Il governo annuncia nuovi centri in sei regioni e altri 106 posti nelle strutture esistenti
Il governo vuole riempire l’Italia di nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio. Lo ha detto senza giri di parole il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, rispondendo alla Camera a un’interrogazione della Lega: altri 106 posti in strutture già esistenti in Sicilia, Sardegna e Lazio, e nuove strutture in Campania, Trentino Alto Adige, Calabria, Toscana ed Emilia Romagna. Una mappa della detenzione amministrativa che si allarga, mentre il Viminale continua a presentare i CPR come strumenti indispensabili di “sicurezza” e “rimpatrio”.
La realtà è un’altra. I CPR sono luoghi in cui vengono rinchiuse persone che non stanno scontando una pena, ma sono private della libertà per una condizione amministrativa. È questo il cuore dello scandalo: la detenzione senza reato, trasformata in politica ordinaria dello Stato. Piantedosi prova a rovesciare il discorso insistendo sui precedenti penali di molte persone trattenute. Ma questo non cambia la natura giuridica dei centri: chi entra in un CPR non vi entra per scontare una condanna, ma perché destinatario di un provvedimento di espulsione o in attesa di identificazione.
Il caso più avanzato è Castel Volturno, in Campania. Lì il governo vuole costruire un nuovo CPR nel parco umido “La Piana”, con un appalto da 41 milioni di euro. Una struttura disegnata secondo una logica apertamente carceraria, a raggiera, con sorveglianza dall’alto, barriere e dispositivi di confinamento. Il decreto Cutro consente di considerare i CPR strutture “per la sicurezza e la difesa”, permettendo deroghe ai vincoli urbanistici e ambientali. Così la detenzione amministrativa diventa anche devastazione del territorio. In Toscana si parla di Aulla. In Trentino il progetto procede con entusiasmo istituzionale: la Provincia autonoma guidata da Maurizio Fugatti ha già autorizzato l’acquisto dell’area di Piedicastello, ai margini di Trento. In parallelo, Invitalia ha bandito una gara da 14 milioni per la manutenzione straordinaria dei dieci CPR esistenti, compresi innalzamenti di muri e barriere antievasione a Torino e Macomer. Non si tratta di migliorare condizioni indegne, ma di rendere più efficiente la gabbia.
Il governo chiama tutto questo “sistema migratorio serio e credibile”. In realtà è la prosecuzione della stessa linea: criminalizzare la migrazione, costruire nuovi luoghi di reclusione, trasformare l’irregolarità amministrativa in pericolosità sociale, usare la sicurezza come parola magica per sospendere diritti e garanzie.
I CPR non risolvono nulla. Producono sofferenza, opacità, autolesionismo, morti, rivolte, profitti privati e propaganda pubblica. Servono poco ai rimpatri e moltissimo alla costruzione del nemico interno. Sono istituzioni totali, luoghi patogeni, spazi in cui lo Stato sperimenta una libertà personale a valore differenziato: piena per alcuni, revocabile per altri.
L’annuncio di Piantedosi va letto per quello che è: non un piano tecnico, ma un progetto politico. L’Italia che il governo immagina è un Paese disseminato di centri chiusi, muri più alti, barriere più dure, corpi migranti trattenuti e resi invisibili. Contro questa normalizzazione bisogna dire con chiarezza che i CPR non vanno ampliati, ristrutturati o resi più efficienti. Vanno chiusi.
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