Prima che vengano a prendere tutti

Repressione selettiva, normalizzazione dell’eccezione e silenzio democratico nell’Italia di oggi

Il governo di Giorgia Meloni non amministra i conflitti sociali: li reprime. Non costruisce consenso: lo impone. Non governa: reagisce. Ogni contestazione diventa un affronto personale, ogni dissenso una minaccia da neutralizzare. Il nuovo ddl Sicurezza, pronto al varo, rappresenta il punto più avanzato di questa deriva: un impianto punitivo pensato per colpire le piazze, allargare i poteri di polizia, restringere diritti già fragili di migranti, giovani e minorenni.

Il cuore di questo progetto è nelle strade. Daspo urbano applicabile anche a chi è solo denunciato. Arresti in flagranza differita basati su immagini. Perquisizioni preventive giustificate da formule elastiche come “oggetti atti ad offendere”. Dodici ore di trattenimento per chi è semplicemente “sospettato” di turbare una manifestazione. Multe fino a 20mila euro. Divieti di partecipazione che scattano anche con sentenze non definitive. Il messaggio è brutale e limpido: scendere in piazza costa.

A questo si aggiunge lo scudo penale per le forze dell’ordine. Un capovolgimento della logica costituzionale: prima la giustificazione, poi — forse — l’indagine. Una tutela confezionata per chi porta la divisa, estesa formalmente a tutti per superare i dubbi di costituzionalità, che introduce però un principio pericolosissimo: l’eccezione preventiva alla responsabilità. Dopo il caso Ramy Elgaml, la risposta politica a una morte discussa non è la ricerca della verità, ma l’inasprimento penale: la fuga da un posto di blocco diventa reato fino a cinque anni. Punire prima, spiegare poi.

Il ddl stringe anche su migranti e Ong. Divieti di ingresso nelle acque territoriali fino a sei mesi per “pressione migratoria eccezionale”. Trasferimenti verso Paesi terzi. Limiti all’azione dei giudici per far funzionare i centri in Albania. Ai minorenni si applicano ammonimenti dai 12 anni e multe ai genitori. È diritto penale simbolico: accumulare sanzioni per mostrare forza, non per risolvere problemi.

C’è un momento, nelle democrazie, in cui la paura smette di essere un’emozione e diventa metodo di governo. Quel momento è arrivato anche in Italia. Le bozze parlano chiaro: fermo preventivo senza reato e senza giudice; confisca dell’auto per “qualche canna in tasca”; ragazzi stranieri espulsi dall’accoglienza a 19 anni invece che a 21; gratuito patrocinio negato a chi si oppone all’espulsione. Non sono misure contro il crimine. Sono misure contro la precarietà, contro la giovinezza, contro il dissenso. Contro chi non ha soldi per un avvocato, contro chi manifesta, contro chi è nato altrove.

Il governo le chiama sicurezza. Ma di quale sicurezza parliamo? Quella di una ragazza che torna a casa la sera? Di un anziano che vive solo? O quella di uno Stato che non vuole più essere disturbato, che considera la protesta una minaccia? La verità è semplice e scomoda: non esiste sicurezza senza giustizia sociale. Puoi riempire le città di telecamere e divieti, ma se un ragazzo non ha futuro la repressione non risolve nulla: nasconde il problema e lo incattivisce.

Intanto si normalizza l’inaccettabile. Le zone rosse diventano prassi. Il questore ammonisce bambini di 12 anni. Gli agenti non finiscono più automaticamente nel registro degli indagati quando sparano. Due pesi, due misure: protezione per chi ha la divisa, punizione preventiva per chi scende in piazza. Si delinea la figura del super poliziotto, categoria estranea alle democrazie liberali. Una norma — che porta l’impronta di Matteo Salvini — pretende che il pubblico ministero non indaghi quando si invoca la legittima difesa o l’adempimento del dovere. Propaganda pericolosa, che degrada il pm a poliziotto e manda a benedire l’obbligatorietà dell’azione penale.

Non è un colpo di Stato. È peggio: è autoritarismo strisciante, fatto di diritti compressi un pezzetto alla volta, di una democrazia che si svuota mentre tutti guardano altrove. Come ha scritto Michel Foucault, il potere moderno non punisce solo ciò che è stato fatto, ma ciò che potrebbe accadere. E come ci ha ricordato Walter Benjamin, lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola.

Ma c’è una verità che va detta fino in fondo: questa deriva non nasce oggi. L’attuale impianto sicuritario non è una rottura improvvisa, ma l’esito coerente di una lunga sedimentazione. I decreti Renzi, Minniti/Orlando, Conte/Lamorgese hanno spostato progressivamente il baricentro della politica sul terreno penale, normalizzando l’idea che il conflitto sociale si governi con il codice e non con il consenso. A questo si è aggiunta l’azione di sindaci di centrosinistra che hanno sperimentato politiche apertamente razziste e classiste contro migranti, poveri, lavavetri, ambulanti, in nome del decoro. Quello che oggi il governo Meloni porta a sistema è un laboratorio già collaudato.

È qui che le parole di Martin Niemöller smettono di essere una citazione morale e tornano a essere una chiave di lettura politica. “Prima vennero a prendere…” non racconta solo la persecuzione, ma la sua accettazione graduale. La disponibilità a tollerare l’ingiustizia quando colpisce qualcun altro. Il silenzio che si scambia per prudenza.

Prima vennero a prendere i migranti, e si disse che era necessario.

Poi i poveri, i marginali, e si parlò di decoro.

Poi chi bloccava una strada, chi occupava uno spazio, chi disturbava l’ordine.

Poi le parole, le opinioni, la solidarietà.

Ogni passaggio era legale. Ogni misura aveva una firma, un timbro, una maggioranza. È così che l’autoritarismo vince: non abolendo la legge, ma saturandola; non dichiarando lo stato d’eccezione, ma rendendolo permanente.

Negli ultimi anni le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina e per la giustizia climatica sono state colpite con una repressione sistematica: arresti, denunce, fermi, misure cautelari anche contro studenti minorenni. Palestinesi incarcerati o trattenuti nei CPR per le loro opinioni. Tribunali italiani che arrivano a considerare fonti e testimoni di uno Stato accusato di genocidio. La criminalizzazione del dissenso è ormai esplicita.

E qui emerge un nodo decisivo, troppo spesso rimosso: un popolo che ogni anno va sempre meno alle urne non può continuare a pagare le tasse e restare inerme mentre vengono smantellati ospedali, scuole, welfare. La crisi della rappresentanza non è un incidente: è il prodotto di politiche che svuotano la democrazia e poi pretendono obbedienza. Quando la partecipazione viene espulsa dalla politica istituzionale, il dissenso si sposta nei territori, nelle piazze, nelle pratiche di solidarietà. Ed è lì che il potere colpisce.

Libertà di parola e diritto alla protesta nonviolenta devono restare legittimi anche per chi non la pensa come noi, soprattutto per chi lotta per la giustizia climatica, sociale, per i diritti. Mentre forze dell’ordine e tribunali diventano sempre più il braccio armato di una minoranza che non tutela né i diritti né il territorio, difendere il dissenso non è più un’opzione: è una necessità urgente.

La democrazia non si salva da sola. È possibile costruire confluenze anche difficili, riconoscere le differenze senza perdere di vista il vero pericolo: la normalizzazione dello stato di polizia. Ma questo non basta se ci si limita a difendere la democrazia così com’è. La democrazia non può essere tutelata senza essere sviluppata, approfondita, radicalizzata. Non è un catechismo, né un codice, né un insieme di norme astratte o di principi sacralizzati: è un agire politico calato nel suo tempo, che vive solo se viene praticato, conteso, allargato.

Per questo il governo Meloni non si combatte cavalcando malumori indistinti o frustrazioni sociali, né affidandosi a un’opposizione puramente morale o mediatica. Lo si contrasta solo costruendo politica reale, pratica di opposizione, conflitto sociale e disobbedienza. Oggi, però, tutto questo è largamente assente: non nei partiti, ormai prigionieri di alchimie elettorali e subalternità culturali, ma neppure in un senso comune che viene quotidianamente modellato da un giustizialismo securitario, alimentato tanto dal governo quanto da una parte dell’informazione che pretende di parlare “a sinistra” mentre normalizza l’istinto punitivo.

Prima che norme emergenziali diventino permanenti, prima che il ddl venga votato, è fondamentale aprire un dibattito pubblico reale, nei movimenti, nelle reti sociali, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, e agire insieme. Perché quando vengono a prendere gli altri e si tace, non si sta guadagnando tempo. Si sta solo preparando il momento in cui non resterà più nessuno a protestare.

E forse, per orientarsi in questo tempo, sarebbe saggio almeno accogliere il monito più semplice e più radicale: diffidare di coloro nei quali è potente l’istinto di punire. Perché lì, sempre, comincia la fine della politica e l’inizio dell’autoritarismo.

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