A Seano la Celere smantella il presidio dei lavoratori della Acca, cento posti di lavoro a rischio. Fermati operai e sindacalisti del Sudd Cobas mentre i furgoni svuotano il magazzino di un’azienda indagata per sfruttamento, caporalato ed evasione fiscale.
All’alba di venerdì 3 luglio, a Seano, nel comune di Carmignano, alle porte di Prato, decine di agenti in assetto antisommossa hanno sgomberato il presidio operaio davanti alla Acca, azienda di consegna del pronto moda in tutta Europa che ha annunciato la chiusura lasciando senza lavoro cento dipendenti, quasi tutti migranti.
Dal 20 giugno, i lavoratori, insieme al Sudd Cobas, avevano organizzato un presidio permanente per impedire che l’azienda potesse continuare a movimentare le merci e svuotare il magazzino mentre si preparava a licenziare l’intera forza lavoro.
La risposta dello Stato è arrivata all’alba: blindati, Celere e una quindicina di fermi. Operai e sindacalisti sono stati caricati su un pullman e portati in Questura a Prato. Poco dopo, i furgoni hanno potuto entrare e iniziare lo svuotamento del magazzino.
Una scena che nel distretto pratese riporta indietro di almeno sei anni, ai tempi delle grandi cariche contro i picchetti operai e delle prime lotte dei lavoratori migranti.
Il paradosso di Seano
Il paradosso di questa vicenda è evidente. La massiccia operazione di polizia è stata messa in campo non per fermare un’azienda accusata di sfruttamento e caporalato, non per tutelare cento lavoratori sul punto di perdere il posto, ma per consentire a una società finita sotto i riflettori della giustizia di proseguire le operazioni di svuotamento del magazzino.
La Acca è infatti al centro di un’inchiesta per sfruttamento lavorativo e caporalato e risulta coinvolta in un’indagine della Procura europea per una presunta evasione fiscale da 71 milioni di euro. L’azienda è inoltre da anni citata nelle cronache per la cosiddetta “guerra delle grucce” e per gli interessi economici che attraversano il distretto del pronto moda.
Eppure, di fronte a tutto questo, lo Stato si è presentato a Seano per sgomberare il picchetto di chi difendeva il proprio posto di lavoro.
Dalle aggressioni ai manganelli
La lotta dei lavoratori della Acca era già stata segnata da un grave episodio di violenza. Nei giorni scorsi il presidio era stato attaccato da un gruppo di padroncini arrivati appositamente a Seano per caricare il picchetto, provocando diversi feriti, persino tra gli stessi agenti di polizia presenti.
Nonostante le aggressioni, i lavoratori avevano deciso di proseguire la mobilitazione, continuando a presidiare i cancelli. La risposta è stata un nuovo intervento repressivo, questa volta direttamente da parte delle forze dell’ordine.
Un precedente pericoloso
La vicenda di Seano pone anche un problema più generale. Secondo il Sudd Cobas, lo sgombero è stato disposto utilizzando il reato di violenza privata per neutralizzare gli effetti dello sciopero e consentire il ritiro delle merci.
Un’interpretazione che rischia di trasformare qualsiasi picchetto efficace in un comportamento penalmente perseguibile. Se impedire l’uscita delle merci durante uno sciopero viene considerato una forma di violenza privata, allora il diritto di sciopero viene svuotato della sua efficacia concreta.
Perché uno sciopero che non può incidere sulla produzione e sulla circolazione delle merci è ridotto a un gesto simbolico, privo di forza contrattuale.
La logistica dei diritti negati
Quello che è accaduto a Seano non riguarda soltanto cento lavoratori e una vertenza aziendale. Riguarda il modello di relazioni industriali che si sta imponendo nel paese. Da un lato aziende che possono chiudere, riaprire, cambiare nome e continuare a operare, spesso all’interno di filiere segnate da sfruttamento, appalti e opacità fiscale. Dall’altro lavoratori che, quando si organizzano e tentano di difendere il proprio salario e il proprio posto di lavoro, si trovano di fronte denunce, sgomberi, cariche e fermi di polizia.
Per il sindacato di base pratese quanto accaduto rappresenta un passaggio gravissimo: l’uso dell’apparato repressivo dello Stato per garantire la continuità della circolazione delle merci e spezzare la resistenza operaia. Sull’asfalto rovente di Seano si è consumato qualcosa che va oltre una semplice operazione di ordine pubblico. Si è visto uno Stato schierarsi, ancora una volta, dalla parte della libertà delle merci e contro il diritto dei lavoratori a difendere il proprio futuro.
E mentre cento famiglie restano sospese tra licenziamento e incertezza, i cancelli della Acca raccontano una verità sempre più difficile da ignorare: nel distretto del pronto moda pratese il conflitto sociale viene affrontato sempre più spesso con gli strumenti della repressione e sempre meno con quelli della giustizia sociale.
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