Perquisizioni contro i CARC di Firenze: nel mirino chi denuncia il genocidio a Gaza


La Digos perquisisce abitazioni di militanti e simpatizzanti del Partito dei CARC. Contestati volantini contro Marco Carrai, console onorario di Israele. Sequestrati dispositivi elettronici e materiale politico. I CARC: “Tentativo di intimidire chi sostiene la Palestina”

Nuova operazione repressiva a Firenze contro il movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Nella mattinata del 10 giugno, su disposizione del pubblico ministero Francesco Sottosanti, agenti della Digos hanno effettuato una serie di perquisizioni domiciliari nei confronti di militanti e simpatizzanti del Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo (CARC).

L’operazione arriva a poche settimane da un’altra iniziativa giudiziaria che aveva coinvolto sei compagni e compagne accusati, a vario titolo, di associazione sovversiva. Questa volta il procedimento riguarda una campagna politica portata avanti negli ultimi anni contro Marco Carrai, imprenditore fiorentino, presidente della Fondazione dell’Ospedale Pediatrico Meyer, figura storicamente vicina a Matteo Renzi e console onorario di Israele.

Secondo quanto riportato nel decreto di perquisizione, agli indagati vengono contestati i reati di concorso in diffamazione aggravata e concorso in imbrattamento. L’accusa di diffamazione riguarda l’affissione di volantini contenenti una fotografia di Carrai accompagnata dalla scritta: “criminale di guerra – agente sionista complice del genocidio”. L’ulteriore contestazione riguarda l’affissione di ventiquattro volantini sulle pareti esterne del Teatro Puccini di Firenze.

L’obiettivo delle perquisizioni era il sequestro di abiti ritenuti compatibili con quelli utilizzati durante le affissioni, della documentazione cartacea e digitale relativa alla realizzazione dei volantini e degli strumenti informatici utilizzati per la loro produzione e diffusione. Al termine delle operazioni, alcuni dei giovani coinvolti sono stati accompagnati in caserma.

La vicenda si inserisce in un contesto politico ben preciso. Da oltre due anni il Partito dei CARC, insieme a numerose altre realtà cittadine, porta avanti una campagna pubblica per chiedere la rimozione di Marco Carrai dalla presidenza della Fondazione Meyer. Al centro della contestazione vi sono il suo ruolo di console onorario di Israele e le sue posizioni pubbliche a sostegno dello Stato israeliano mentre la Corte Internazionale di Giustizia, le Nazioni Unite e numerose organizzazioni umanitarie denunciano crimini di guerra, pulizia etnica e genocidio nei confronti della popolazione palestinese di Gaza.

Per i militanti coinvolti non si tratta di un procedimento isolato ma dell’ennesimo episodio di una più ampia offensiva contro chi organizza iniziative di solidarietà con la Palestina. Negli ultimi mesi, in tutta Italia, il movimento pro Palestina è stato colpito da denunce, fogli di via, misure cautelari, sorveglianze speciali, perquisizioni e sanzioni amministrative.

A Firenze la sequenza degli interventi repressivi appare particolarmente significativa. Prima le contestazioni per associazione sovversiva, ora le perquisizioni per una campagna politica pubblica contro un rappresentante istituzionale dello Stato di Israele. Un’escalation che solleva interrogativi sul rapporto tra libertà di espressione, critica politica e utilizzo dello strumento penale.

Non è infatti in discussione soltanto l’affissione di alcuni volantini. Il nodo politico riguarda la crescente tendenza a trasformare campagne di denuncia, mobilitazioni pubbliche e iniziative di solidarietà internazionale in materia di intervento giudiziario. Una dinamica che molti osservatori leggono come parte di un più generale processo di criminalizzazione del dissenso.

Dal Partito dei CARC la risposta è stata immediata. Militanti e simpatizzanti denunciano quello che definiscono un tentativo di intimidazione politica e rilanciano le proprie rivendicazioni. Al centro resta la richiesta di allontanare Marco Carrai dalla Fondazione Meyer e di interrompere ogni forma di legittimazione politica e istituzionale di rappresentanti dello Stato israeliano.

Le perquisizioni del 10 giugno rappresentano così un nuovo capitolo dello scontro apertosi attorno alla Palestina anche nel nostro Paese. Da una parte cresce la mobilitazione contro il genocidio a Gaza e contro le complicità politiche, economiche e militari con Israele; dall’altra aumenta il ricorso a strumenti repressivi nei confronti di chi organizza, denuncia e protesta.

Una tendenza che, da Firenze a Milano, da Bologna a Pisa, sta assumendo dimensioni sempre più evidenti e che rischia di trasformare la solidarietà internazionale e la critica politica in un problema di ordine pubblico.

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