oggetto appuntito.
Il prigioniero, un uomo palestinese di circa trent’anni catturato nella Striscia di Gaza nel marzo 2024, arrivò in ospedale nel luglio dello stesso anno in condizioni disperate: costole rotte, polmone perforato, intestino lesionato e una grave lacerazione rettale. Operato d’urgenza, fu dimesso dopo pochi giorni e riportato nello stesso sistema carcerario dove erano avvenuti gli abusi.
A differenza dei soldati coinvolti, di quell’uomo non si conosce nemmeno il nome. Dieci giorni dopo l’operazione, l’esercito lo ha rimandato nel centro di detenzione e, qualche mese più tardi, lo ha deportato a Gaza senza spiegazioni sui diciannove mesi trascorsi sotto sequestro e senza che fosse mai interrogato nell’ambito del procedimento.
Proprio questa circostanza è stata utilizzata dal nuovo procuratore militare per giustificare la chiusura del caso. Secondo Ofir, non sarebbe stato possibile garantire un processo equo perché la vittima si trova ora nella Striscia di Gaza e non potrebbe essere contattata né controinterrogata dagli avvocati della difesa. Anche le immagini video sono state giudicate «non conclusive», dal momento che i soldati coprivano la visuale con gli scudi.
La decisione arriva dopo una lunga sequenza di pressioni politiche. L’indagine era stata avviata nel luglio 2024 dalla procuratrice militare Yifat Tomer-Yerushalmi, dopo le denunce dei medici che avevano curato il detenuto. L’arresto dei soldati scatenò immediatamente proteste dell’estrema destra israeliana: manifestanti e politici, tra cui il ministro Amichai Eliyahu, assaltarono i cancelli della base di Sde Teiman e della vicina struttura militare di Beit Lid per chiedere la liberazione dei militari indagati.
Nel frattempo, mentre l’opinione pubblica internazionale reagiva con sdegno alla diffusione del video, l’attenzione del governo si concentrava non sull’abuso ma sulla fuga di notizie. Netanyahu definì la pubblicazione delle immagini «il più grave attacco propagandistico e mediatico contro Israele dalla sua fondazione». Non pronunciò alcuna parola di condanna per le violenze documentate.
L’unica persona a pagare conseguenze giudiziarie fu proprio la procuratrice che aveva avviato l’indagine. Dopo mesi di attacchi politici e mediatici, Tomer-Yerushalmi si dimise e venne successivamente arrestata con l’accusa di aver divulgato informazioni riservate e intralciato la giustizia. Il suo successore, nominato nel novembre 2025, ha ora chiuso definitivamente il caso.
La reazione del governo è stata immediata. «Lo Stato di Israele deve dare la caccia ai propri nemici, non ai propri eroici combattenti», ha dichiarato Netanyahu commentando l’archiviazione. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di «giustizia fatta», mentre il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha difeso fin dall’inizio i militari coinvolti.
Per le organizzazioni per i diritti umani, la decisione manda un segnale pericoloso. «Il procuratore ha appena dato ai suoi soldati la licenza di stuprare, purché la vittima sia palestinese», ha dichiarato Sari Bashi, direttrice del Comitato pubblico contro la tortura in Israele. Secondo la ONG, il caso rappresenta l’ennesimo tentativo di insabbiare gli abusi contro i detenuti palestinesi.
Anche il quotidiano israeliano Haaretz ha espresso una critica durissima in un editoriale, affermando che l’esercito «è moralmente castrato quando i suoi leader non intraprendono azioni serie contro una condotta militare vergognosa che non è all’altezza di alcuno standard di dignità umana».
Il caso di Sde Teiman, infatti, non appare isolato. Numerosi rapporti di organizzazioni internazionali e testimonianze di ex detenuti descrivono un sistema carcerario segnato da torture, privazioni, sovraffollamento e violenze sessuali. Dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023, decine di palestinesi sono morti nelle carceri israeliane e centinaia hanno denunciato abusi.
Nel frattempo, l’impunità non riguarda solo il sistema penitenziario. In Cisgiordania i coloni continuano ad attaccare villaggi palestinesi quasi quotidianamente, spesso senza arresti o indagini. A Khirbet Humsa quattro palestinesi sono stati feriti gravemente e centinaia di capi di bestiame sono stati rubati, mentre nei pressi di Hebron e Nablus gruppi armati di coloni hanno assaltato abitazioni e minacciato gli abitanti.
Anche a Gaza la violenza non si ferma. Nonostante il cessate il fuoco dichiarato, bombardamenti e sparatorie continuano a colpire la popolazione civile. Solo nelle ultime ore tre persone sono state uccise a Gaza City, tra cui due ragazzi di diciassette anni, mentre carri armati israeliani hanno aperto il fuoco sulle tende degli sfollati a Khan Younis.
Dall’inizio della cosiddetta tregua, Israele ha ucciso 651 palestinesi e ferito oltre 1.700 persone. Nello stesso periodo la protezione civile ha recuperato centinaia di corpi sotto le macerie, mentre l’ingresso di aiuti e carburante resta gravemente insufficiente.
In questo contesto, la chiusura del caso Sde Teiman appare per molti come un messaggio politico più che giudiziario: quando la vittima è palestinese, anche le prove più evidenti non bastano. Il sistema indaga, processa e alla fine assolve se stesso. E chi prova a far emergere la verità rischia di pagare il prezzo più alto.
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