di Riccardo Rosa*
L’arringa dell’avvocato dei tre palestinesi durante l’ultima udienza a L’Aquila: «Parliamo di un territorio occupato illegalmente». Sentenza il 16 gennaio
Potrebbe sembrare paradossale, ma sarà un giudice della Corte d’Assise di L’Aquila, con una sentenza che verrà emessa il 16 gennaio, a stabilire se sia legittima o meno la resistenza armata a un paese occupante e se si possano considerare civili dei coloni che prendono possesso di territori altrui, difendendoli attraverso presidi militari ed effettuando nuove offensive armate.
Fin dalle sue prime battute, infatti, il processo che vede imputati nella città abruzzese tre uomini palestinesi per terrorismo internazionale – accusati di aver programmato azioni della cui attuazione non è emerso alcun riscontro – si è tramutato in un processo alla resistenza palestinese, rappresentata da uno dei tre imputati, Anan Yaeesh, militante politico e membro della Brigata di Tulkarem, Cisgiordania.
SECONDO le convenzioni internazionali, azioni armate contro militari di una potenza occupante si configurano come atto di resistenza legittima, che si trasforma in «azione terroristica» solo nel caso in cui i soggetti colpiti (o in questo caso, che si immaginava di colpire: i coloni dell’insediamento di Avney Hefetz, una sorta di base militare israeliana) sono civili. Eppure, su queste fragili presupposti, Yaeesh, e con lui Ali Irar e Monsour Doghmosh, rischiano dodici, nove e sette anni di prigione.
L’ultimo atto del processo si è svolto ieri a L’Aquila in un’aula piena di solidali, amici e parenti dei tre imputati, che da un decennio in questo paese vivono e lavorano. Tutto era iniziato dopo l’arresto di Anan Yaeesh a gennaio 2024, successivo a una richiesta di estradizione (rifiutata: l’imputato rischierebbe di essere ucciso o torturato) presentata da Israele. Ma se nel caso di Anan le accuse sono motivate da una effettiva militanza politica, per gli altri due una richiesta così dura sembra fondata esclusivamente sui rapporti che con lui intrattenevano, senza alcuna prova di una loro partecipazione all’organizzazione.
L’udienza di ieri si è aperta con le dichiarazioni dei tre imputati (Irar e Doghmosh presenti in aula, Anan collegato dal carcere di Melfi). Hanno raccontato il proprio vissuto, le storie di famiglie devastate dal colonialismo di insediamento israeliano, di amici e parenti in detenzione amministrativa senza aver commesso reati, di palestinesi torturati da esercito e servizi segreti.
DOPO GLI IMPUTATI hanno preso la parola i difensori, gli avvocati Flavio Rossi Albertini e Ludovica Formoso. Hanno evidenziato come il processo muova da una visione geopolitica distorta di quanto avviene da ottant’anni in Palestina, considerando anche il parere della Corte internazionale di giustizia che ha ribadito l’illegalità della colonizzazione in Cisgiordania: «Processare questi uomini – ha detto Albertini – significa ignorare che le loro azioni siano state condotte a danno di una potenza occupante, la cui presenza in quei territori è stata più volte dichiarata una violazione del diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli».
L’assoluzione richiesta, perché il fatto non sussiste, sarebbe inoltre motivata da due elementi: il primo è l’impossibilità di definire le finalità terroristiche dell’azione (genericamente immaginata e mai avvenuta), dal momento che un unico atto non potrebbe connotare la fattispecie associativa dell’azione; il secondo è la non sussistenza del reato commesso a danno di uno stato estero: i fatti sono stati commessi in un territorio occupato illegalmente. In subordine, la difesa ha chiesto per il solo Anan il minimo della pena, considerando le attenuanti della risposta a un fatto ingiusto – l’occupazione militare – e alla luce degli alti interessi morali e sociali che avrebbero mosso la sua condotta, una resistenza finalizzata alla liberazione dal dominio coloniale.
*da il manifesto
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