Prima ti chiamano terrorista, poi ti cancellano dalla rete


Il caso Autistici/Inventati mostra il salto di qualità della guerra di Trump contro gli Antifa: nessuna condanna e nessun reato accertato, ma sanzioni capaci di mobilitare banche, provider e intermediari privati. Nel mirino non c’è soltanto chi dissente, ma la possibilità di costruire infrastrutture digitali autonome dal controllo degli Stati e delle Big Tech.


Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC) ha inserito Autistici/Inventati nel sistema delle sanzioni antiterrorismo, la vicenda ha smesso di essere soltanto l’ennesimo capitolo della crociata ideologica dell’amministrazione Trump contro gli “Antifa”. Nel giro di pochi giorni quella decisione ha cominciato a produrre conseguenze concrete. Il 28 agosto il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile. Sono poi arrivati problemi con strumenti finanziari e di pagamento. È precisamente questa capacità della designazione americana di propagarsi ben oltre l’atto originario a rendere il caso particolarmente grave: non è necessario chiudere materialmente i server né ottenere da un tribunale europeo la messa al bando del collettivo. È sufficiente trasformarlo in un soggetto economicamente e tecnologicamente rischioso affinché una rete di intermediari cominci a prendere le distanze.

Bisogna partire da un fatto che rischia di perdersi dentro il linguaggio dell’antiterrorismo. Autistici/Inventati non è stato condannato negli Stati Uniti per gli attentati o i sabotaggi richiamati dall’amministrazione americana. Nessun giudice italiano ha stabilito che A/I sia un’organizzazione terroristica. Il collettivo sottolinea che non gli è stato contestato alcun reato né negli Stati Uniti né in Italia e che nessun tribunale ha accertato una sua responsabilità nelle azioni attribuite ad alcuni gruppi che avrebbero utilizzato le sue infrastrutture. La posizione del governo americano è diversa: Washington considera la fornitura di servizi tecnologici e di comunicazione a determinate organizzazioni una forma di sostegno materiale o tecnologico. È precisamente in questa distanza tra responsabilità per un fatto concretamente commesso e responsabilità derivata dall’infrastruttura fornita che si trova il cuore politico della vicenda.

L’inchiesta pubblicata da The Intercept il 28 agosto colloca non a caso l’attacco ad A/I dentro la più ampia offensiva dell’amministrazione Trump contro quello che definisce terrorismo di estrema sinistra. Non si tratta semplicemente di perseguire singole azioni violente, per le quali esistono già leggi, tribunali e strumenti investigativi. La novità consiste nella costruzione di un campo politico sospetto molto più vasto, nel quale la categoria “Antifa” può funzionare come contenitore sufficientemente indeterminato da comprendere gruppi differenti, campagne di protesta, reti militanti e soggetti che mettono loro a disposizione strumenti di comunicazione. A/I diventa particolarmente interessante proprio perché consente di osservare il punto nel quale la repressione passa dalle persone alle infrastrutture che rendono possibile la loro organizzazione.

La questione è tutt’altro che astratta. Autistici/Inventati offre da venticinque anni posta elettronica, hosting, blog e altri strumenti di comunicazione a movimenti, associazioni e singole persone. Non ha mai nascosto il proprio orientamento politico. «Non siamo e mai saremo una struttura neutra», ribadisce il collettivo dopo le sanzioni: A/I è antifascista e anticapitalista e considera la tecnologia uno strumento attraverso cui rendere possibile una comunicazione libera, nella quale la privacy non sia una formula pubblicitaria ma una caratteristica reale dell’infrastruttura. Proprio questa dichiarata collocazione politica viene utilizzata dall’amministrazione americana per costruire una continuità tra il provider, alcuni suoi utenti e le eventuali condotte illegali attribuite a questi ultimi.

È un passaggio estremamente pericoloso perché tende a cancellare distinzioni elementari. Fornire un indirizzo di posta elettronica non significa scrivere i messaggi inviati attraverso quell’indirizzo; ospitare un blog non significa essere l’autore di ogni testo pubblicato; offrire strumenti crittografici non significa conoscere o condividere le attività di chi li utilizza. Nel dossier Il server chiamato “Paranoia”, dedicato alla storia di A/I e alle conseguenze delle sanzioni americane, questa questione emerge con particolare chiarezza: la designazione statunitense tende a confondere fornitore e utente, affinità politica e controllo operativo, tutela della privacy e occultamento di un reato. È precisamente la costruzione di infrastrutture destinate anche ai movimenti radicali a diventare parte dell’accusa.

Qui emerge anche una contraddizione difficilmente aggirabile. Le grandi piattaforme commerciali sono state utilizzate nel corso degli anni da organizzazioni terroristiche, suprematisti bianchi, gruppi criminali, organizzatori di violenze e persino autori di stragi che hanno diffuso attraverso i social immagini delle proprie azioni. Eppure la presenza di quei soggetti su Facebook, Instagram, YouTube o X non ha trasformato automaticamente le società proprietarie delle piattaforme in organizzazioni complici delle attività dei loro utenti. Nel caso di Autistici/Inventati il criterio sembra cambiare: il carattere politicamente orientato dell’infrastruttura e la scelta di offrire servizi a realtà radicali diventano elementi attraverso i quali ricostruire una responsabilità molto più ampia.

La differenza tra A/I e le Big Tech, però, non riguarda soltanto le dimensioni. Riguarda il modello stesso di Internet. Facebook, Instagram, Google e X hanno costruito il proprio potere sulla concentrazione delle infrastrutture e sull’accumulazione dei dati. Possono tollerare anche opinioni radicalmente ostili al sistema economico e politico perché quelle opinioni continuano a circolare dentro ambienti nei quali comportamenti, relazioni, interessi e preferenze diventano informazioni economicamente valorizzabili. Il dissenso non deve necessariamente essere cancellato: può essere profilato, classificato, indirizzato dagli algoritmi e trasformato contemporaneamente in merce e conoscenza sulle persone che lo esprimono.

Autistici/Inventati nasce invece da una concezione opposta della rete. Fin dall’inizio l’obiettivo è stato sottrarre la comunicazione dei movimenti alla dipendenza esclusiva dai provider commerciali, ridurre la raccolta di informazioni identificative, utilizzare crittografia e decentralizzazione, moltiplicare i punti dell’infrastruttura anziché concentrarli. Dopo l’accesso della polizia ai server ospitati da Aruba nel 2004, A/I sviluppò il Piano R*, distribuendo dati e funzioni su macchine collocate in paesi differenti: la perdita o il sequestro di un singolo nodo non avrebbe più dovuto compromettere l’intera rete. La repressione venne incorporata nella progettazione tecnica, trasformando l’esperienza della sorveglianza in un principio di resilienza. L’offensiva statunitense sembra intervenire precisamente sul punto debole di questo modello. Se una rete è stata costruita per sopravvivere al sequestro di un server, invece di sequestrare il server si possono colpire le relazioni economiche e istituzionali che gli permettono di esistere. Il dossier su A/I descrive bene questo passaggio: banche, registrar, data center, fornitori di software e sistemi di pagamento possono diventare altrettanti punti di pressione. L’obiettivo non deve necessariamente essere ottenere le chiavi crittografiche o identificare tutti gli utenti; può essere sufficiente aumentare il costo economico, giuridico e reputazionale di qualsiasi relazione con il soggetto sanzionato.

È qui che le sanzioni mostrano una forma contemporanea di esercizio del potere. Lo Stato definisce il soggetto pericoloso, ma una parte rilevante dell’esecuzione viene trasferita agli intermediari privati. Una banca non ha bisogno di condividere l’analisi politica dell’amministrazione Trump: deve semplicemente chiedersi se mantenere un rapporto con un piccolo collettivo italiano valga il rischio di entrare in conflitto con il sistema finanziario americano. Lo stesso ragionamento può essere fatto da un provider, da un registrar o da una società tecnologica. Nasce così il fenomeno dell’overcompliance: per evitare qualsiasi rischio, le imprese applicano restrizioni persino più estese di quelle strettamente richieste, moltiplicando gli effetti della decisione originaria.

In questo senso la sparizione di autistici.org assume un significato politico che va oltre la vicenda tecnica del dominio. Non significa che Internet sia stata “spenta” da Washington né autorizza ricostruzioni semplicistiche sulla catena delle responsabilità. Mostra però quanto sia vulnerabile anche un’infrastruttura tecnicamente decentralizzata quando deve interagire con un ecosistema globale composto da registri dei domini, sistemi finanziari, società tecnologiche e fornitori sottoposti direttamente o indirettamente all’influenza statunitense. La decentralizzazione dei server può proteggere dalla retata tradizionale; è molto più difficile proteggersi da una forma di isolamento che attraversa contemporaneamente finanza, tecnologia e rapporti commerciali.

Questa dinamica produce inoltre un effetto politico che non richiede la chiusura definitiva di A/I per essere efficace. Una persona può chiedersi se utilizzare un indirizzo del collettivo possa attirare attenzioni indesiderate; un giornalista può diventare più prudente nel contattare determinate fonti; un ricercatore può evitare un archivio; una banca può sottoporre una transazione a controlli aggiuntivi; un piccolo provider può decidere di non ospitare più realtà politicamente controverse. Il dossier parla esplicitamente della possibilità che la designazione produca una propria «sfera di paura»: la repressione funziona così anche attraverso l’incertezza e l’autocensura, senza bisogno di perseguire penalmente ogni singolo appartenente alla comunità interessata.

È questo il punto nel quale la vicenda Autistici/Inventati si salda con la più generale strategia trumpiana contro gli Antifa. Se l’obiettivo fosse esclusivamente reprimere specifici atti violenti, bisognerebbe individuarne gli autori, raccogliere prove e attribuire responsabilità personali. Quando invece il bersaglio si estende a chi offre strumenti di comunicazione, la logica cambia. Non si interviene più soltanto sull’atto illegale, ma sull’ecosistema politico e sociale dentro il quale quell’atto viene collocato. La categoria del terrorismo rischia così di dilatarsi fino a comprendere non soltanto chi compie determinate azioni, ma chi condivide un orientamento politico, chi pubblica determinati materiali e chi rende tecnicamente possibile la comunicazione tra soggetti considerati radicali.

Il precedente dovrebbe quindi interessare molto più degli ambienti anarchici e antifascisti. Il dossier indica esplicitamente il problema per servizi di posta crittografata, VPN, social network federati, archivi comunitari, editori radicali e progetti indipendenti. Se l’affinità politica con alcuni utenti, la protezione della loro privacy e l’hosting di pubblicazioni controverse possono concorrere a trasformare un provider in parte dell’attività attribuita ai suoi utilizzatori, viene messo in discussione un principio fondamentale dell’Internet indipendente: la possibilità di costruire infrastrutture che abbiano un proprio orientamento politico senza essere per questo responsabili penalmente di tutto ciò che transita attraverso di esse.

La questione riguarda dunque anche il rapporto tra democrazia e infrastrutture. La libertà di espressione non consiste soltanto nell’assenza di un poliziotto che impedisca materialmente di parlare. Nel capitalismo digitale la possibilità di prendere parola dipende da server, sistemi di pagamento, domini, motori di ricerca, piattaforme, app store e società private che controllano i principali snodi della comunicazione. Una libertà formalmente riconosciuta può diventare sostanzialmente impraticabile quando chi dovrebbe esercitarla viene escluso dall’infrastruttura necessaria per farlo.

Per questo il caso A/I non può essere ridotto alla difesa corporativa di un piccolo collettivo hacker. Autistici/Inventati rivendica di non essere neutrale, e proprio questo rende la questione ancora più importante. In una società democratica essere antifascisti, anticapitalisti o antimilitaristi deve poter costituire una posizione politica radicale senza trasformarsi per questo in una categoria antiterroristica. Allo stesso modo, costruire tecnologie coerenti con quelle convinzioni — non commerciali, rispettose della privacy, sottratte alla profilazione — non può diventare di per sé la prova di una complicità criminale.

Il punto non è sostenere che qualsiasi attività compiuta attraverso un’infrastruttura indipendente debba essere sottratta alla legge. È esattamente il contrario: se esiste un reato, deve essere individuato, provato e attribuito a chi ne porta la responsabilità, con tutte le garanzie di un procedimento giudiziario. Trasformare invece l’intera infrastruttura in un soggetto terrorista perché alcuni utenti sono accusati di determinate condotte significa sostituire alla responsabilità personale una responsabilità politica per appartenenza, prossimità o affinità. Ed è proprio questo passaggio che rende il caso Autistici/Inventati un precedente da contrastare ben oltre i confini della sua comunità.

La posta in gioco, in definitiva, non è soltanto se A/I riuscirà a conservare i propri domini, i propri strumenti finanziari e la propria capacità tecnica. È se continuerà a esistere uno spazio nel quale sia possibile costruire mezzi di comunicazione indipendenti senza consegnarli alle grandi corporation e senza essere assimilati alle eventuali condotte illegali di chi li utilizza. La guerra di Trump contro gli Antifa sta mostrando che la criminalizzazione del dissenso può procedere anche senza mettere fuori legge formalmente un’idea: può colpirne le reti, renderne costose le relazioni, spaventare gli intermediari e restringere progressivamente le condizioni materiali della sua esistenza. È una forma di repressione meno spettacolare di una retata, ma proprio per questo potenzialmente più profonda.



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