Mercoledi 8 aprile udienza in Cassazione contro i palestinesi: prove inutilizzabili, accuse fragili, ma una linea politica chiara — trasformare l’aiuto a Gaza in reato e i palestinesi in sospetti permanenti.
Mercoledì 8 aprile la Corte di Cassazione decide sul caso di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi arrestati a fine dicembre. Formalmente è un passaggio tecnico. Nella sostanza è un test politico: stabilire se aiutare Gaza può essere trattato come terrorismo.
I fatti sono noti. Hannoun, residente in Italia da quarant’anni, è accusato di aver raccolto fondi per Hamas. Ma uno dei pilastri dell’accusa è già crollato: le cosiddette battlefield evidence trasmesse da Israele non sono utilizzabili. Fonte anonima, nessuna garanzia sulla raccolta, nessuna catena di custodia. Materiale prodotto in un contesto militare che non regge davanti a un tribunale civile.
Non è un dettaglio. È il cuore del caso. Perché significa che una parte decisiva dell’impianto accusatorio si basava su prove che il diritto italiano non può accettare.
Eppure il procedimento va avanti.
Nonostante due precedenti inchieste finite nel nulla (2006 e 2010), nonostante la fragilità delle prove, nonostante l’assenza di elementi diretti — ordini, contatti operativi, flussi verso attività armate — la logica accusatoria resta in piedi. Perché nel frattempo è cambiato il quadro politico.
Dopo il 7 ottobre, Hamas è stata ridefinita come organizzazione terroristica nella sua totalità. Questo ha una conseguenza precisa: Gaza diventa giuridicamente contaminata. Non esiste più distinzione tra civile e militare. Tra assistenza e supporto. Tra aiuto e complicità.
È qui che si sposta il baricentro del processo.
Non si tratta più di dimostrare che il denaro finanzi la lotta armata. Basta dimostrare che arriva a Gaza. Il reato non è nell’uso, ma nel contesto. È una torsione radicale del diritto: la colpa non è ciò che fai, ma dove lo fai e chi sei.
Non è un’interpretazione astratta. È una linea politica già esplicitata: aiutare le associazioni che operano nella Striscia equivale a sostenere Hamas. Un paradigma costruito a partire dalle blacklist israeliane e progressivamente recepito anche nei sistemi giudiziari occidentali. Il caso Hannoun si inserisce esattamente qui. Non come eccezione, ma come applicazione. Per questo non è un processo come gli altri. È un passaggio dentro una strategia più ampia: trasformare la solidarietà in reato.
Il contesto è chiarissimo. Negli ultimi mesi, l’arresto di attivisti palestinesi in Italia è stato letto da più parti non come un’operazione di giustizia, ma come un atto di repressione politica. Un modo per colpire organizzazioni e reti solidali mentre lo Stato italiano continua a mantenere relazioni militari ed economiche con Israele
Il doppio standard è evidente.
Da una parte, nessuna iniziativa concreta contro cittadini coinvolti nelle operazioni militari a Gaza. Dall’altra, arresti e inchieste contro chi raccoglie fondi o organizza aiuti. Protezione per chi combatte, repressione per chi solidarizza. È una linea coerente, non una contraddizione. Il punto è questo: il diritto penale viene usato per regolare un conflitto politico.
Non si tratta solo di sicurezza. Si tratta di allineamento. Di adeguamento alla narrativa dominante: Israele combatte il terrorismo, quindi chiunque operi a Gaza può essere sospetto. È una trasposizione diretta della logica di guerra dentro le aule giudiziarie. E infatti il problema non è Hannoun in sé. Hannoun è noto da decenni, monitorato, indagato, archiviato. I fatti non sono nuovi. È cambiata la loro interpretazione.
Quello che prima non bastava per sostenere un’accusa oggi diventa sufficiente. Non perché siano emerse nuove prove, ma perché è cambiato il clima. Perché la Palestina è diventata un terreno di eccezione, dove categorie giuridiche elastiche permettono di allargare il perimetro del reato.
Il risultato è lineare: aiutare Gaza diventa rischioso, sostenere i palestinesi sospetto, organizzarsi per la solidarietà potenzialmente pericoloso. È la criminalizzazione preventiva della solidarietà.
Questo è il vero oggetto del processo.
Mercoledì la Cassazione dovrà pronunciarsi su un punto tecnico. Ma la questione è già politica: fino a che punto il diritto italiano è disposto a incorporare una logica di guerra? Fino a che punto può accettare prove prodotte da un esercito impegnato in un conflitto? Fino a che punto può ridefinire come terrorismo ciò che è assistenza? Non è una domanda teorica. È una soglia. Se viene superata, non riguarda più solo i palestinesi. Riguarda chiunque, domani, si trovi dalla parte sbagliata di un conflitto deciso altrove.



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