La Corte dei Magistrati di Westminster ha emesso oggi un ordine formale di estradizione nei confronti di Julian Assange, autorizzandone il trasferimento negli Stati Uniti. Ora manca solamente la conferma del ministro dell’Interno Priti Patel, che giungerà tra un massimo di 4 settimane. In questo periodo di tempo la difesa di Assange potrà fare appello per richiedere l’annullamento. Se il trasferimento venisse definitivamente confermato, infatti, Assange rischierebbe 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza con l’accusa di spionaggio, rischiando di essere sottoposto a tortura e trattamenti inumani durante il periodo detentivo
Ci sarebbe ancora una possibilità per impedire l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti. La ministra dell’Interno del Regno Unito, Priti Patel, può respingere la decisione della Corte Suprema.
Oggi, 20 aprile è il giorno in cui un magistrato britannico ha posto la firma sull’ordine di estradare Julian Assange negli Stati Uniti, dove il giornalista rischia una condanna fino a 175 anni di carcere per avere detto la verità. Per avere rivelato al mondo i crimini di guerra statunitensi, tra cui la tortura e l’omicidio di bambini.
Il 18 maggio è il termine ultimo per la presentazione del ministro Priti Patel.
In mezzo due date importanti:
Il 3 maggio, la Giornata mondiale della libertà di stampa. La Federazione Internazionale dei Giornalisti, che rappresenta più di 600.000 giornalisti in tutto il mondo, chiede da tempo il rilascio immediato di Assange.
Il 5 maggio, giorno in cui si terranno le elezioni locali nel Regno Unito. In questa occasione, non è affatto esclusa la possibile ribellione dei Tory (conservatori) contro Boris Johnson per il partygate. E, il padre di Assange in settimana, ha fatto notare che un cambio di governo rappresenterebbe una «grande opportunità» nella lotta per la liberazione di Julian Assange.
È bene ricordare che da oltre 10 anni Assange è privato, in un modo o in un altro, della sua libertà. Sette anni da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, tre anni – oltre 1000 giorni – nel penitenziario di massima sicurezza londinese del Belmarsh.
Dire la verità non è reato, il giornalismo non è un crimine.


